Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Gasparre Annalisa - 2015-08-18

DIVIETO DI DIMORA PER LA MAESTRA CHE MALTRATTA GLI ALUNNI - Cass. pen. 13084/15 - A.G.

A carico di tre maestre accusate di maltrattamenti ai danni dei piccoli frequentatori di un asilo (bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e, tra questi, anche alcuni disabili) veniva disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari.

Il Tribunale del Riesame confermava la necessità di una misura cautelare in ragione del materiale probatorio grave e delle evidenti esigenze cautelari ma riteneva più adeguata la misura del divieto di dimora nella provincia.

I bambini avevano raccontato alla mamma alcuni episodi e sui loro corpi vi erano ecchimosi e altre lesioni personali. La svolta nelle indagini, però, avveniva con il contributo dei RIS che, con riprese audio-video inequivocabili, accertavano numerosi episodi di vessazione, fisica e verbale, da parte delle tre maestre.

Una delle indagate, però, contestava pure il divieto di dimora negando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ed evidenziava la sussistenza di un provvedimento di sospensione dal servizio emesso dal dirigente coordinatore dell'ufficio scolastico regionale. Questo provvedimento, in effetti, impediva alla indagata di frequentare l'asilo e qualsiasi altro istituto scolastico, così rendendo impossibile l'incontro con le persone offese e i colleghi.

Per la Cassazione il materiale probatorio è indiscutibile, specie quello emerso a seguito dell'attività captativa delle immagini oggetto della relazione tecnica dei RIS, esiti che il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sintomatici di reiterati trattamenti offensivi dell'incolumità psico-fisica dei minori.

Pure le esigenze cautelari evidenziate dai giudici sono condivise dalla Cassazione: evidente il pericolo di interferenze e contaminazioni nell'attività di acquisizione di ulteriori fonti di prova orale, ma anche del rischio di reiterazione delle condotte oggetto di addebito, in ragione della loro intrinseca gravità, del loro carattere continuativo e della specifica funzione di garanzia riconnessa alle esigenze di tutela dei minori nell'esercizio delle peculiari attività di educatrice scolastica.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 -27 marzo 2015, n. 13084

Presidente Milo – Relatore De Amicis

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza emessa in data 29 dicembre 2014 il Tribunale del riesame di Napoli ha riformato l'ordinanza emessa dal G.i.p. presso il Tribunale di Noia in data 29 agosto 2014, che aveva applicato a (Omissis) la misura coercitiva degli arresti domiciliari in relazione all'ipotesi di reato di cui agli artt. 110, 61, nn. 11-ter, 11-quinquies e 572 cod. pen. (per condotte di maltrattamenti in danno di allievi, dai due ai cinque anni di età, poste in essere nella qualità di docente dell'Istituto comprensivo per l'infanzia "(Omissis)" di (Omissis)), sostituendo alla su indicata misura cautelare quella del divieto di dimora nella provincia di Napoli.

2. Avverso la su indicata decisione ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell'indagata, deducendo due motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente riassunto.

2.1. Violazione di legge e vizi motivazionali in relazione alla valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, non avendo il Tribunale del riesame tenuto conto dell'esigenza, prospettata dalla difesa, di procedere all'ascolto e all'esame dei contenuti delle video-riprese contenenti le immagini, peraltro non chiare, oggetto del procedimento penale. La difesa, infatti, aveva contestato ogni singolo episodio ripreso dalle telecamere, ponendo in rilievo l'inesistenza del reato di maltrattamenti in danno degli alunni, mentre il Tribunale, non avendo preso visione dei filmati, ha fondato la sua decisione unicamente sull'esito della consulenza tecnica del P.M., senza argomentare sulle relative deduzioni difensive.

2.2. Violazione di legge e vizi motivazionali in relazione alla valutazione delle riscontrate esigenze cautelare di cui alle lett. a) e c) dell'art. 274 c.p.p., non avendo il Tribunale del riesame considerato che il provvedimento di sospensione dal servizio emesso dal dirigente coordinatore dell'Ufficio scolastico regionale per la Campania impedisce di per sé all'indagata di frequentare non solo l'Istituto "(Omissis)" di (Omissis), ma qualsiasi altro istituto scolastico, rendendo in tal modo impossibile l'incontro con le persone offese e le colleghe di scuola.

Né il Tribunale ha considerato che (Omissis), a differenza delle altre due imputate, non risiede in (Omissis), luogo ove si trova la scuola interessata, con la conseguenza che alla stessa ben poteva concedersi una limitazione del divieto di dimora solo in quel Comune.

Considerato in diritto

1. II ricorso è infondato e va pertanto rigettato per le ragioni qui di seguito indicate.

2. L'apparato motivazionale su cui si radica l'impugnato provvedimento ha offerto una valutazione analitica e globale delle emergenze investigative allo stato disponibili a carico della ricorrente, dando conto, in maniera logica e adeguata, delle ragioni che giustificano l'epilogo del relativo percorso decisorio.

Entro tale prospettiva deve rilevarsi, avuto riguardo alla natura incidentale del procedimento de libertate, come l'impugnata ordinanza cautelare abbia fatto buon governo del quadro dei principii che regolano la materia in esame, puntualmente replicando alle obiezioni difensive e ponendo in evidenza i tratti maggiormente rilevanti del correlativo contesto storico-fattuale sulla base delle coerenti e dettagliate dichiarazioni rese dalla madre di due allievi, R.S., e dei riscontri indiziari al riguardo offerti dalle convergenti dichiarazioni rese da A.M. (che, nella situazione di indisponibilità della prima, aveva accompagnato i minori all'asilo e li aveva ripresi all'uscita), oltre che degli esiti dell'attività captativa delle immagini oggetto della relazione tecnica del R.I.S. di Roma in data 24 settembre 2014 (che il Tribunale del riesame ha motivatamente ritenuto non solo sintomatici di reiterati trattamenti offensivi dell'incolumità psico-fisica dei minori, ma anche resistenti, sul piano scientifico, ad ogni tipo di censura tecnica sul punto prospettabile).

3. Parimenti adeguata deve altresì ritenersi, nell'iter motivazionale dell'impugnato provvedimento, la giustificazione offerta riguardo alla sussistenza delle indicate esigenze cautelare, che il Tribunale ha desunto non solo dal rappresentato pericolo di interferenze e contaminazioni nell'attività di acquisizione di ulteriori fonti di prova orale, ma anche dall'evidenziato rischio di reiterazione delle condotte oggetto di addebito in ragione della loro intrinseca gravità, del loro carattere continuativo e della specifica posizione di garanzia riconnessa alle esigenze di tutela dei minori nell'esercizio delle peculiari attività di educatrice scolastica.

4. In definitiva, a fronte di un congruo ed esaustivo apprezzamento delle emergenze procedimentali, esposto attraverso un insieme di sequenze motivazionali chiare e prive di vizi logici, la ricorrente non ha individuato passaggi o punti della decisione tali da inficiare la complessiva tenuta del discorso argomentativo delineato dal Tribunale, ma ha sostanzialmente contrapposto una lettura alternativa delle risultanze investigative, facendo leva sul diverso apprezzamento di profili di merito già puntualmente vagliati in sede di riesame cautelare, e la cui rivisitazione, evidentemente, non è sottoponibile al giudizio di questa Suprema Corte.

V'è, infine, da osservare che l'istanza subordinata dalla difesa prospettata in ordine ad una possibile limitazione dell'ambito applicativo della misura cautelare del divieto di dimora (v., supra, il par. 2.2.) non può essere per la prima volta affrontata in questa Sede, ma deve essere oggetto di una preventiva, specifica, richiesta proposta innanzi alla competente Autorità giudiziaria.

5. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali ex art. 616 c.p.p.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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