Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2013-08-08

DISTANZE E CONFINI: VIOLAZIONE DELLE NORME DISCIPLINANTI LE ALTEZZE DEI FABBRICATI E RIDUZIONE IN PRISTINO - RM

La difficoltà in cui incorre l"interprete nella scelta di quali siano le norme integratrici del codice civile la cui violazione implichi la riduzione in pristino non è di poco momento: si pensi, ad esempio, alle norme edilizie che regolano l"altezza dei fabbricati;

"in tema di distanze legali, sono da ritenere integrative delle norme del codice civile solo le disposizioni dei regolamenti edilizi locali relative alla determinazione della distanza tra i fabbricati in rapporto all'altezza e che regolino con qualsiasi criterio o modalità la misura dello spazio che deve essere osservato tra le costruzioni, mentre le norme che, avendo come scopo principale la tutela d'interessi generali urbanistici, disciplinano solo l'altezza in sé degli edifici, senza nessun rapporto con le distanze intercorrenti tra gli stessi, tutelano, nell'ambito degli interessi privati, esclusivamente il valore economico della proprietà dei vicini; ne consegue che, mentre nel primo caso sussiste, in favore del danneggiato, il diritto alla riduzione in pristino, nel secondo è ammessa la sola tutela risarcitoria" Cassazione civile, sez. II, 16/01/2009, n. 1073 G.M. e altro c. M. Giust. civ. Mass. 2009, 1, 75 Giust. civ. 2009, 7-8, 1602 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto;

esse, infatti, comporterebbero facoltà di demolizione solo se l"altezza dei fabbricati venisse presa in considerazione, dal precetto de quo, al fine di determinare la distanza tra questi ultimi:

"sono sempre integrative dell'art. 873 c.c. - onde la loro violazione comporta la condanna alla riduzione in pristino - tutte le norme edilizie che regolino congiuntamente la distanza tra costruzioni su fondi finitimi e la loro altezza, in relazione l'una dell'altra, in quanto il rapporto funzionale corrente fra le due grandezze e la conseguente loro reciproca influenza impediscono di istituire fra di esse una graduatoria d'importanza e, quindi, di assumere l'una a oggetto primario e l'altra a oggetto secondario della norma positiva" Cass. 13.1.79, n. 272, GCM, 1979, 127 - "le prescrizioni delle leggi speciali e dei regolamenti locali che fissano l'altezza massima dei fabbricati con riferimento alla larghezza degli spazi antistanti debbono considerarsi norme integrative delle disposizioni del codice civile in tema di distanze (in quanto, trattandosi si altezza consentita in rapporto ad una distanza prestabilita, tale ultimo termine di riferimento diviene preminente, condizionando l'indice volumetrico dei fabbricati); ne consegue che, verificandosi una violazione di tale disciplina, il privato è legittimato a proporre domanda di demolizione del corpo di fabbrica sovrabbondante e ad ottenere il ripristino del rapporto altezza- distanza richiesto dalla norma regolamentare" Cass. 14.2.79, n. 964, GCM, 1979, 2; conforme: Cass. 30.5.01, n. 7384, GCM, 2001, 1095

Da rammentare, inoltre, come la medesima fattispecie si sia verificata, in applicazione della legge urbanistica del "42, per i comuni sprovvisti di piano:

l'art. 41-quinquies della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150, introdotto dall'art. 17 della l. 6 agosto 1967 n. 765, là dove dispone che, nei comuni sprovvisti di piano regolatore generale o di programma di fabbricazione, la distanza di ogni edificio da costruire, da quelli vicini, non può essere inferiore all'altezza del suo fronte, ha valore integrativo e sostitutivo della disciplina delle distanze nelle costruzioni contenuta nel codice civile con la conseguenza che la inosservanza di tale prescrizione - come di ogni altra norma giuridicamente vincolante che imponga una determinata distanza tra costruzioni fronteggiantisi, anche parzialmente, e che sia posta, quindi, a tutela, oltre che del pubblico interesse, di quello specifico dei soggetti direttamente interessati - comporta la sanzione della riduzione in pristino" Cass. 9.5.87, n. 4290, GCM, 1987, 5.



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