Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Redazione P&D - 2014-12-16

EMOTRASFUSIONI INFETTE, CEDU ED ECCESSIVA DURATA DEI PROCESSI – Corte Edu 13.11.2014 - M. Carmen AGNELLO

AFFAIRE G.G. ET AUTRES c. Italie, 13 novembre 2014

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell"uomo, sez. II, del 13 novembre 2014 si presenta di particolare rilevanza in quanto ha risarcito il danno derivante da infezioni contratte in strutture sanitarie pubbliche a seguito di trasfusioni da sangue infetto per la violazione dell"art. 2 Convezione europea dei diritti dell"uomo, secondo un"interpretazione che individua una diritto alla vita da tutelare anche attraverso un processo in tempi ragionevoli.

All'originedella pronunzia vi sonodiciannovecensure nei confronti dellaRepubblicaitaliana, sollevate dalle vittime di tali trasfusioni o dai loro eredi, chehanno richiesto il risarcimento dei danni, secondo quanto previsto dalla L. n. 210 del 1992 e n. 222 e 224 del 2007, con giudizi svolti nell"arco temporale dal 1999 al 2014 e quindi con una durata media dai 7 ai 14 anni per i vari gradi di giudizio, di cui alcuni si sono conclusi con la condanna al risarcimento del danno, mentre in altri le istanze sono state respinte o i procedimenti sono stati sospesi.

In base a tali risultanze processuali, la Corte ha ravvisato dei tempi processuali eccessivi in relazione alla res litigiosa ad oggetto la tutela della salute e quindi ha condannato lo stato italiano al risarcimento di tali lesioni. Prima di analizzare il cuore della vicenda giudiziaria, giova esporre nelle linee essenziali l"orientamento più recente espresso dalla giurisprudenza di legittimità in merito alla responsabilità da sangue infetto.

Come espresso dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la normativa vigente e la prassi applicativa, il Ministero della salute è tenuto ad un comportamento attivo di controllo nell" attuazione da parte delle strutture sanitarie addette al servizio di emotrasfusione di quanto prescritto, al fine di prevenire ed impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto. A tale stregua, nelle fattispecie di omessa vigilanza e per i danni conseguenti ad epatite e ad infezione da HIV contratte da soggetti emotrasfusi, sussiste una responsabilità extracontrattuale, ai sensi dell"art. 2043 c.c., ossia per violazione del principio del neminemlaedere(Cass. Sez. Un., 11/1/2008, n. 576 e 11/1/2008, n. 584; 29/8/2011, n. 17685). Inoltre, si individua un obbligo di buona fede, quale principio di solidarietà sociale, secondo cui si è tenuti ad avere un comportamento leale, a salvaguardia dell'utilità altrui nei limiti dell'apprezzabile sacrificio e dalla cui violazione può conseguire la responsabilità per i falsi affidamenti anche colposamente ingenerati nei terzi (Cass. 24/7/2007, n. 16315;Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; 27/4/2011, n. 9404). Da tale impostazione consegue l"applicazione del termine di prescrizione quinquennale per le richieste di risarcimento del danno da parte di chi afferma di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo.

Al fine di superare le criticità derivanti dalla natura di tali danni definiti "lungolatenti" , ossia che si manifestano a distanza di molti anni dall"evento lesivo, il più recente orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, in applicazione degli artt. 2935 e 2947, 1 co., c.c., imputa la decorrenza del termine processuale, non dal giorno in cui il terzo determina l"evento causa del danno o in cui la malattia si manifesta all'esterno, ma dal momento in cui tale malattia è percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l'ordinaria diligenza ed in considerazione della diffusione delle conoscenze scientifiche (Cass.23/01/2014, n.1355).

Nonostante tale evoluzione giurisprudenziale a favore delle vittime di infezioni contratte da trasfusioni effettuate con sacche di sangue infetto, sono rimaste le criticità processuali derivanti dai tempi di accertamento di tali fattispecie risarcitorie.

A tale stregua, è intervenuta   la Corte europea dei diritti dell"uomo che individua un legame tra i doveri di tutela della vita ed in particolare della salute, in capo allo Stato, agli ospedali pubblici e/o privati ed al personale medico ed il sistema giudiziale. Quest"ultimo deve essere in grado non solo di accertare la responsabilità degli autori delle condotte lesive delle persone, ma anche di garantire l"effettività della tutela alla vita attraverso tempi ragionevoli di definizione delle vicende processuali (Calvelli e Ciglio c. Italia, ricorso 32967/96, decisione 17/01/2002)[2].

Nel caso di specie, laCorte di Strasburgo ha effettuato un passo ulteriore, in quanto in merito al caso "GN e altri c. Italia" ha rilevato la durata eccessiva del procedimento e che le autorità italiane, di fronte ad una denuncia, non hannospiegatoin modo adeguato,tempestivoed in conformità agli obblighi procedurali previsti dall"art. 2 della Convenzione.

A tale stregua, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto, secondo quanto previsto dalla tabella allegata alla pronunzia, a favore di ciascun ricorrente un indennizzo dall"importo variabile, per il fatto che lo Stato italiano non ha ottemperato all"obbligo di cui all"art. 2 e non ha risposto in modo esaustivo a tale inadempienza processuale.L"aspetto innovativo della pronunzia è quello di avere riconosciuto tale indennizzo per l"esclusiva circostanza della violazione dal punto di vista processuale dell"art. 2 della Convenzione e prescindendo dall"accertamento relativo alla spettanza sostanziale al risarcimento del danno per lesione alla vita.

Un altro profilo di rilievo non espressamente affrontato in tale pronunzia riguarda il rapporto tra l"inosservanza dell"art. 2 della Convenzione e la l. Pinto n. 84 del 2001. Nel caso "GN ed altri c. Italia" si distingue l" accertamento della L. n. 84 del 2001 che riguarda solo "la durata del procedimento" , rispetto a quello dell"art. 2 che concerne l"adempimento degli obblighi procedurali previsti da quest"ultima disposizione. .

La pronunzia costituisce un'altra tappa di un percorso orientato a riconoscere una tutela effettiva al diritto alla vita nella dimensione della salute dell"individuo, che s"inserisce nel difficile cammino normativo verso una riforma del sistema processuale.



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