Changing Society, Opinioni, ricerche -  Marigonda Enzo - 2014-01-06

ERA MIO PADRE – Enzo MARIGONDA

1. A ventiquattro ore dall'incendio che lo ha distrutto insieme alla sua casa, rivedo il suo corpo, non più lui. L'anima, o quello che sia, se n 'è andata per sempre. Può anche darsi che continui a stazionare nei paraggi, ma il corpo che fino a ieri aveva ospitato la vita, ormai resa sottile ma per nulla umiliata, appare svuotato, tradito, immiserito. Un guscio, una spoglia, una larva.

Un piccolo strappo alla regola che nei casi di obbligo d'autopsia, una volta avvenuto il riconoscimento, lascia il cadavere a disposizione della sola autorità giudiziaria ha consentito l'accesso ai locali dove tra qualche giorno il medico legale C. farà il suo lavoro. Rassicurati i medici del reparto sull'effettiva volontà, senza tentennamenti, di dare un ultimo sguardo al mio papà, il lenzuolo viene sollevato brevemente, di quel tanto che permette di vedere la testa, il collo, qualcosa di una spalla.

Colpisce subito, insieme ai colori vividi di alcune piccole ustioni sul volto, la bocca spalancata e vuota, che evoca immagini di antichi anziani afferrati all'improvviso dalla morte nel pieno di un cataclisma e fissati per sempre nella pietra o nella lava in quell'espressione di dolore e di sorpresa. Impossibile non pensare agli ultimi momenti di vita di quel povero corpo rannicchiato, messo ora un po' di sbieco, alla spasmodica ricerca di ossigeno in un appartamento rovente, invaso dal fumo e poi dalle fiamme. E' un sollievo però non trovarlo carbonizzato, bensì appena lambito dal fuoco, annerito, affumicato senza esserne stato sfigurato. Indugio qualche momento e mi concedo solo di accarezzare con la punta delle dita, leggermente, i capelli sotto la nuca, intatti.

2. Non posso fare a meno di ricordare che durante l'ultima visita a Trieste ero riuscito a convincerlo a farsi lavare la testa da me, dopo lunghe insistenze. E' stata la seconda e ultima occasione di celebrare insieme quel rituale di accudimento.

Per via della disposizione assai scomoda e sacrificata della stanza da bagno, aveva dovuto mettersi in ginocchio presso la vasca anziché sistemarsi seduto, com"era abituato dal barbiere. L'operazione peraltro durava pochissimo: i capelli non erano poi tanti, una passata di shampoo e via, risciacquare e asciugare. Anche quei pochi minuti però  bastavano a intenerirmi e a farmi sentire un poco del disagio che probabilmente lui stesso provava nel sottoporsi ai gesti materni e condiscendenti del lavare, del pulire e dello strofinare, che è anche un accarezzare.

Proprio ora risento sotto le dita il volume, la forma, il peso della sua testa dal cranio alto, la consistenza dei capelli sottili bianchi e diradati, prima pesanti, sporchi, imbevuti d'acqua, e poi delicati, aerei, piumosi sotto il getto d'aria calda. Non diversamente dalla prima volta, nel momento del "fen" e della sommaria pettinatura manuale avevo dovuto trattenere un filo di commozione. Di nuovo, riaffiora un'immagine vaga di vecchio pulcino scarruffato, affidato alle poco abili cure di un figlio calato in modo approssimativo nella parte dell'igienista.

Il timore dell'intimità, e forse più in generale della corporeità, ha sempre fatto parte della cultura famigliare, è stato comunicato e in parte trasmesso ai figli, oltre a essere condiviso dalla coppia dei genitori. Avari e impacciati accenni alla sessualità, assenza pressoché totale di scurrilità e di scherzi sulle parti basse, erotismo spontaneo ridotto quasi a zero, fisicità piuttosto inibita, al di fuori di un repertorio di baci abbracci e smancerie riservato per lo più alla parte femminile della famiglia, e quindi legittimato nella sua mollezza.

Con queste premesse, immagino che il papà non vedesse di buon occhio la prospettiva di affidarsi alle mie mani in operazioni di accudimento vagamente avvilenti come il clistere o il bagno, dove l'indebolimento e l'impotenza della vecchiaia si sarebbero manifestati in modo più sfacciato che in altre situazioni.

3. Una confidenza molto vicina all'intimità, però, era venuta precisandosi senza parere, a poco a poco, attraverso le mie ripetute visite, a cadenza settimanale, nel periodo della malattia e del ricovero di Clelia, e ancor più dopo il suo tribolato, interminabile congedo dalla vita. Seriamente sofferente e valetudinaria al tempo stesso, la mamma aveva lasciato dietro a sé il ricordo, non facile da cancellare, di ragionamenti e congetture innumerevoli sul megalocolon e i sospetti di cancro, sulle diuturne misurazioni domestiche della pressione sanguigna, su irregolarità cardiache emergenti e antichi segni di  un'angina pectoris, su raspini in gola e impedimenti alla corretta deglutizione, su rimedi e alimenti propizi all'evacuazione, e così via.

Pur essendo di tutt'altra pasta, nemico dei dottori e dei farmaci, sostanzialmente fatalista e in buona salute, negli ultimi mesi Mario aveva preso a intrattenermi sulle sue difficoltà di andar di corpo, oltre che sui preparati d'erbe più efficaci (ma non eccessivi al punto da star male).

Nelle telefonate giornaliere da Milano, oltre ai brevi discorsi rituali sulla situazione  metereologica, la qualità del sonno, l'adeguatezza dei pasti,  s'inserivano rapidi accenni alle quantità e qualità delle sedute al gabinetto. Le pigrizie intestinali non avevano mai fatto parte delle sue preoccupazioni, in passato, ma ora erano diventate un oggetto d'attenzione, un motivo di sollievo o di disappunto a seconda dei periodi. Il ricorrere di tali questioni nella conversazione quotidiana, in genere piuttosto parca, non sembrava trovare spiegazione in un effettivo disagio fisico, o nella minore disponibilità a tollerare i malesseri, che pure è propria di molti anziani.

Sul calendario a muro della cucina aveva preso, forse ereditandola, l'abitudine di annotare, riga per riga e giorno dopo giorno, brevi commenti sulle vicissitudini escretorie: normale, niente, tanto, poco ma facile, poco con sforzo. Gli appunti servivano anche a tenere d'occhio il tempo intercorrente tra un aiuto lassativo e un altro, non so se in base alle istruzioni di un distratto medico della mutua o della cognata M. (zia materna, per me), sempre molto ascoltata, portata (giustamente) in palmo di mano per le sue doti di saggezza e altruismo.

4. Di fronte al dolore fisico, Mario ha sempre dato prova di stoicismo, quasi di noncuranza, forse anche per un atteggiamento di riserbo, come se attribuire troppo peso alle malattie e lamentarsene fosse poco dignitoso, indice d'invadenza, protagonismo, gonfiamento dell'ego, tutte cose che disapprovava oltremisura,

I pensieri dedicati alle vicissitudini della cacca, con occasionali descrizioni di forme, colori e volumi, talvolta accompagnati dalla stanchezza e dal malumore scaturiti da certe notti, costellate d'interruzioni del sonno per orinare (la "pippi", diceva, chissà perché,

invece di "pipì": forse quest'ultima gli suonava parola volgare o degradante), denunciavano semmai il prosciugarsi di argomenti e interessi, ristretti ora a poche funzioni elementari. Sembravano essere

semplicemente un portato dei novant'anni e dell'impossibilità soggettiva (certo non solo sua) di continuare a "vedere" porzioni di realtà che ancora qualche anno prima potevano conservare una certa carica, un significato.

No, messa in questi termini la spiegazione assume le forme di un assennato pistolotto da assistente sociale, o da sociologo della terza età (se proprio ci si vuole nobilitare a buon mercato). Lui non sarebbe stato d'accordo, è certo. Tra l'altro, non poteva sopportare le frasi fatte dei professionisti dei servizi sociali e i loro toni tra il paziente e il saccente, amplificati dalla recente concessione del titolo accademico di dottore. Naturalmente, cercavo i consigli e appoggiavo le proposte (mai da lui accettate) delle assistenti sociali, ma in cuor mio capivo e approvavo il suo selvatico e deplorevole anarchismo di destra. la scarsa disponibilità a farsi inquadrare nel cliché dell'anziano da stimolare, intrattenere, euforizzare.

5. Uno dei tanti motivi di gratitudine verso il papà consiste negli insegnamenti pratici e incidentali, in corpore vili, che mi ha impartito sull'essenza della vecchiaia, quella avanzata, in quest'ultimo anno e passa di vita. Non sto parlando dei luoghi comuni tipo "senectus ipsa morbus est". Ciò che lui mi ha fatto toccare con mano, nel contatto e nella presenza domestica, non è stato il degrado, quanto piuttosto la fatica; non le miserie o le vergogne del declino, ma la malinconia e lo sconforto del tempo svuotato, il pericolo della noia e dell'insensatezza, che per lui erano ormai certezze, compagne moleste della sopravvivenza quotidiana.

Allora può darsi che si spieghi meglio quel minimo d'interesse e di attenzione alle funzioni basiche del sopravvivere: il minestrone di verdure fatto finalmente come si deve, e non surgelato, quel macinato di vitello che non sembra così fresco come l'ultima volta, la ripresa serale dell'ovomaltina che fa tanto bene e non resta pesante, quel bicchiere in più di merlot annacquato che rianima lo spirito e fa dimenticare le  tristezze. E naturalmente tutto ciò che vien "dopo" il mangiarebere: digestione, metabolismo, ricambio, espulsione. Farne oggetto di discorso, senza esagerare, senza farsene un'ossessione o una dipendenza. diventava una tecnica di resistenza, in una guerra di logoramento senza orizzonti di gloria, combattuta con armi povere, antiquate, spuntate.

6. Le armi, la guerra sono parte integrante dell'immagine che un uomo così inoffensivo ha lasciato ai suoi parenti più stretti. I più giovani hanno cercato, invano, di alimentare il mito del sopravvissuto alla spedizione  italiana in Russia, sollecitando racconti di guerra che evocassero  pericoli, paure, privazioni, esperienze estreme. Negli anni, ce l'hanno  messa tutta, più e più volte, con scarsissimi risultati. Impossibile cavargli fuori qualcosa di anche lontanamente epico. Già alla fine degli anni Quaranta e nei primi Cinquanta, quando le vicende belliche dovevano essere ancora fresche nella memoria, dalla bocca di Mario non ricordo di aver sentito uscire niente di notevole, al di là delle considerazione sulla propria buona sorte e di generici elogi alla generosità e al senso di ospitalità della gente russa.

Un velo di nostalgia e un sentimento di ammirazione dovevano però esserci, se tra gli spartiti sopra il pianoforte verticale di casa (Rudolf Warbineck, Ehrendiplom 1897) si distingueva una raccolta di musiche popolari russe, di cui mi viene in mente una struggente composizione, Stenka Rasin, l'eroe cosacco che nella traduzione un po' datata "sulle prime... con la principessa sta", avendola appena sposata, ma subito dopo "all'ebbrezza ormai si dà", mentre "dietro l'isola sul fiume - che può libero fluir - variopinte navicelle - sovra l'onda ecco apparir".

Una popolana dagli occhi neri e vivaci, i capelli nascosti da un foulard, domina la copertina, su uno sfondo crepuscolare di acque e battelli (i battellieri del Volga: chi se no?). La mamma sistema il libro aperto sul leggio, si mette a suonare, trova con facilità gli accordi giusti, canta a voce trattenuta e bene intonata col papà, a sua volta intonato e un po' commosso, come se le canzoni gli ricordassero qualcosa di  significativo, una festa, un innamoramento, degli amici perduti. Ma lui tace, rimane abbottonato, al massimo parla con affetto del suo fedele attendente, un veneto di nome Sancin, o Sanzin, ritrovato e rivisto,  forse, una sola volta, nelle campagne intorno a Portogruaro, qualche anno più tardi, a guerra finita.

Vorrei ascoltare racconti di battaglie sul fronte del Don (un monosillabo perentorio, promettente, bellicista), vorrei sapere dell'omonima sacca,  della neve, della fame, degli alpini, dei caduti, e invece non viene fuori niente.

La fermezza con cui si rifiuta di ricordare e raccontare rafforza la leggenda: sarà stato testimone di avvenimenti così terribili da giustificare in pieno il silenzio, specie con i bambini. O forse è veramente subentrato l'oblio: una difesa della psiche, efficace benché poco soddisfacente per gli assetati di storie; un elementare espediente per voltar pagina e chiudere con una lunga giovinezza in divisa militare.

7. Con il passare degli anni, ha preso corpo in me la convinzione che la tendenza a obliterare gran parte delle esperienze del passato fosse un tratto cardinale del carattere del papà del sua sistema di vita. Non so bene a che necessità profonde potesse rispondere il processo di selezione drastica e in apparenza casuale delle memorie.

Per difendersi dalle emozioni, dal carico di dolore e rimpianto che i ricordi portano spesso con sé, avrei detto qualche anno fa, se qualcuno me l'avesse chiesto, arrangiandomi con le solite espressioni, facilmente spendibili, dello psicologhese.

Oggi forse si potrebbe parlare di una strategia dell'avanzato invecchiare centrata sull'esigenza di economizzare ogni tipo di energia, fisica e psichica, e quindi votata a togliere significanza e cittadinanza a una miriade di mezzi ricordi e residui emotivi, per attestarsi su un ristretto numero di episodi, affetti, pensieri, da ripercorrere e riproporre, nei giri di sorveglianza, sempre più essenziali, intorno all'acropoli della propria identità senza futuro.

Dalle rassegne occasionali di questi punti di vista sul passato (Mario aveva una memoria a medio termine abbastanza buona da evitare le ripetizioni frequenti delle stesse storie, così comuni in tante persone anziane) scaturiva qualche commento e frammento della vicenda bellica in Russia: l'equipaggiamento sommario del corpo italiano di spedizione, la scarsa voglia di combattere e i rapporti non buoni con l'alleato tedesco, il valore e l'energia delle truppe alpine, le buone accoglienze da parte della popolazione contadina, l'uscita inerziale, massiva, per nulla eroica, dalla sacca di Nikolajevka, il ruolo capitale del caso, e del caos, nel decidere la sorte dei singoli. I combattimenti, le violenze, le armi continuavano a latitare. Con l'eccezione del mortaio 81, apprezzato oltremisura non per le sue proprietà balistiche o distruttive (peraltro sperimentate una sola volta, senza alcun bersaglio umano, su un tratto ghiacciato del fiume Don), ma come strumento benefico del caso, che gli aveva evitato la morte o la prigionia.

Avendo fatto un corso di addestramento all'uso del mortaio 81, Mario era stato distaccato come sottotenente, comandante di una sezione dotata di quell'armamento, presso la Tridentina, separando le proprie sorti da quelle, molto meno fortunate, della Divisione di fanteria Vicenza, in cui era stato inquadrato fino a quel momento della guerra.

8. Per ritrovare l'altra arma risultata decisiva nella vita del papà bisogna risalire al lontano 1917 e alla linea del Piave. Anche qui siamo nel campo dei pezzi d'artiglieria, ma l'arnese bellico si mantiene anonimo: Se ne conosce con certezza solo l'origine; austroungarica.

Durante il cannoneggiamento delle posizioni italiane nei pressi di San Donà, la scheggia di una granata, scoppiata nelle vicinanze, aveva colpito Mario neonato al capo, e a un braccio la mamma che lo stava allattando. In seguito all'incidente, l'intera famiglia era stata sfollata a Napoli, presso un ospedale militare, dove F., il fratello più grande (il cui nome tradiva qualche simpatia asburgica) avrebbe imparato il mestiere dell'infermiere

Rispetto al caso della compagnia mortai, l'episodio veniva raccontato con tutt'altro trasporto e intensità, benché ovviamente non facesse parte dei ricordi diretti. In particolare, gli pareva divertente riportare la frase lapidaria pronunciata subito dopo il ferimento dal padre Giuseppe,  spesso descritto come una specie di colosso, o di orco: "O'l mori, o'l resta mona", subito seguita dalla battuta "no son morto", con le varianti "no'l xè morto", "son ancora qua", etc.

In questa innocente forma di autodenigrazione spiritosa si manifestano alcune movenze di personalità tutte sue. Il desiderio costante di rimanere sotto tono, in una condizione di modestia autoprotettiva, appena temperato da un pizzico di civetteria, riferibile alla coscienza di essere un uomo intelligente, o anche alla predestinazione del sopravvissuto.

Davvero la scheggia, di cui portava la cicatrice nei pressi della "fontanella", non aveva pregiudicato per nulla la vivacità intellettuale e la prontezza di apprendimento, che in gioventù gli avevano fatto superare con facilità esami di diploma non banali, pur partendo dalla scomoda posizione del "privatista". Il fatto di non avere avuto una carriera scolastica regolare dopo le medie inferiori gli dispiaceva soprattutto per ragioni legate a quella che oggi si chiama "socializzazione". Avere a che fare tutti i giorni con i coetanei, e specialmente con le ragazze, l'avrebbe reso più sciolto e fiducioso nelle proprie qualità, e certo meno timido e isolato, meno insicuro di fronte alle regole e ai comportamenti della vita associata.

Nessuna esperienza di corteggiamento, nessuna appartenenza di gruppo, nessuna rete di amicizie da cui poter trarre un aiuto o un senso  di sicurezza in seguito, in anni di stenti e occupazioni precarie. Si era reso conto tardi, di quanto decisivo potesse essere il capitale dell'esperienza scolastica in una vita. Ma non si lamentava di aver dovuto, in quegli anni, lavorare sodo - come fattorino, apprendista meccanico, etc. - per contribuire a mantenersi e per aiutare C., il fratello più grande che faceva l'operaio ai Cantieri San Marco e che si era assunto il ruolo paterno entro una famiglia smembrata e diminuita, ridotta di fatto a loro due soli, negli anni intorno al fatidico, critico Ventinove.

9. L'origine proletaria, la povertà dei mezzi, la durezza del vivere, l'ambiente sangiacomino, la casa di ringhiera: nei discorsi del papà - negli accenni, per meglio dire - mai ho notato la minima traccia di distacco o di fastidio. Piuttosto, di orgoglio, di affetto, di senso di solidarietà, senza peraltro alcuna venatura politica o di retorica classista.

Certamente non vanno cercate qui le radici di quella tendenza a sminuirsi che aveva preso gradatamente piede nei due ultimi decenni di vita e che mi amareggiava, spingendomi talvolta a rimproverarlo, richiamandolo a un'immagine di sé meno depressa, più consona a quella che aveva tenuto a mostrare in passato, nel teatrino della vita in famiglia, forse anche grazie alla presenza costante e corroborante dei nonni, e alle conseguenti esigenze di contegno.

Ma come faccio a rimproverargli di non essersi mai dato un contegno, di  non essere mai stato un tipo contegnoso, se io stesso detesto le persone di quel genere - chi si valorizza a dismisura, chi sciorina a ogni piè sospinto le proprie realizzazioni, chi abusa del pronome di prima  persona singolare, chi ci tiene a darsi un tono in ogni circostanza, i palloni gonfiati, i "chi son io", gli uomini e le donne supponenti, sussiegosi, sistematicamente assertivi? Solo che mi pareva, ogni tanto, che eccedesse in modestia diminutiva. E mi chiedevo che cosa si agitasse, poi, al fondo di quel desiderio d'insignificanza che talora rasentava l'autoumiliazione.

Proprio dal riconoscere il marchio di famiglia, e dall'avere accettato l'eredità paterna per ciò che riguarda l'educazione al ritegno e alla coscienza dei propri limiti, discendeva la reazione infastidita di fronte a tutto quell'accanimento nel rimpicciolirsi, che faceva intravedere il pericolo di una caduta del rispetto di sé, a sua volta facile da distinguere nei suoi contorni, ai miei occhi esercitati.

10. A volte quella severità eccessiva con se stesso piegava verso il bilancio di vita, il rimpianto, il dolore delle separazioni e delle cose andate storte. Quelle derive non ammettevano replica: non c'era più, forse non c'era mai stata, l'opportunità di correggere, restaurare, rilanciare. Eppure, ci si sforzava di replicare e consolare, contrabbandando fatalmente una visione fasulla del tempo e della vecchiaia.

Non si sa neppure bene perché, forse per un residuo di conformismo cristiano, o per risparmiare a se stessi una quota di condivisione del senso della fine prossima: si scende a patti con l'ipocrisia della consolazione, si dà alimento agli stati d'animo più dubbi e mistificatori,  come la speranza e la rassegnazione, si valorizza il bicchiere mezzo pieno, o meglio, i "fondacci" di bicchiere, si esalta la poca vita residua contro le più evidenti limitazioni materiali, giusto per ottenere un rapido quanto provvisorio soffocamento di una tristezza ben giustificata.

In confronto con altri anziani, però, non si mostrava particolarmente incline ai bilanci pessimistici. Gli occasionali accenni amari si convertivano presto in considerazioni abbastanza pacate sugli attivi dell'esistenza: la famiglia, la moglie, i figli, il lavoro, la buona salute, il perdurare per parecchi anni di una sorte passabilmente buona. Non era  avvelenato dal senso d'incompiutezza.

Può darsi che agisse un riflesso autoconsolatorio e difensivo, ma è più probabile che le difese consistessero nel programma di vita stesso, essenziale, chiaro, sobrio, comune a tutta una generazione diventata adulta con la guerra e il dopo: matrimonio e bambini, pane e lavoro, coscienza pulita e tranquille virtù civili. Il tutto in salsa triestina, con una nota "revanchista" a volte pesante sullo stomaco e un marcato retrogusto austroungarico, garanzia d'integrità nel lavoro e nei rapporti sociali.

11. Anche la propensione a denigrarsi, d'altronde, non presentava un carattere di fissità, ma oscillava, trovando le sue compensazioni in violente quanto estemporanee e brevi filippiche contro tutta una teoria di figure di potenti e prepotenti che per un motivo o per l'altro meritavano tutto lo sdegno piccolo-borghese a sua disposizione, che non era poco e che pescava i suoi argomenti in un nucleo di pregiudizi, stereotipi e risentimenti invariati da tanti anni, in parte risalenti alle simpatie fasciste della giovinezza.

I bersagli erano costituiti da un piccolo esercito di corrotti e mascalzoni, cialtroni e nullafacenti, privilegiati e profittatori, che annetteva intere categorie professionali: parlamentari e sindacalisti, giornalisti e  intrattenitori, intellettuali da studio televisivo e uomini di marketing, pubblicitari in testa.

Benché coinvolto direttamente nelle sue idiosincrasie, e blandamente disapprovato, ma sempre come per finta o per gioco, come una sorta di anomalia o di quinta colonna, non me la prendevo affatto, avendo rinunciato da molto tempo al tentativo d'intaccare le sue certezze, diventate sempre più confuse e contraddittorie, specie in seguito ai cambiamenti tecnologici accelerati e spiazzanti degli ultimi dieci-quindici anni, riassumibili banalmente nel terzetto personal computer-Internet-telefoni cellulari.

E' tipico di molti anziani brontolare e inveire all'indirizzo dei "mala tempora", magari commentando con astio un titolo o una foto sul giornale. La si può considerare una strategia d'incanalamento e scarico della rabbia, una forma di autodifesa, un modo un po' scomposto di  rimanere a galla nel fiume del tempo.

Questo genere di attacchi tuttavia non ha mai fatto parte dello stile né delle abitudini di Mario. Non era così convenzionale né così bilioso. Sì sconcertato, disorientato da un mondo divenuto incomprensibile, quasi assurdo. Forse ciò che più dispiace, nello spettacolo della vecchiaia, è la rinuncia alla curiosità, al desiderio - destinato a rimanere inappagato, come ogni desiderio - di ascoltare, vedere, toccare, comprendere, leggere il mondo intorno a te, fonte inesauribile di nutrimento del tuo mondo interno.

Dispiace poi soprattutto quando la chiusura depressiva e la rinuncia si sovrappongono a un'immagine del passato di tutt'altro segno. Se penso a com'era nel fiore dei suoi anni, ricordo un uomo pieno d'interessi, sveglio, vivace, buon ragionatore, amante della lettura, della musica, del cinema, molto attratto dalle novità e dalle acquisizioni del sapere scientifico. Scienza, più che tecnologia. Entravano in casa buoni esempi di divulgazione: su teoria della relatività, fisica nucleare, cosmologia, "secolo della chimica" e "cacciatori di microbi".

Avrebbe affermato più volte, negli anni a venire (ma forse lo affermava già allora), che il suo principale motivo di rimpianto era non aver potuto diventare insegnante di matematica. Certo doveva avere una buona  disposizione per questa materia, ma non saprei dire se era realmente dotato di talento matematico. La passione in proposito era proclamata, non veramente assecondata. Viene da pensare che l'amore dichiarato per il rigore logico e l'esattezza senza scampo delle matematiche rispondesse a un intimo bisogno di ordine, purezza, affrancamento dai conflitti e dall'incertezza.

13. I prodotti del sapere umanistico erano invece maneggiati con cautela, quasi con timidezza. Tutto ciò che in casa sapeva di humanae litterae era appannaggio del nonno Adolfo, grande enigmista, uomo di eccezionale mitezza e generosità. L'affetto sincero che Mario provava verso di lui toglieva di mezzo ogni traccia di competizione e d'insicurezza. Come tutti noi, si godeva le citazioni dotte, i giochi poetici, le doti di verseggiatore del suocero, "in lingua" e in dialetto, applicate a ogni ricorrenza famigliare.

Ogni cosa che ricordi quegli anni - i manoscritti del nonno, le riviste di enigmistica (Corte di Re Salomone, Penombra, etc.), i libri, le immagini fotografiche - è andata perduta nell'incendio. L'appartamento di via Gatteri, abitato dai Parentin fin dal 1939, è ora un'orribile cavità incenerita, un antro scoperchiato e macerato che si esplora a fatica, sprofondando fino al ginocchio nel nerume dei materiali bruciati, tra scheletri di travature e residui di oggetti carbonizzati e stravolti. Così raccontano, così documentano al computer con gran copia d'immagini i due periti nominati in fretta e furia il giorno stesso del primo sopralluogo disposto dal magistrato nel quadro dell'inchiesta.

Sono immagini di annientamento che la mente stenta a assimilare e a sovrapporre al proprio personale album di fotografie interiori, mai messe in ordine e spesso sfocate, in cui continuano a vivere, dissolvendosi pian piano, secondo i propri tempi, gli oggetti che hanno riempito la casa. I mobili, le suppellettili, anche le cose che non c'erano più da anni e che erano state sostituite da altre più nuove, e di solito più brutte, meno amate.

E naturalmente nelle fotografie di quest'album così fragile, così opinabile, compaiono di continuo, transitano e si fermano per un attimo,  lasciandosi sorprendere, le care figure che hanno abitato la casa lungo i decenni. Su tutte, il suo ultimo abitatore, che la memoria cerca di strappare pietosamente al nero infernale delle macerie e di preservare in uno spazio ancora vivibile, per quanto evanescente.

14. Un primo assaggio dell'annientamento c'era stato la mattina successiva a quella dell'incendio. Andare a vedere di persona in che condizioni fosse la casa era la prima cosa da fare, quasi un passaggio obbligato a cui far seguire una serie di azioni e di mosse, in quel momento alquanto nebulose nei loro contorni.

L"appuntamento con l"amministratore dello stabile era stato preso il giorno prima. Un uomo sopra la quarantina, di alta statura e con un tratto di pratica cordialità, forse un po" facile e meccanica. In ogni caso, mi prende alla sprovvista stringendomi in un vigoroso abbraccio di condoglianze, come se ci conoscessimo da tempo. In effetti, chiarisce subito che col papà aveva un rapporto di affetto e di grande stima, basato sull"aver lavorato insieme con lui, già in pensione ma ancora desideroso di affaccendarsi (e di arrotondare un pochino), per un grosso studio di amministrazione stabili.

Mentre c"incamminiamo verso la casa, poco distante, mi dà qualche informazione sull"incendio, che sarebbe partito dal sottotetto, stando all"opinione di qualche vigile del fuoco da lui sentito.

I segni di annerimento e di devastazione alle finestre del quinto piano fanno ben capire che quella è stata la parte più colpita. Più di ogni altra cosa, impressiona la visione del cielo attraverso le finestre delle stanze da letto e del soggiorno. E" il vuoto stesso a sottolineare la sparizione.

All'improvviso, questione di poche ore, ciò che prima esisteva, ospitava e conteneva non c'era più. Zero.

A ventiquattr"ore dall"incendio, gli abitanti dello stabile, sfollati e sistemati alla bell'e meglio nel comprensorio dell'O.P.P. a San Giovanni, potevano chiedere ai pompieri il permesso di rientrare per sincerarsi dei danni e per vedere di recuperare qualcosa. Non così per la casa di mio papà, senza più tetto né pavimento, come nella canzoncina di Sergio Endrigo. Non c'era neppure modo di sentirsi spossessati o minacciati  nell'integrità dei propri beni, che sembrava essere la principale preoccupazione di un paio d'inquiline (o condòmine: si dice?) affannate e bramose, protese al recupero delle loro croste pittoriche, descritte come opere d"arte, nella speranza di lauti risarcimenti.

Può darsi che l'indebolirsi del senso di realtà sia una forma di difesa opportuna in evenienze del genere. Di certo, mi sentivo stordito, quasi anestetizzato, e questo m'impediva in certa misura di percepire appieno l"entità del disastro. O meglio, la perdita del papà oscura del tutto quella della casa, attenuando e rendendo torpidi gl"interrogativi sulla propria collocazione, sul dove si è, dove si va, dove si ritorna. Il senso d'irrealtà d'altronde fa velo alla percezione stessa della vittima e delle circostanze drammatiche della sua disgrazia.

15. In questo processo di assimilazione per gradi, nelle manovre dilatorie per non essere subito investiti e travolti dal carico di violenza e d"iniquità  di quel fatto orribile, c'entrava non poco la dimensione pubblica dell'incidente. Già dal giorno prima avevo saputo di un servizio televisivo sull'incendio, e la mattina stessa avevo ricevuto dei messaggi di amici che avevano sentito la notizia alla radio. Ma il momento di sfida al senso di realtà era arrivato uscendo da casa di mio nipote, dove avevo passato la notte, e accedendo alla prima edicola di giornali.

Sulla prima pagina del Piccolo, accanto al titolone, mi guarda la faccia della "vittima: Mario Marigonda, 90 anni". Un'immagine a colori, da fototessera, nitida, ben riuscita, un po' datata ma complessivamente fedele, proposta anche nelle pagine interne. Restituisce in pieno, e in meglio, l'espressione del papà in un momento di rilassata normalità, con un accenno di sorriso e uno sguardo intelligente, diretto, protetto dagli occhiali, a ravvivare un viso regolare, ben fatto.

L'ora mattutina dell'incendio ha dato il tempo ai cronisti, malgrado la giornata festiva, di preparare con calma i loro pezzi, raccogliendo commenti di vicini, conoscenti, passanti. Per una volta, ne vien fuori un ritratto positivo, senza macchia, sostanzialmente fedele al valore della persona, con qualche tendenza alla nobilitazione. La banale proprietà nel vestire diventa eleganza, la timidezza distinzione, la buona creanza  signorilità, etc.

Viene data una lettura benigna ai caratteri necessariamente incerti, congetturali di una figura anonima, che merita attenzione solo per il fatto di essere la vittima sacrificale di un disastro che ha colpito l"intera città. L"intensità dell"emozione collettiva ha a che fare con l"antica paura del fuoco, un tempo distruttore di città intere. In molti, ieri, hanno visto il fumo e le fiamme: l"incendio è andato avanti per ore e ore, potrebbe esserci qualche focolaio residuo ancora oggi, ventiquattr"ore dopo.

Piace inoltre che non vi siano cedimenti alla retorica della terza età sola e abbandonata, con i consueti risvolti pietistici e i pistolotti sul degrado della vita in città, la disattenzione del contorno sociale e altre stupidaggini. L'armamentario sociologico e rivendicativo è tutto mobilitato a favore della questione, meno tragica ma non trascurabile, dell'inagibilità della casa e dell'evacuazione di condòmini e inquilini.

16. I resoconti della stampa locale sono così partecipanti e prodighi di dettagli da costituire quasi una celebrazione. Un'attenzione necrologica che non avrebbe mai avuto se fosse morto di morte naturale. E che certamente Mario non avrebbe mai sollecitato né desiderato.

Impossibile non ravvisare una marca ironica, nel vivo contrasto tra il clamore, la risonanza pubblica della sua uscita e il carattere schivo, silenzioso del suo stare al mondo.

Cerco d"indovinare il senso e il tono delle sue reazioni, se fosse qui presente, se potesse leggere i giornali pieni dei commenti sulla sua morte. Mi piacerebbe sentirne la voce, le parole: mi pare quasi di coglierle, tanto è facile lasciarsi andare all"autosuggestione quando le emozioni del dolore e del rifiuto della perdita sono al loro apice.

"Xè tute paiazade", forse direbbe, fustigando per l'ennesima volta la pomposità e la vuotaggine delle cronache, oppure per celare un filo di compiacimento.

Frasi simili, di squalifica sommaria di ogni contenuto retorico, fasullo, esagerato o semplicemente bizzarro proposto dai mezzi di comunicazione nazionali o locali, le avevo sentite più e più volte. Non esprimevano solo il disagio e lo sconcerto di chi non è più capace o  disponibile a assimilare la fantasmagoria delle notizie e delle novità tecnologiche. Testimoniavano anche la determinazione, non so quanto costantemente consapevole, di tener separato l'essenziale dalla pletora dell'inutile.

Altra frase che veniva pronunciata spesso, anche troppo spesso, era "no gà importanza", che a volte veniva a significare, in chiave depressiva, "niente ha ormai più interesse, per me", mentre in altre occasioni serviva a sottolineare la scarsa rilevanza di tutto ciò che sapeva di effimero e che usciva dal novero di poche, universali questioni di fondo.

Una di tali questioni, su cui ritornava con particolare insistenza, riguardava il tema dell'infinito. Di solito si limitava a considerare la serie ascendente dei numeri naturali, anziché cercare di attingere esempi dalla geometria o dal calcolo infinitesimale. L'idea di una sequenza illimitata, che non si potrà mai chiudere, dal momento che, per quanto spropositato sia il numero più grande che uno riesce a pensare, basterà aggiungere una sola unità per superarlo, e così via, senza fine, lo lasciava sempre affascinato e stordito.

Gli aspetti paradossali e insondabili del concetto d'infinito, riferito ai numeri o allo spazio cosmico, lo esaltavano per un momento e poi cedevano il posto a considerazioni inutilmente svalutative e senza speranza sull'uomo, sulla sua insignificanza, sulla miseria della nostra razionalità, e così via.

17. Un altro mistero su cui tendeva a intrattenersi, e a impantanarsi inesorabilmente, chiamava in causa nientemeno che la creazione dell'universo, o anche, in una variante più domestica, la nascita della vita sul nostro pianeta.

Qui la sfida alle possibilità di comprensione e l'imbarazzo conseguente avevano a che fare con il nulla, o meglio, con il passaggio tra il nulla e il qualcosa: un salto, una discontinuità, una smagliatura che sfuggiva a qualsiasi spiegazione e che si comprendeva tanto più difficilmente quanto più si propendeva a immaginarla come un evento circoscritto,  collocabile in un tempo definibile.

Anche il problema della crescita e formazione degli esseri viventi a partire dal seme fino al pieno sviluppo dell'organismo lo turbava non poco. Si chiedeva com'era possibile che un ovulo fecondato, un embrione, un fermento, una spora, una semplice potenzialità, un'entità di minuscole dimensioni cominciasse a un certo punto a svilupparsi, determinarsi, differenziarsi, secondo tempi e tappe inesorabilmente precisi. immutati di generazione in generazione. Lo lasciava scosso il pensiero della costanza e dell'esattezza del processo, che non prevedeva, salvo rarissime eccezioni, alcun incidente di percorso, alcuna deviazione o confusione tra le specie.

Arrivava talvolta a alzare la voce, nell'enfasi delle domande retoriche sulla sapienza innata del seme, che secondo lui non aveva una spiegazione convincente. Ogni tentativo di spostare il discorso sul codice genetico, la scoperta del DNA, le sequenze di aminoacidi era rintuzzato con un'accusa di mistificazione e confusività: Ciò che lo turbava, al fondo, era il perché di tutto questo, il perché della vita.

Ci sarebbe voluto poco a scivolare verso la teologia e l'esistenza di Dio. Argomenti che non lo appassionavano.

Apparteneva a una generazione  che probabilmente aveva accettato già con una certa stanchezza l'eredità eventuale di devozione e fede nella trascendenza, e non era disposta a impegnarsi a fondo per verificare e approfondire questioni che ormai suonavano inattuali. Gli aspetti più ingenui della religione cristiana, il paradiso, le anime del purgatorio, la resurrezione, ma anche quelli più profondi e insondabili, la trinità, l'incarnazione, la croce, apparivano senza rimedio consunti, messi fuori gioco dal potere solare delle scienze e della tecnologia, pragmatico prima che esplicativo.

Parlava con evidente rispetto di Gesù come di una persona eccezionale, un capo religioso e un utopista che aveva diffuso e difeso idee indubbiamente giuste, rivoluzionarie, sacrosante si potrebbe dire, che in seguito non avevano incontrato applicazioni adeguate e accettabili, come di norma accade dopo una rivoluzione. Del cristianesimo delle origini, le parole d'ordine che approvava con più calore erano quelle di tipo pacifista e "socialista". Secoli e secoli di  stragi, abusi e ingiustizie, spesso per iniziativa o con la complicità dei rappresentanti stessi di Cristo, lo rendevano quanto mai scettico sulle virtù e sull'utilità delle religioni costituite.

Su un piano più speculativo, ciò che faceva più seriamente ostacolo alla fede in Dio era l'esistenza del male. La condotta e la presenza stessa di Dio, in certe circostanze di degrado e negazione dell'umanità, sembravano quanto meno dubbie. Se davvero esisteva e aveva dato il suo tacito consenso al trionfo delle forze del Male, se ne poteva anche fare a meno: non era poi una compagnia così raccomandabile.

18. Negli ultimi tempi la nipote S., devota e credente, figlia del fratello C., veniva spesso a trovarlo nei periodi in cui si trovava a Trieste. Gli parlava di temi religiosi e l'aveva convinto a riprendere, la frequentazione della chiesa, abbandonata da moltissimi anni. Ci andava una volta per settimana, alla domenica, forse più per affetto e per gentilezza che per convinzione. E proprio una domenica se n'è andato, chissà se di ritorno dalla messa o prima della passeggiata a Sant'Antonio Nuovo.

Può darsi che la condiscendenza cristiana sia da mettere in relazione con la devozione tutta speciale che aveva manifestato in tempi recenti

verso la sua mamma, di cui teneva una fotografia sul comodino che guardava spesso e che lo inteneriva. L'immagine mostrava una donna non bella, dall'espressione assorta e un poco triste, non priva di dolcezza. Si chiamava Paola T. e, a differenza del marito, aveva avuto una certa istruzione, grazie alla condizione sociale non bassa della famiglia di provenienza. O meglio, era stata educata e cresciuta entro quella famiglia dal cognome boemo, ma in uno stato di minorità, in quanto figlia naturale, errore di gioventù di una ragazza perbene.

Mario doveva aver amato profondamente quella madre cagionevole e delicata, prostrata dalle troppe gravidanze, che l'aveva lasciato solo all'età di dieci anni o giù di lì. Se n'era andata per una grave malattia, dopo anni di sofferenze, Lui parlava ancora di quella morte come di una perdita irreparabile, mai del tutto accettata.

Certo, era sopravvissuto, ma continuando nell'intimo a sentirsi un orfano. Ovvero abbandonato, solo, radicalmente insicuro, anche a causa di un padre pressochè assente, una specie di orco, non di rado impegnato in bevute interminabili e in gare di voracità. La sua unica foto disponibile, che ritraeva un volto minaccioso e congestionato, giaceva nascosta in un album polveroso.

Quell'uomo eccessivo anche nelle proporzioni corporee e nella forza fisica sembrava avere avuto, tra gli altri torti, quello di costringere la moglie, le rare volte che compariva in casa, a bruschi, estemporanei accoppiamenti che immancabilmente si risolvevano in gravidanze, il più delle volte finite male. Il vecchio e stropicciato statino di famiglia che mi era stato mostrato un paio di volte evidenziava una lunga serie di bambine non nate, o meglio, morte poco dopo il parto, a motivo probabilmente di un'incompatibilità genetica scontata unicamente sul versante femminile.

19. Colpiva, a distanza di quasi un secolo, il persistere della condizione dolorosa dell'orfano, forse riacutizzata dalla scomparsa recente della moglie, una sorta di replica dell'esperienza della perdita infantile. In un modo o nell'altro, il ritorno al tempo dell'infanzia, così spesso implicito nella vecchiaia più avanzata, ne accentua la vulnerabilità. Benché fosse  una persona poco incline al patetico e all'autocompatimento, la fragilità e la delicatezza emotiva del papà davano regolarmente motivi di riflessione, e di contagio emotivo, se appena ci si concedeva di evitare le facili reazioni d'indurimento e le manovre usuali per uscire dall'imbarazzo.

Riandando al passato, ci si deve rimproverare le occasionali critiche, con marcate venature di derisione, verso i suoi pretesi eccessi di sensibilità. Come quando, in un lontano Natale, gli era stato regalato un  gattino, o forse una gattina, che in breve tempo aveva contratto un

tumore maligno e che il veterinario aveva dovuto sopprimere, lasciando un lutto e un vuoto che il papà si era rifiutato di risolvere sostituendo, come gli era stato proposto, la povera bestiola con un'altra.

Oggi tendo a considerare questo nucleo tenero come una forza, un lascito potenzialmente prezioso. Lo si poteva vedere all'opera nelle espressioni di rispetto per le donne, o meglio, per l'eterno femminino, che forse rispecchiavano il rapimento che doveva aver provato verso la madre, trasferito più tardi sulla sua amata C.

Qui, più che altrove, era possibile rintracciare un tratto quasi religioso, di sacralizzazione, che in superficie si poteva anche scambiare per timore, e che aveva prodotto un atteggiamento di persistente timidezza.

Certo non era mai stato capace di assumere su di sé alcuna forma di vanteria e glorificazione virile, privilegiando il più radicale riserbo sulle vicende erotiche e lasciando intravedere una quota non trascurabile di repressione e controllo.

Ci si può però chiedere quanto facesse gioco, ai figli, accentuare nei genitori gli aspetti di rinuncia e di sublimazione più o meno riuscita, sedimentati nel carattere, nella timidezza sociale, nel linguaggio privo di concessioni ai bassi istinti.

Tante volte, con gli anni, si è affacciata la fantasia di poter scoprire, nelle pieghe del passato di mio padre, qualche indizio, qualche risvolto orgiastico, o quanto meno sconveniente. Niente da fare, stando alle testimonianze dirette e alle occasionali confidenze.

20. Una decina d'anni orsono, tuttavia, mi aveva fatto un gran piacere pescare tra le vecchie foto un'immagine di Mario e C. giovani e appena fidanzati a braccetto per la strada, in un momento imprecisato all'inizio degli Anni Quaranta. Di sicuro non dovevano essersi accorti dell'obiettivo puntato su di loro, tale era la naturalezza e l'intensità delle espressioni, la sensazione di piena reciproca appartenenza di quel procedere uniti, quasi al passo.

Lei indossa un vestito leggero, a piccoli motivi floreali, con le spalle accentuate, secondo la moda singolarmente seducente di quegli anni. Il trucco deciso sottolineava la forza dei lineamenti e gli occhi attenti.

Lui è forse meno elegante, ma appare ugualmente bello, serio, concentrato, preso da chissà quali parole, progetti, promesse.

C'è anche - la conservo da qualche parte - un'altra fotografia di quel giovane uomo pieno di energie, risalente a quello stesso periodo di amore conquistato e d'ingresso in una famiglia vitale, calda, discretamente assestata, che lo ripagava di lunghi e tristi anni di solitudine e aridità affettiva. In quest'altra immagine compare in divisa da sottotenente dell'esercito.

Il corso ufficiali aveva significato molto per lui, sia sul piano dell'acquisizione di uno status non più proletario, sia come accesso a uno stipendio decente. Si era poi anche sposato, in divisa. Con un certo candore, mi aveva raccontato che indossare l'uniforme da ufficiale in quella e o in altre circostanze di qualche impegno lo aveva liberato dall'imbarazzo di procurarsi un abito elegante, che non possedeva e che soprattutto non avrebbe mai saputo scegliere bene, non potendo appoggiarsi a un qualsiasi modello o canone estetico sicuro.

Di quella lontana cerimonia nuziale non era mai esistita alcuna documentazione visiva. A., il fratello maggiore della mamma, aveva promesso che ci avrebbe pensato lui, avendo affermato con baldanza di essere perfettamente in grado di assolvere al compito di fotografo ufficiale. Anzi, di unico fotografo: più che sufficiente, in quei tempi di penuria. Alla prova dei fatti la sua si era rivelata una millanteria: non una sola immagine era stata prodotta, non so per quale forma d"incuria o errore tecnico imperdonabile.

21. Non posso dunque rimpiangere, nell'annientamento di ogni immagine, lettera o ricordo materiale della nostra famiglia, la perdita di quel servizio fotografico, il cui fallimento faceva ancora sorridere a distanza di parecchi decenni. Un piccolo sollievo alla desolazione conseguente alla distruzione delle tracce documentarie della storia famigliare è venuto da una direzione inaspettata.

Al funerale, nella piccola folla di parenti e amici, confusa con altre piccole folle stazionanti nello squallido spazio dell'obitorio di via Costalunga, frutto dell'ingegno di qualche architetto evidentemente esperto in lager e istituzioni totali, sono stato avvicinato da una persona  che non avevo mai visto prima. Un uomo piccolo di statura, con begli occhi azzurri e un viso abbronzato, non più tanto giovane, ma ancora abbastanza in forma, con l'aspetto sano di chi sta spesso all'aria aperta e si tiene in esercizio fisico. Si è presentato: C.

Dopo un momento di buio, il suo nome ha trovato i collegamenti necessari. Era il figlio di un amico stretto del papà, e ancor più del fratello C., un'amicizia che risaliva agli anni di San Giacomo. Ricordo bene, sia pure con ampie lacune, di aver conosciuto il "sior C. ", che faceva il bidello presso le scuole di Via Rittmeyer. Proprio lì mi aveva portato mio padre, in visita al vecchio amico, di cui parlava sempre con affetto, nelle occasioni, non tanto numerose, in cui rievocava episodi e atmosfere di prima della guerra.

Proprio alla fine degli anni Trenta risalivano le foto, racchiuse in un piccolo album, che C. figlio mi aveva porto con semplicità subito dopo le presentazioni. Mio padre, che doveva essere allora tra i diciannove e i venti, compare in tutte le fotografie, quasi tutti ingrandimenti e quindi leggermente sgranate, insieme al donatore, bambino di pochi anni, ai suoi genitori, ad altre presenze amiche di cui non so nulla.

Le immagini li ritraggono all'aria aperta, in gruppetti più o meno numerosi, talvolta in posa, in tre circostanze di svago domenicale.

Due escursioni: l'una al Monte Lanaro e l'altra al castello di San Servolo, ora al di là del confine sloveno. Una giornata al mare, a Muggia, ai bagni San Rocco, che oggi non ci sono più.

Nella salita Mario si è issato sulle spalle il bambino, mentre in cima al Monte Lanaro, presso il cippo che contrassegna il punto più alto, se ne sta in mezzo al gruppetto, tutti fieri di essere arrivati fin lì. Indossa pantaloni alla zuava e scarpe per camminare, ben lontane dal Vibram e dal Goretex.

Le scene sono avvolte da un'aura di serenità e di calma, senza segni di euforia o sguaiataggine: gente semplice che passa il tempo in modo semplice, senza tensioni, quasi assorti nel loro giorno di pausa dalle fatiche usuali. Non c'è il Fronte Popolare, c'è il Fascio, ma in fondo fa lo stesso.

Osservando con attenzione i tratti del volto del papà, s'intravede una certa somiglianza con la fisionomia del figlio di D., che porta il mio

stesso nome. Ma c'è anche qualcosa che ricorda mio fratello S., quasi l'anticipazione di una convergenza fisiognomica che si sarebbe manifestata nel tempo: un'affinità innegabile, non solo fisica, ma espressiva e di carattere, di modo d'essere.

Le immagini marine sono forse quelle che esaltano di più la vigoria e la bellezza di quel giovanotto che nessuno di noi, figli o nipote, ha potuto incontrare in quel momento della sua vita. La cuffia bianca di gomma, tipica dei nuotatori del tempo, rende il viso meno immediatamente riconoscibile. A torso nudo, già per metà in acqua, il corpo appare asciutto, forte, singolarmente ben proporzionato. La postura naturale e ben bilanciata non riesce tuttavia a cancellare la lieve nota di malinconia presente nel viso, serio e pensoso in quasi tutte le immagini. Un velo di tristezza che attenua il trionfo della gioventù e della vita.

22. Intenerito dal tranquillo vigore di quel giovanotto ignaro che sarebbe diventato padre di lì a qualche anno, ma già così affettuoso con il bambino dell'amico, ripenso per contrasto alla crudeltà della sua sorte, del suo finale. Non è tanto la sepoltura che mi rattrista, a quasi due settimane dalla morte. Piuttosto, si riaccende la rabbia e il senso di minaccia sperimentati otto giorni prima, in occasione dell'incontro in Tribunale, subito dopo l'apertura del procedimento penale contro un vigile del fuoco triestino, di cui ignoro il nome.

Costui, avendo ricevuto durante la notte una doppia chiamata di una donna che abita proprio di fronte alla nostra casa andata in fumo e che aveva sentito odore di bruciato, si era limitato a comunicare la segnalazione alle macchine della polizia presenti nella zona, senza scomodare i mezzi dei pompieri, la cui uscita avrebbe potuto forse salvare la casa e la vita a mio padre.

Apparsa la notizia sul giornale, il sostituto procuratore ha ritenuto di inviare un avviso di garanzia al centralinista dei vigili del fuoco. Più per dovere e per cautelarsi, mi par di capire, che in base a un  convincimento sull'effettiva responsabilità di quella persona apparentemente negligente. Ad ogni modo, siamo stati convocati in gran fretta come parte lesa.

Nella stanza del magistrato, dove trovo l'avvocato della difesa, un tipo  aggressivo ma non antipatico, dal cognome germanico e dal piglio fascistoide, fa piuttosto caldo e si prova un disagio d'incerta origine. Non so se dipenda da ataviche diffidenze verso i luoghi della giustizia. O se ci sia qualcosa di sgradevole nella persona del sostituto procuratore, che in superficie cerca di essere gentile con il parente stretto della vittima, scivolando però subito in atteggiamenti di sbrigativo paternalismo verso quella presenza profana. Vien subito da pensare che la sua preoccupazione dominante non sia l'accertamento della verità e delle responsabilità, ma la correttezza formale degli atti e dei passi del procedimento.

Cordiale e ciarliero in superficie, l'uomo si rivela nella sostanza freddo, cauto, procedurale. Già l'aspetto e le movenze mi sono piaciute poco fin da subito. E' piuttosto peloso, un topone meridionale tra i quaranta e i cinquanta che ci tiene ad apparire disinvolto, bene acclimatato, sportivo, con la sua barba volutamente trasandata e la camicia a scacchi rimboccata quasi al gomito. Ha una faccia più furba che intelligente, non bella, occhi mobili e molti capelli, una maschera di affabilità che a stento tiene a bada l'arroganza del funzionario che non deve rendere conto a nessuno.

Dirige le operazioni con sufficiente polso e spirito pratico, senza distrarsi. Il compito del momento è la nomina dei periti. Quella del medico legale si risolve in pochi minuti, senza storie da parte dell'avvocato dell'indagato, e subito dopo tocca al capo dei vigili del fuoco di P., ovvero al consulente scelto dal magistrato per ricostruire la dinamica dell'incendio. L'ingresso di questo personaggio però cambia il tono della riunione, ne evidenzia il carattere fittizio, mi toglie qualsiasi fiducia, mi getta nello sconforto.

Presentato come un'autorità indiscutibile, il capo dei pompieri pordenonesi veste come un mafioso di basso rango. Un completo grigio perla, con una camicia a grosse righe nere e grigie, ripresa da una cravatta bicolore più scura e altrettanto pacchiana, sempre sui toni del nero e del grigio. Un grosso orologio da polso placcato oro, un paio d'occhiali da lettura a tracolla e un anellone al dito completano il quadro. Non gli guardo le scarpe né l'eventuale unghione del dito mignolo, preso come sono da una viva antipatia per la sua faccia. Sapevo da prima che entrasse il suo nome proprio, A., ma avevo cercato di non farmi influenzare da pregiudizi di sapore leghista. La sua faccia invece me li conferma, aggravandoli, se possibile.

Pallore olivastro, maschera livida, inespressiva, occhi spenti, indifferenti, cattivi, sguardo obliquo, che evita l'interlocutore a cui non si deve ossequio. Benché nato a P. e ben sopra la cinquantina, parla ancora con accento meridionale. La voce è atona, l'eloquio incerto, i contenuti privi di rilevanza e di qualsiasi traccia d'interesse per il lavoro che lo aspetta. L'unico momento in cui sembra animarsi è quando chiede al piemme, insistendo e tornando più volte sull'argomento, se potrà usufruire di una macchina di servizio per gli spostamenti tra P. e Trieste. Sono certo, a questo punto, di avere davanti a me un miserabile funzionario borbonico, uno dei più ottusi.

Non riesco a dimenticare il misto di rabbia, risentimento, delusione, sospetto di essere stato manipolato e raggirato, con cui esco dal tribunale. Dopo avere smaltito lo stordimento e reagito all'ondata di desolazione che mi ha investito, comincio a muovermi per trovare dei periti da affiancare allo sciagurato burocrate. Ipocritamente, mi hanno dato facoltà di nominarli, ma il sopralluogo è stato fissato di lì a poche ore, anche per venire incontro ai comodi del terrone p. Con un po' di fortuna, e con l'aiuto di un avvocato sentito per telefono la mattina presto, ci riuscirò. Ho la sensazione di dover proteggere il papà da una minaccia postuma che potrebbe danneggiarlo, coartarlo, offenderlo nella persona e nella memoria. I morti, si sa, hanno sempre torto, sono loro i veri discriminati, i più deboli tra i deboli.

23. Certo, le complicazioni che lasciato dietro di sé il papà con la sua clamorosa uscita di scena sono notevoli. Lui però se ne sta in pace, mi piace pensare, appagato nel suo desiderio di andarsene all'improvviso,  senza penosi strascichi di malattie e infermità. La terra se lo è ripreso, ma mi visita di tanto in tanto. Non troppo spesso, e non troppo rumorosamente, secondo il suo modo quanto mai discreto.

Sarà difficile sedersi senza di lui al bar del Viale che preferiva per via dell'efficienza del servizio. Quando prendevamo posto ai tavolini di quel locale, poco dopo le dieci del mattino, pronti a ordinare un "capo" in bicchiere o in tazzina, non riusciva a mettersi a suo agio, ma si mostrava agitato, prima per richiamare l'attenzione del cameriere, e subito dopo per pagare il conto e lasciargli una mancia attentamente commisurata. Più che un'occasione per rilassarsi, sembrava un compito imposto, una pratica da sbrigare.

Forse si faceva sentire la solitudine, il vuoto lasciato dalla moglie, che per tanti anni l'aveva accompagnato in quelle brevi sedute al bar con passeggiata. Era inutile, di solito, sforzarsi di distrarlo con la conversazione, seria o leggera, divertente o pedante che fosse. Continuava a stare sulle spine, fino al momento di alzarsi e riavviarsi verso casa.

Qualche volta mi allontanavo prima, per andare al mercato coperto o per altre incombenze. Lo salutavo allora con ostentata cerimoniosità, dandogli la mano, come a un signore di riguardo appena conosciuto, e lui stava al gioco, accennava a un inchino con la testa, mi diceva 'ossequi', o cose simili, davanti agli altri anziani avventori, vagamente perplessi.

Il lessico famigliare includeva da sempre numerosi, codificati motivi di scherzo, piccole "remenade", cenni spiritosi che si ripetevano ogni tanto. Certo, ripensando ai miei primi vent'anni di vita, la figura del papà nella sua età di mezzo mi riappare ben più animata e disponibile a battute e prese in giro, lontana dall'anziano stanco, ansioso e amareggiato degli ultimi tempi.

La vivacità di un tempo però non si era mai del tutto spenta. Talvolta scaturiva, a sorpresa, dai giochi enigmistici a cui si dedicava, da solo o insieme a me, negli ultimi mesi. Gli scampoli di lucidità e di memoria lo rendevano autocritico, anziché compiacerlo. Ripensando al passato, alle tante imprese cominciate e lasciate a metà, si doleva della propria incapacità di approfondire come si deve un qualsiasi interesse,  argomento, talento. Rovescio della medaglia di un'intelligenza pronta, di un veloce apprendimento. Eppure è proprio il ricordo della sua vivacità d'idee e d'intuizioni che conservo dentro di me con più piacere, che desidero mantenere più a lungo. Una vivacità che fa assonanza con vitalità. Con vita.



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