Articoli, saggi, Sport -  Mazzon Riccardo - 2014-04-02

EQUITAZIONE E SPORT EQUESTRI: RESPONSABILITA' DIVERSE PER PRINCIPIANTI ED ESPERTI - Riccardo MAZZON

Copiosa ed interessante casistica inerisce gli sport equestri, dove risulta prevalente l'opinione secondo cui l'attività, svolta presso il maneggio, vada qualificata come pericolosa, ai sensi dell'articolo 2050 del codice civile, solo quando riguardi danni conseguenti a esercitazioni di un principiante o di allievi giovanissimi (e quindi non in grado di governare le imprevedibili reazioni dell'animale: cfr., amplius, da ultimo, "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012),

"l'attività svolta presso il maneggio va qualificata come pericolosa ai sensi dell'art. 2050 c.c., quando riguardi danni conseguenti a esercitazioni di un principiante o di allievi giovanissimi e quindi non in grado di governare le imprevedibili reazioni dell'animale. È quindi applicabile la presunzione prevista dalla norma di cui all'art. 2050 c.c., che prevede l'obbligo per il gestore della attività pericolosa di risarcire il danno a meno che non provi di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno non essendo sufficiente come prova liberatoria la considerazione che esiste un margine di rischio, ineliminabile, che chi frequenta un maneggio, accetta preventivamente" (Cass. civ., sez. III, 22 luglio 2010, n. 17216, RCP, 2010, 11, 2358; DeG, 2010)

- semprecché non si tratti di caduta avvenuta nel corso di una lezione per principianti, in cui i cavalli seguivano un percorso prestabilito e sotto la guida di un istruttore (nella specie, la Suprema Corte ha cassato la sentenza di merito con la quale era stata rigettata la domanda del danneggiato, sul presupposto che questi non aveva provato il nesso causale tra il danno e l'omissione di cautele dovute da parte dell'esercente l'attività pericolosa):

"in caso di danni alla persona causati da una caduta da cavallo occorsa durante una lezione di equitazione, al fine di individuare il criterio di imputazione della responsabilità del gestore del maneggio, occorre operare un distinguo: se la caduta è avvenuta nel corso di una lezione per principianti, in cui i cavalli seguivano un percorso prestabilito e sotto la guida di un istruttore, deve escludersi che tale attività possa essere considerata pericolosa, con la conseguenza che il gestore del maneggio può essere chiamato a rispondere del danno solo ai sensi dell'art. 2052 c.c., ove ne ricorrano i presupposti; se, invece, la caduta da cavallo è avvenuta nel corso di una cavalcata, effettuata da un cavaliere inesperto con cavallo concessogli in uso dal maneggio, il gestore di quest'ultimo può essere chiamato a rispondere dei danni ai sensi dell'art. 2050 c.c.: in quest'ultimo caso, in tema di responsabilità presunta per l'esercizio di attività pericolosa, ex art. 2050 c.c., il danneggiato ha il solo onere di provare l'esistenza del nesso causale tra l'attività pericolosa ed il danno subito; incombe invece sull'esercente l'attività pericolosa l'onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno" (Cass. civ., sez. III, 4 dicembre 1998, n. 12307, GCM, 1998, 2537; DResp, 1999, 475; RCP, 1999, 702; DResp, 1999, 653; FI, 1999, I, 1938; GI, 1999, 2048) -

mentre, nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre è soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'articolo 2052, medesimo codice (nellarecente pronuncia che segue, la Suprema Corte ha, infatti, confermato la decisione dei giudici di merito che avevano ritenuto il gestore responsabile, ex art. 2050 c.c., dei danni subiti da un'allieva principiante, che era stata colpita alla caviglia dallo zoccolo di un cavallo che, nella fila, seguiva immediatamente quello da lei cavalcato, ed avevano dichiarato la nullità, ai sensi dell'art. 1229, comma 1, c.c., della clausola di esonero da responsabilità sottoscritta dall'allieva, dovendosi escludere la colpa lieve in quanto le conseguenze lesive erano facilmente prevedibili, considerato che, pur avendo l'animale già dato segni di evidente nervosismo nel corso dell'esercitazione, con grave imprudenza e negligenza, gli istruttori non avevano provveduto alla immediata sostituzione dell'animale):

"il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione, qualora gli allievi siano principianti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi; nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre è soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., con la conseguenza che spetta al proprietario od all'utilizzatore dell'animale che ha causato il danno di fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato causato da un evento fortuito " (Cass. civ., sez. III, 19 giugno 2008, n. 16637, GCM, 2008, 6, 983; DeG, 2008; GC, 2009, 12, 2750; GDir, 2008, 38, 82).

Si confronti, in argomento, anche la seguente, conforme pronuncia, ove si precisa esplicitamente come l'attività di equitazione svolta all'interno di un circolo ippico, alla presenza di un istruttore, con cavalli collaudati ed addestrati ad essere montati da persone non esperte, le quali, peraltro, in quanto allievi, vengono portate a conoscenza delle regole fondamentali della equitazione, non può, in linea di principio, proprio per tali caratteristiche, essere annoverata tra le attività pericolose di cui all'art. 2050 c.c. salvo l'accertamento, in fatto, di specifiche caratteristiche proprie del caso concreto, idonee a rendere obiettivamente pericoloso lo svolgimento dell'attività equestre ed è, pertanto, soggetta, per i danni subiti dagli allievi durante le esercitazioni, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., prevista a carico del proprietario o di chi si serve dell'animale per il periodo in cui lo ha in uso, in relazione ai danni cagionati dallo stesso:

"tale responsabilità si fonda non su di un comportamento o un'attività del proprietario (o di chi si serve dell'animale), ma da un'attività dell'animale stesso, e trova un limite solo nel caso fortuito, ossia nell'intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri della imprevedibilità, della inevitabilità e della assoluta eccezionalità. Ne consegue che la rilevanza del caso fortuito attiene al profilo causale, ciò che dà ragione anche della inversione dell'onere della prova: all'attore compete solo di provare la esistenza del rapporto eziologico tra l'animale e l'evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, dovrà provare l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale" (Cass. civ., sez. III, 23 novembre 1998, n. 11861, GCM, 1998, 2429; RCP, 1999, 702; GC, 1999, I, 2103; DResp, 1999, 651; GI, 1999, 2048, NGCC, I, 745).



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