Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2013-07-08

È APPROPRIAZIONE INDEBITA LA SOTTRAZIONE AL CONIUGE SEPARATO DI BENI MOBILI PRESENTI NELLA CASA CONIUGALE – Cass. pen. 11276/13 – Ruggero BUCIOL

Il coniuge che sottrae beni mobili dalla casa coniugale assegnata all"altro coniuge separato consuma il delitto di appropriazione indebita.

La Suprema Corte conferma la sentenza della Corte d'Appello che condannava l"imputata per il delitto di cui all'art. 646 c.p. L"imputata si era infatti procurata un ingiusto profitto appropriandosi dei mobili facenti parte dell'arredo del salone e della camera da letto, nonché di servizi di piatti e da caffè, di batterie da cucina e di elettrodomestici vari della casa coniugale. L"abitazione era stata assegnata con sentenza emessa dal Tribunale all"altro coniuge separato.

A seguito di un contenzioso civile, la parte offesa dal reato e assegnataria dell'abitazione coniugale e del relativo contenuto era stata immessa nel possesso dei beni a seguito di una procedura esecutiva. Proprio in tale occasione veniva constatata la mancanza di mobili e suppellettili.

Il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte nella sentenza in commento si inserisce in un consolidato orientamento giurisprudenziale.

Infatti in altro caso si era proceduto per il delitto di cui all'art. 646 c.p. nei confronti di una donna cui, unitamente all'affidamento dell'unica figlia minore, era stata assegnata anche la casa coniugale con il provvedimento presidenziale. Quest'ultimo veniva successivamente modificato dal giudice istruttore solo sul punto relativo all'assegnazione dell'immobile. La donna aveva quindi trasportato nella sua nuova abitazione i beni arredanti la casa coniugale. Anche in tale caso è stato ritenuto sussistente il reato di cui all"art. 646 c.p. (Cass. pen., sez. VI, 14 novembre 1988, in Giur. it., 1989, II, p. 310).

Sempre in senso conforme alla decisione in commento è stato ritenuto commettere il reato di appropriazione indebita il coniuge che, dopo la separazione, impedisce all'altro coniuge di ritirare i propri effetti dalla casa comune. Infatti il reato di cui all"art. 646 c.p. si consuma nel momento in cui il soggetto agente esercita la signoria sul bene "uti dominus". In tale prospettiva, non è necessario che la parte offesa debba formulare un'esplicita e formale richiesta di restituzione dello specifico bene (Cass. pen., sez. II, 10 giugno 2009, n. 37498, in De Jure)

In conclusione, si specifica come tutti i fatti previsti dal Titolo tredicesimo del codice penale sono punibili a querela della persona offesa se commessi a danno del coniuge legalmente separato. La Suprema Corte ha precisato come rientrano in tale disciplina anche quelli che, pur essendo in generale procedibili a querela, sarebbero procedibili d'ufficio in presenza di circostanze aggravanti, come nel caso di cui all"art. 646 comma 3, c.p. Infatti, a ritenere diversamente, l"art. 649, comma 2, c.p. sarebbe privo di significato ove si riferisse a fattispecie che, indipendentemente dalla qualità della persona offesa, siano già procedibili a querela (Cass. pen., sez. II, 10 dicembre 2010, n. 6438, in De Jure).



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