Legislazione e Giurisprudenza, Successioni, donazioni -  Mazzon Riccardo - 2016-10-27

Eredità e successione: la decadenza dal diritto di accettare conseguente allactio interrogatoria - Riccardo Mazzon

Chiunque vi abbia interesse può chiedere che l'autorità giudiziaria fissi un termine - di decadenza - entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all'eredità: trascorso questo termine, senza che il chiamato medesimo abbia fatto la dichiarazione, egli perde il diritto di accettare.

Chiunque vi abbia interesse può chiedere che l'autorità giudiziaria fissi un termine - di decadenza: cfr. Cass., sez. II, 10 aprile 2013, n. 8776, DeG, 2013, 11 aprile - entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all'eredità: trascorso questo termine, senza che il chiamato medesimo abbia fatto la dichiarazione, egli perde il diritto di accettare (cfr., amplius, il capitolo terzo del volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015).

La perdita del diritto di accettare l'eredità - ex art. 481 c.c. - comporta anche (1) la perdita della qualità di chiamato all'eredità e, di conseguenza, (2) l"eventuale totale inefficacia della chiamata all'eredità per testamento (cfr. anche Cass., sez. VI, 20 ottobre 2014, n. 22195, DeG, 2014, 21 ottobre).

Più compiutamente, in tema di successioni per causa di morte, il termine fissato dal giudice, ai sensi dell'art. 481 c.c., entro il quale il chiamato deve dichiarare la propria eventuale accettazione dell'eredità, anche con inventario, è un termine di decadenza, essendo finalizzato a far cessare lo stato di incertezza che caratterizza l'eredità fino all'accettazione del chiamato; ne consegue che dal decorso di detto termine, in assenza della dichiarazione, discende la perdita del diritto di accettare, rimanendo preclusa ogni proroga di esso,

"senza che rilevi in senso contrario la possibilità di dilazione consentita dall'art. 488, comma 2, c.c. unicamente per la redazione dell'inventario" (Cass., sez. II, 26 marzo 2012, n. 4849, GCM, 2012, 3, 405).

Il decorso del termine di accettazione, in tal modo fissato dal giudice, a termini dell"art. 481 c.c., impedisce la revoca della rinunzia all"eredità (così anche Trib. Bari, 23 marzo 2011, www.giurisprudenzabarese.it 2011).

Spesso, la domanda tesa a sollecitare i chiamati ad esprimersi nasce nel corso di procedimenti giudiziari; così, nel processo di esecuzione, gli stessi esecutati possono chiedere al giudice di fissare un termine, ai sensi dell"art. 481 c.c. e 749 c.p.c., perché gli eredi, i cui beni sono stati pignorati - nella fattispecie oggetto della pronuncia infra epigrafata: dall"amministrazione finanziaria -, dichiarino se intendano rinunziare o accettare l"eredità (così Trib. Messina, sez. I, 14 giugno 2005, www.dejure.it); ancora, è stato deciso che, nel giudizio di divisione ereditaria, qualora gli eredi invochino in primo grado, come titolo successorio, il proprio diritto di rappresentazione rispetto al genitore che ha rinunciato all'eredità, costituisce domanda nuova - come tale inammissibile in grado di appello - quella con la quale i medesimi, nel successivo giudizio di secondo grado, ribadiscono la domanda di divisione sul diverso presupposto per cui, non avendo il genitore redatto l'inventario nei termini di legge ed essendo il medesimo nel possesso dei beni ereditari, la sua rinuncia sarebbe da ritenere priva di effetto; in tal caso, infatti,

"la domanda di divisione proposta in qualità di eredi si trasforma in una domanda tesa a sollecitare i chiamati ad esprimersi sulla volontà di accettare o meno l'eredità" (Cass., sez. II, 20 settembre 2010, n. 19884,GCM, 2010, 9, 1240).



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