Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2013-09-25

DISTANZE, DIRITTO DI PREVENZIONE E STRISCIA DI SUOLO GRAVATA DA SERVITU' DI PASSAGGIO - RM

Il principio è certamente di ampia portata e merita il dovuto approfondimento; si riportano all"uopo le seguenti pronunce, l"una che esclude l"applicabilità del principio di prevenzione per l'esistenza, tra i due fondi, di una striscia di suolo dalla larghezza di metri 1,75, gravata da servitù di passaggio,

"con atto di citazione 30.11.1975 Sabato Della Corte conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Salerno, Domenico Della Corte esponendo che questi aveva costruito nel suo fondo in Montecorvino Pugliano, frazione S. Vito, un fabbricato senza porsi alla distanza prevista dal Regolamento Comunale (metri 4,50) dal confine, ed occupando parte di una striscia di terreno, a cavallo del suddetto confine, che avrebbe dovuta essere lasciata libera per servire da strada comune secondo i patti di cui all'atto di divisione per notar Gargano del 10.10.1969. Chiedeva, pertanto, la condanna del convenuto alla demolizione di quella parte del fabbricato costruita a distanza illegale ed il risarcimento dei danni. Il convenuto eccepiva che la striscia di terreno da adibire a strada era stata creata, con conferimento di suolo da parte di ciascun proprietario dei due lati del confine comune, unicamente per servire da accesso alla quota di proprietà attribuita con il citato atto di divisione alla condividente Ida Della Corte, la cui quota era stata acquistata da esso Domenico onde la servitù costituita sulla strada doveva considerarsi estinta per confusione, sicché il confine fra i due fondi doveva ritenersi posto "al di là della strada". Il Tribunale accoglieva la domanda e ordinava l'arretramento del fabbricato fino a metri 1,50 dal confine rappresentato della linea mediana della striscia di terreno frapposta fra i due fondi e rigettava la domanda di risarcimento danni. La Corte di Appello di Salerno confermava la sentenza del Tribunale, sul rilievo che il fabbricato, come accertato dal c.t.u., aveva occupato circa cm. 40 della striscia interposta tra i due fondi, venendo a trovarsi a mt. 1,35 dal confine. Osservava la corte di merito che in base all'atto di divisione (notar Gargano 10.10.1969), al fine di assicurare l'accesso al fondo di Ida Della Corte, era stata costituita una servitù di passaggio su una striscia di suolo della larghezza complessiva di metri 3,50 lungo il comune confine delle quote di Emma e Sabato Della Corte. Tale servitù era stata costituita, secondo un percorso, esattamente individuato dal c.t.u., a cavallo del confine comune, gravante per metà (mt. 1,75) sul fondo di Emma Della Corte e per l'altra metà (mt. 1,75) sul fondo di Sabato Della Corte, costituendo il confine tra tali fondi l'asse mediano della servitù medesima. Avendo Domenico Della Corte acquistato sia la quota di Ida Della Corte, a cui favore era stata costituita la servitù, sia la quota di Emma Della Corte, la parte di servitù gravante su tale quota doveva ritenersi estinta per confusione, onde egli poteva utilizzare la relativa striscia di terreno a suo piacimento, occupandola con la costruzione del fabbricato. Ma questo non poteva sorgere a distanza inferiore di metri 1,50 dal confine, in base al disposto dell'art. 873 c.c., applicabile nella fattispecie, non prescrivendo il regolamento comunale alcuna distanza obbligatoria dal confine. Riteneva che le altre due facoltà, normalmente riconosciute a chi costruisce per primo (cioè la possibilità di costruire proprio sul confine ovvero a distanza inferiore alla metà di quella totale), non potevano, nel caso specifico, trovare applicazione in quanto la striscia di terreno larga metri 1,75 del fondo di Sabato Della Corte, essendo destinata a servitù di passaggio, era intangibile e si frapponeva alla "realizzazione di siffatte ipotesi, non potendo nè Sabato Della Corte effettuare la propria (futura) costruzione in appoggio o in aderenza a quella del vicino, perché non gli era consentito di occupare la striscia di terreno destinata alla servitù di passaggio, ne Domenico Della Corte costruire sul confine perché avrebbe costretto il vicino a distanziarsi fino a metri tre, imponendogli un sacrificio maggiore di quello massimo di metri 1,50. Pertanto in applicazione del disposto di cui all'art. 873 c.c., la costruzione di Domenico Della Corte andava arretrata fino a metri 1,50 dal confine. Ha proposto ricorso per cassazione Domenico Della Corte in base a tre motivi. Resiste con controricorso Sabato Della Corte. Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 873 c.c. e art. 14 dell'atto di divisione notar Gargano 10.10.1969, in relazione all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., il ricorrente deduce in primo luogo che Sabato Della Corte, essendo titolare del fondo servente, non aveva interesse a dolersi di una riduzione, e perfino di una eliminazione, della servitù da parte del titolare del fondo servente. Sostiene poi che erroneamente la corte di appello avrebbe disposto l'arretramento del fabbricato, per aver occupato cm. 40 della striscia destinata a strada comune, senza considerare che questa allo stato risulta larga metri 3,10, (di cui metri 1,75 di Sabato Della Corte e metri 1,35 di Domenico Della Corte) sicché nessun "sacrificio maggiore" di quello "massimo prescritto" ex art. 873 c.c. sarebbe imposto al vicino, sussistendo tra il fabbricato e la futura costruzione una distanza di metri 3,10. Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente sostiene che erroneamente la corte di appello, basandosi sulla c.t.u., avrebbe accertato una occupazione della striscia di terreno destinata a strada comune per cm. 40, mentre da accertamento tecnico elettronico, da acquisire agli atti, risulterebbe che il fabbricato non avrebbe occupato più di 15 cm. di tale striscia. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 112, in relazione all'art. 360 n. 3, c.p.c. in quanto i giudici di merito, applicando il disposto dell'art. 873 c.c., sarebbero andati ultra petita avendo l'attore chiesto la condanna del convenuto ad "arretrare le fabbriche sino alla distanza legale dalla linea di confine in ossequio al disposto della legge urbanistica e del vigente regolamento comunale", senza richiamare la suddetta disposizione codicistica. Il primo motivo è infondato sotto entrambi i profili. Va innanzitutto osservato che il richiamo a carenza di interesse per riduzione della servitù è fuori luogo, dal momento che Sabato Della Corte non si è doluto di ciò, ma di altro: vale a dire della violazione della distanza legale della costruzione dal confine. Per quanto concerne il secondo profilo, rileva la Corte che non si tratta di questione relativa alla distanza tra costruzioni, non esistendo sul fondo di Sabato Della Corte alcun fabbricato, ma di osservanza della distanza dal confine da parte di chi, costruendo per primo, ha inteso avvalersi di tale facoltà. Al riguardo l'impugnata sentenza si sottrae al denunciato vizio di motivazione atteso che ha spiegato perché il ricorrente era tenuto ad osservare la distanza legale di metri 1,50 dal confine. Invero in tema di costruzioni sulla zona di confine, la triplice scelta offerta al preveniente dal combinato disposto degli artt. 873, 874, 875 e 877 c.c. (costruzione al confine, ovvero con distacco legale dal confine, oppure a distanza dal confine inferiore a detto distacco), in quanto subordinata alla possibilità per il vicino di esercitare, nella prima e terza ipotesi, il diritto di costruire in appoggio o in aderenza al muro del preveniente, non si configura ove, in forza di un divieto di legge (norme del regolamento edilizio) o dell'esistenza di particolari vincoli nascenti da negozio privato (ad es. servitù) o situazioni giuridiche (canali di bonifica, corsi d'acqua, etc.) ovvero dell'appartenenza a terzi di tale zona (o di parte di essa), non sia consentito al vicino di spingere il proprio fabbricato sino a quello del preveniente; in questo caso è il preveniente stesso che deve necessariamente rispettare il distacco legale dal confine, sicché se egli costruisce a distanza inferiore, si espone al rischio che il vicino lo costringa ad arretrare la sua costruzione fino a raggiungere la prescritta distanza legale dal confine (Cass. 28.6.1993 n. 7129; 23.1.1982 n. 449; 20.10.1969 n. 3433). A tali principi l'impugnata sentenza si è uniformata allorché ha escluso che il ricorrente potesse invocare il criterio della prevenzione, in particolare avvalersi della facoltà concessa al preveniente di costruire a distanza dal confine inferiore alla metà di quella totale di metri 3 prescritta dall'art. 873 c.c. per le costruzioni su fondi finitimi. Hanno, infatti, osservato i giudici di merito che le facoltà concesse dalla legge (art. 875 c.c.) a chi costruisce successivamente non erano esercitabili, nel caso specifico, per l'esistenza, tra i due fondi, di una striscia di suolo dalla larghezza di metri 1,75 gravata da servitù di passaggio a carico del fondo di Sabato Della Corte, che rendeva impossibile a quest'ultimo di avanzare con la propria costruzione fino a combaciare con quella effettuata da Domenico Della Corte, posta da costui a distanza inferiore a quella legale di metri 1,50 dal confine. Sicché, essendo impossibile al prevenuto per l'esistenza di detto vincolo (servitù) di spingere il proprio fabbricato sino a quello del preveniente, costui necessariamente era tenuto a rispettare il distacco legale dal confine e ad arretrare, quindi, la sua costruzione fino all'osservanza di detto distacco (metri 1,50 dal confine). Il secondo motivo si risolve in una inammissibile censura di merito tendente a contrastare i risultati della c.t.u. in base ad un presunto accertamento tecnico elettronico, che non è possibile produrre ed esaminare in questa sede di legittimità, stante il divieto dell'art. 372 c.p.c., il quale stabilisce che non è ammesso il deposito di atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, tranne quelli che riguardano la nullità della sentenza impugnata e l'ammissibilità del ricorso; il che indubbiamente non è nella specie. Per il resto è appena il caso di ricordare che l'interpretazione e la valutazione delle risultanze processuali, nonché la scelta degli elementi ritenuti idonei alla formazione del proprio convincimento, sono affidati al giudice di merito e costituiscono accertamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità se sorretto, come nella specie, da adeguata motivazione, scevra da vizi logici e giuridici, onde la sentenza impugnata non è suscettibile di cassazione ex art. 360 n. 5 c.p.c. per il solo fatto che gli elementi considerati dal giudice di merito siano, secondo l'opinione del ricorrente, tali da consentire una diversa valutazione, conforme alla tesi da lui sostenuta. Il terzo motivo è destituito di fondamento, atteso che il vizio di ultrapetizione sussiste tutte le volte che il giudice pronuncia oltre il petitum e la causa petendi, attribuendo più di quanto gli è stato chiesto, ovvero dando un provvedimento diverso da quello invocato (extrapetizione). Al di fuori di tali specifiche previsioni il giudice resta libero di individuare l'esatta natura dell'azione proposta e di porre a base della pronuncia considerazioni di diritto diverse da quelle prospettate, in quanto, in base al principio di legalità della decisione giudiziaria, nessuna limitazione o vincolo può derivare dalla volontà delle parti quanto alla scelta e all'interpretazione della norma giuridica da applicare al caso di specie. Pertanto non sussiste il vizio di ultra o di extrapetizione allorché il giudice, attenendosi rigorosamente ai fatti e agli altri elementi oggettivi esposti dall'attore, individui la disciplina regolatrice della concreta fattispecie in norme diverse da quelle invocate dalle parti e sulla base di tali norme accolga o rigetti la domanda, senza operare alcun mutamento del petitum e della causa petendi (Cass. 11.6.1993 n. 6552). Appare evidente come la dedotta censura non possa trovare ingresso sia perché nessuna violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato è stata commessa, in quanto l'attore aveva lamentato, fin dall'atto introduttivo, l'inosservanza da parte del convenuto della distanza legale dal confine, chiedendo l'arretramento del fabbricato fino al rispetto di tale distanzia legale, sia perché l'art. 873 c.c., in assenza di disposizione del regolamento edilizio comunale, era la norma di diritto regolante il caso di specie, sia perché sul punto della ultrapetizione non vi era stato motivo di gravame, avendo anzi il ricorrente invocato l'applicazione proprio dell'art. 873 c.c. per sostenere che si trattava di questione di risarcimento del danno e non di demolizione" Cass. 20.4.96, n. 3769, GCM, 1996, 616

l"altra che esclude l"applicabilità del principio di prevenzione a causa della particolare collocazione dell'immobile del preveniente, che aveva di fatto eliso l'applicabilità delle disposizioni di cui agli artt. 873, 875 e 877 c.c., in quanto la costruzione in aderenza (da parte del prevenuto) avrebbe imposto una conformazione del tutto peculiare e reso praticamente inutilizzabile in larga misura la costruzione, mentre l'alternativa della costruzione in appoggio avrebbe comportato, senza alcun dubbio, la creazione di intercapedini pericolose:

"con ricorso in data 14.6.1969, Francesco Anitra, premesso che aveva costruito la propria casa di abitazione in un fondo rustico sito nel centro abitato di Cerda, a distanza dal confine inferiore a quella legale, lamentava che il proprietario del fondo limitrofo, Antonio Dioguardi, aveva iniziato la costruzione di un edificio senza rispettare la distanza prevista dall'art. 783 c.c.. Chiedeva pertanto venisse ordinato al predetto di sospendere i lavori ex artt. 688 e 689 cpc.. L'adito Pretore di Termini Imerese, con sentenza 6-11.11.1971 respingeva il ricorso. Avverso tale sentenza, con atto notificato il 31.12.1971, l'Anitra proponeva appello; sosteneva infatti che i due immobili (frontistanti solo in parte) dovevano comunque ritenersi fronteggianti, indipendentemente dal posizionamento dei muri perimetrali rispetto ai relativi confini; che la facoltà di scelta (art. 875 c.c.) tra il costruire in appoggio o il distaccarsi nella misura di legge doveva comunque essere preceduta (art. 875, 2 comma c.c.) da un atto di interpello del Dioguardi nei suoi confronti, mentre quest'ultimo aveva direttamente iniziato la sua costruzione a distanza inferiore a quella legale. Lamentava inoltre che li pretore avesse escluso l'applicabilità nel caso di specie dell'art. 6 L. 25.11.1962, n. 1684. Si costituiva il Dioguardi che chiedeva la conferma della sentenza impugnata, proponendo appello incidentale avverso la sentenza stessa, laddove si era respinta la sua domanda riconvenzionale volta a costruire in aderenza al fabbricato Anitra. Interveniva Salvatrice Civiletti, acquirente dall'Anitra del fabbricato per cui è causa. Con sentenza n. 26 in data 19.12.95-23.1.1996 il Tribunale di Termini Imerese confermava in ogni sua parte la sentenza impugnata. In buona sostanza, si è è ritenuto che il sacrificio imposto al Dioguardi dall'Anitra (che aveva previamente costruito a distanza inferiore a quella legale) non potesse essere premiato imponendo al proprietario del fondo confinante di sopportare, lui solo, l'obbligo di osservare la distanza legale. Sotto altro profilo, l'atto di interpello, ha ritenuto il Tribunale, non deve necessariamente precedere l'inizio della costruzione, in quanto, costituendo condizione dell'azione per ottenere la comunione forzosa del muro, ai sensi dell'art. 875 c.c., può essere proposto anche successivamente alla realizzazione della nuova fabbrica a distanza non regolamentare; nella specie il Dioguardi ha svolto domanda riconvenzionale volta ad ottenere la costruzione in aderenza con il preesistente fabbricato Anitra. Infine, nessuna prova era stata offerta circa l'insistenza dei due fondi in comprensorio avente natura di nuovo centro urbano. Rilevato che nella specie risultava che il Comune di Cerda fosse dotato di regolamento edilizio, si evidenziava che pur nella ritenuta applicabilità della L. n. 1684-62 non verrebbe meno l'operatività del principio di prevenzione ex art. 875 cc., con il relativo limite applicativo derivante dall'impossibilità per il Dioguardi di operare le scelte previste nella norma; l'art. 8 della citata legge infatti prevede in caso di costruzione realizzata a distanza inferiore, la possibilità per il costruttore prevenuto, di avvalersi della facoltà di cui all'art. 877 c.c. o di arretrare la propria fabbrica fino a costituire il previsto isolamento tra gli edifici. Sulla domanda riconvenzionale del Dioguardi, da non ritenersi tardiva per l'avvenuta accettazione del contraddittorio, rilevava il Tribunale che l'impossibilità della costruzione in aderenza al fabbricato Anitra, per il particolare stato dei luoghi, giustificava la reiezione della stessa. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l'intervenuta Salvatrice Civiletto affidandosi a due motivi; Dioguardi Salvatore e Giuseppe, quali eredi di Antonio Dioguardi, resistevano con controricorso e proponevano ricorso incidentale condizionato articolato su tre motivi, illustrati anche con memoria. Con ordinanza collegiale 19.1.1999, questa Corte disponeva l'integrazione del contraddittorio nei confronti di Rosario Dioguardi; provvedutosi a tanto, questi si costituiva con controricorso, proponendo anch'egli ricorso incidentale condizionato sulla base di tre motivi e la causa perveniva all'odierna udienza. Presentavano distinte memorie Salvatore e Giuseppe Dioguardi e Rosario Dioguardi. Questa Corte, con ordinanza collegiale resa in data 19.1.99, ha già provveduto a riunire i ricorsi, principale ed incidentale, quest'ultimo proposto da Salvatore e Giuseppe Dioguardi; ai sensi dell'art. 335 cpc, occorre provvedere analogamente per quanto attiene al ricorso incidentale proposto da Rosario Dioguardi. Con la stessa ordinanza, si è rilevato, in merito alle eccezioni in rito svolte in controricorso da tutti i ricorrenti che il ricorso per cassazione come proposto è stato notificato, senza che la sentenza impugnata fosse stata essa mai notificata, agli eredi di Antonio Dioguardi, deceduto in data 9.1.97, dopo la pubblicazione della sentenza stessa, collettivamente ed impersonalmente presso l'ultimo domicilio del defunto; che detta notificazione è avvenuta entro l'anno dalla pubblicazione della sentenza (ovviamente maggiorato dal periodo di sospensione feriale), di talché ogni riferimento a tale profilo appare inconferente; che il secondo comma dell'art. 330 cpc consente una notifica siffatta dopo la notificazione della sentenza, cosa non avvenuta nel caso che ne occupa, di talché occorre esaminare se tanto osti alla applicabilità della norma suddetta; che, pur a fronte di pronunce di questa S.C. non coincidenti al riguardo (v. segnatamente Cass. 9.7.92, n. 8347 e Cass. 9.8.96, n. 7311) può evidenziarsi che in ogni modo nel caso che ne occupa (mancata notificazione della sentenza, morte della parte vittoriosa avvenuta dopo la pubblicazione della sentenza, ricorso notificato entro l'anno) può comunque concludersi per la nullità della notificazione del ricorso siccome non eseguita presso il difensore costituito in appello (come prescritto dal 2 comma dell'art. 330 mediante rinvio ai luoghi menzionati nel comma precedente), ma nel domicilio personale della parte costituita e deceduta (Cass. 28.7.1975, n. 2916), con conseguente sanatoria ex tunc per effetto della costituzione in giudizio di due dei tre coeredi della parte deceduta dopo la pubblicazione della sentenza, ma in difetto di notificazione della stessa, cosa questa che palesa inequivocabilmente che la notificazione ha raggiunto il suo scopo; nè può parlarsi di passaggio in giudicato della sentenza nei confronti di Rosario Dioguardi, in quanto i coeredi della parte deceduta sono da considerarsi parte unica, di talché l'impugnazione nei confronti di uno di essi impedisce il formarsi del giudicato nei confronti di tutti. Sulla base di tali considerazioni, può rilevarsi che le ricordate eccezioni risultano prive di pregio e non possono essere pertanto accolte. Quanto al primo motivo del ricorso principale, con cui si lamenta violazione ed erronea applicazione degli artt. 873 e 875 cc. in relazione all'art. 360, n. 3 cpc, nonché omesso esame di punti decisivi (art. 360, n. 5 cpc), occorre rilevare in primo luogo che la ratio sottesa alla decisione del Tribunale di Termini Imerese è quella secondo cui il principio di prevenzione, in base al quale chi costruisce per primo impone a chi costruisce successivamente di adeguarsi a quanto fatto dal preveniente incontra un limite laddove al prevenuto non sia stata data la possibilità di scelta tra le soluzioni alternative concesse dall'art. 875 c.c. tra il costruire in appoggio al fabbricato del preveniente o rispettare le distanze legali. Poiché la particolare configurazione comporta l'impossibilità della costruzione in aderenza per l'aspetto del crearsi di intercapedini anguste e nocive (vietate dalle norme sulle distanze), era da considerarsi corretta la decisione del primo giudice. Questa Corte non ignora, e condivide, il più recente orientamento giurisprudenziale secondo cui (arg. ex Cass. 12.4.1995, n. 4196) anche spigoli (o angoli) integrano il requisito del fronteggiamento quando, come nel caso che ne occupa, le due rette che si dipartono dall'angolo secondo le direttrici dei lati di questo vadano ad intersecare il perimetro della costruzione che si vuole opposta; ma da tale principio non si è discostato il giudice dell'appello. La considerazione assorbente, peraltro evincibile dalle considerazioni svolte dal Tribunale, è quella secondo cui la particolare collocazione dell'immobile del preveniente ha di fatto eliso l'applicabilità delle disposizioni di cui agli artt. 873, 875 e 877 c.c. in quanto la costruzione in aderenza imporrebbe una conformazione del tutto peculiare e renderebbe praticamente inutilizzabile in larga misura la costruzione, mentre l'alternativa della costruzione in appoggio comporterebbe senza alcun dubbio, essa sì la creazione di intercapedini pericolose. Da tanto consegue che è stato il comportamento del preveniente, quale attuato, a concretizzare una situazione in cui la possibilità di scelta attribuita al prevenuto non poteva essere esercitata, di talché non sussiste la violazione delle norme (artt. 873, 875, 877 c.c.) invocata, atteso che non può richiedersi la applicazione di quelle disposizioni che lo stesso richiedente ha, con il suo atteggiarsi quale materializzatosi, reso in concreto inoperanti quanto alle opzioni riservate alla controparte. Conseguentemente, non sussiste la lamentata violazione di legge, mentre tale constatazione priva di significato il dedotto vizio di omesso esame di punto decisivo, che non è più tale ove si ritenga, come nella specie, che la facoltà di opzione non era nella specie di fatto esercitabile. Con il secondo motivo (violazione ed erronea applicazione degli artt. 6 e 8 della l. 25.11.1962, n. 1684, in relazione all'art. 360, n. 3 cpc; omesso esame di punto decisivo) ci si duole della ritenuta inapplicabilità delle disposizioni relative alle costruzioni in zona sismica. La censura si articola su due profili; secondo il primo, che attiene alla prova circa la dislocazione dei due edifici frontistanti, la doglianza attiene ad una situazione di fatto, relativa alla valenza del certificato sindacale prodotto, che il Tribunale adito ha ritenuto, con argomentazione scevra da vizi logici o argomentativi, ininfluente. Poiché la valutazione delle prove è devoluta all'esame discrezionale del giudice del merito quando come nella specie, la decisione al riguardo è correttamente motivata, ogni diversa lettura è sottratta al sindacato di questa Corte. Il secondo profilo è generico, in quanto non contrappone specificamente alcuna argomentazione, se non quella della natura delle disposizioni sulle costruzioni in zona sismica, e alle motivate osservazioni al riguardo del Tribunale di Termini Imerese, che ha fornito articolata ragione della sua decisione al riguardo. I ricorsi incidentali sono dichiaratamente condizionati; essi pertanto risultano assorbiti dalla reiezione del ricorso principale. In tema di distanze tra costruzioni, il principio cosiddetto della prevenzione, in base al quale quello, tra i proprietari di fondi finitimi, che costruisce per primo ha la facoltà di scelta fra il costruire alla distanza regolamentare e l'erigere la propria fabbrica fino ad occupare l'estremo limite del confine, ponendo il vicino che voglia a sua volta edificare nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e costruire in aderenza, ovvero di arretrare la sua costruzione fino a rispettare la maggiore distanza imposta dal regolamento locale, incontra un limite laddove al prevenuto non sia data la possibilità di scelta tra le indicate soluzioni alternative. Pertanto, ove la particolare collocazione dell'immobile del preveniente elida di fatto tale possibilità di scelta (nella specie, perché la costruzione in aderenza avrebbe comportato la creazione di intercapedini pericolose), non è addebitabile al prevenuto la violazione delle norme sulle distanze" Cass. 1.12.00, n. 1538, GCM, 2000, 2529 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto -.



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