Articoli, saggi, Ordinamento penitenziario -  Fiorentin Fabio - 2014-06-02

ERGASTOLO OSTATIVO E PENA RIEDUCATIVA - Monica MURRU - Fabio FIORENTIN

A margine del convegno di Nuoro, le interessanti riflessioni di Monica Murru (f.f.)

ERGASTOLO "OSTATIVO" E PENA RIEDUCATIVA

di Monica Murru

Il tema dell"ergastolo nella sua variante ostativa ed il regime del carcere duro (art.41 bis) sono stati gli argomenti che hanno infiammato il dibattito del 28 febbraio u.s. nella "sala convegni" della Casa Circondariale di Badu e carros.

Ha aperto i lavori l"avv. Gianni Sannio, decano della Scuola Forense di Nuoro ed illustre protagonista dei più grossi processi di spicco in Sardegna negli ultimi 40 anni, il quale, con un"analisi approfondita ed efficace della storia della cultura giudiziaria nell"isola, ha spiegato come dietro il concetto di pena c"è sempre una scelta culturale, una concezione del diritto e del processo ed in definitiva, una scelta di metodo.

Partendo dai due orientamenti contrapposti che negli anni "70 hanno visto, da un lato, i teorici delle soluzioni militari, del gas nel Supramonte di Orgosolo, delle pene eterne tipiche del vecchio regime inquisitorio e, dall"altro, i fautori della pena come trattamento rieducativo e risocializzante del reo - propria del processo moderno di stampo accusatorio - si è arrivati a discutere di giustizialismo e garantismo e della necessità di scegliere in armonia con il dettato costituzionale.

Sul presupposto che non esiste pena se non c"è prova della colpevolezza dell"imputato, la domanda che ha impegnato la coscienza dei corsisti è stata ancora una volta: il delitto è scritto nel cervello del reo o nella società? È un dato o un risultato? È il prodotto storico delle contraddizioni dell"interno di chi precipita nel reato o è il prodotto dell"ambiente familiare e del contesto sociale del reo?

Se tre sono le componenti che influenzano l"autore del reato: la componente biogenetica, la componente familiare e la componente casuale, è possibile non tenerne conto nel momento in cui si deve comminare la pena?

E se il comportamento criminale è un comportamento appreso – come sostiene Sutherland della Scuola differenziale – ed il delinquente non solo è una persona normale ma capace di calcolare rischi e vantaggi dell"azione criminosa ( Becker,) possiamo dire che il disvalore della condotta delinquenziale si capisce solo quando si apprende il valore dell"onestà?

Ebbene, la risposta è stata unanime: questo valore che, evidentemente, si riscopre solo in caso di autentico pentimento ed effettiva resipiscenza, non può essere indotto con la repressione e la vessazione, né tantomeno con l"acculturazione coatta, con il paternalismo e la manipolazione violenta della personalità del reo.

Nell"attuale sistema penitenziario il reo, invece, continua, purtroppo, ad essere spesso confuso con il peccatore e come tale ritenuto suscettibile di un trattamento che lo conduca ad un ravvedimento più esteriore che interiore, possibilmente in chiave utilitaristica per lo Stato che, nei reati ostativi, non si fa scrupolo di condizionarlo ad un atteggiamento collaborativo e delatorio.

Particolarmente intenso e toccante è stato l"intervento del Dott.  Marcello Dell"Anna, ergastolano ostativo in espiazione a Badu e carros e relatore nel medesimo convegno che, nel raccontare la propria esperienza ha, tra le altre cose, posto l"accento sulle conseguenze nefaste sul fisico e sulla psiche dell"essere umano in stato di detenzione, soprattutto quando la stessa si protrae per lunghissimi periodi.

Per non parlare delle contraddizioni di un sistema che, completamente cieco e determinato nel pretendere la collaborazione del reo ad ogni costo, arriva all"assurdo di valutare in modo differente la situazione di due coimputati di uno stesso crimine, per i quali - previo il vaglio di due distinti magistrati di sorveglianza, competenti rispettivamente per il territorio in cui si trova in espiazione ciascuno dei predetti coimputati - riesce ad accertare l"impossibilità della collaborazione per uno ("perché riesaminati tutti i fatti e responsabilità non residuano spazi inesplorati") mantenendo l"esigibilità della collaborazione per l"altro!

Perché, al di là del paradosso, come ha ben sottolineato l"Avv. Ladislao Massari del foro di Lecce, nei confronti degli ergastolani ostativi vi è l"imposizione della delazione; a loro è richiesto qualcosa che non è imposto a nessun altro, in una visione miope e strampalata, concentrata non tanto sul ravvedimento interiore del reo quanto piuttosto sul pentimento collaborativo del medesimo che, in forza della normativa in vigore, non può essere scevro da prospettive utilitaristiche.

Da qui l"applicazione di una pena che esclude a priori l"accertamento periodico della pericolosità che è sempre presunta, in un meccanismo perverso di automatismo legislativo che, di fatto, priva i giudici della necessaria discrezionalità ed i condannati per reati ostativi del diritto alla speranza.

La verità è che – come giustamente osservato dalla Prof.ssa Francesca Cortesi, docente di diritto penitenziario all"Università di Cagliari - la nostra non è una società garantista, la nostra è una società le cui leggi sono espressione di ciò che vuole la gente perché il legislatore ha imparato a dare solo risposte ai casi concreti, ricorrendo in continuazione all"urgenza del decreto legge e tenendo in piedi da oltre vent"anni un regime (quello del 41 bis) che non fa onore alla nostra democrazia, sia perché continua ad essere un provvedimento di natura amministrativa sia perché ha tra i suoi possibili destinatari anche soggetti che non hanno avuto una condanna definitiva ( gli imputati).

Ne discende che dovremo tutti riflettere sul fatto che il nostro paese, così apparentemente civile e moderno, da sempre patria dell"arte, del diritto e della cultura continua a ragionare con la pancia ed a ritenere che l"inasprimento delle pene possa essere un deterrente più che l"investire in carcere, più che il creare modelli di giustizia riparativa (Prof.ssa Patrizia Patrizi), peraltro con l"arroganza di chi si permette il lusso di sdegnarsi ad alta voce di fronte alle immagini di Guantanamo, dimenticando le condizioni dei nostri detenuti in regime di 41 bis.

L"auspicio, dunque, per usare le parole dell"Avv. Sannio, non può che essere quello di una rottura epistemologica che porti a scardinare una volta per tutte il sistema inquisitorio per arrivare finalmente ad una pena che redima e non distrugga la vita.

D"altro canto se nel 348 a.C. Platone parlava di pena come medicina dell"anima, configurandola come un farmaco capace di guarire il reo, è davvero emblematico della nostra arretratezza il fatto che, migliaia di anni dopo, l"uomo non abbia ancora abiurato all"idea di un reo inguaribile, irrecuperabile, degno solo di stare in una gabbia, talvolta per sempre e per di più con l"onere di provare ai suoi simili di non essere più pericoloso!



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