Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2015-12-21

ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE E SUOI ELEMENTI ESSENZIALI - Cass. Pen. 50063/15 - F.M. BERNICCHI

Diritto penale

Esercizio abusivo della professione anche per il massaggiatore

Il principio di correlazione fra accusa e sentenza non è esaminabile per Cassazione

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione sez. VI Penale, sentenza 16 settembre – 21 dicembre 2015, n. 50063 relativa al tema dell'esercizio abusivo della professione e suoi elementi essenziali e il principio procedurale di correlazione tra accusa e sentenza

Il fatto, in breve: l'imputato (M. G.). veniva condannato in appello con sentenza che modificava il primo provvedimento di condanna di primo grado, confermando le statuizioni civili, in ordine al reato di cui all'art. 348 cod. peni r per aver esercitato abusivamente la professione di massofisioterapista della riabilitazione e di massaggiatore, fino al 30 giugno 2003.
2.I1 ricorrente deduce, con il primo motivo, indeterminatezza dell'imputazione, poiché non sono indicati gli atti, ascrivibili alle indicate professioni, concretamente posti in essere dall'imputato.

La Corte, tuttavia, dichiara la prima censura infondata. Occorre, al riguardo, prendere le mosse dal rilievo che il requisito della determinatezza dell'imputazione è funzionale all'esplicazione del diritto di difesa, poiché la genericità della contestazione incide negativamente sulla possibilità, per l'imputato,di effettuare una scelta meditata sulla linea di difesa da assumere (Cass. 9-1-1992 , Giorgetto). Dunque, ai fini dell'integrazione degli estremi del requisito dell'enunciazione del fatto in forma chiara e precisa, di cui ali' art. 429 cod. proc. pen. , è sufficiente che, sulla base della contestazione, sia possibile individuare i tratti essenziali dei fatto di reato attribuito, con un adeguato livello di specificità (Cass., Sez. 1, 19-11-1999 n. 382/00, Rv. 215140), in modo da consentire all'imputato di difendersi in ordine ad ogni elemento di accusa. ( Cass., 22-11­1994, Ricci ).

Nel caso in disamina, l'imputazione fa riferimento all'esercizio abusivo della professione di massofisioterapista della riabilitazione e di massaggiatore, in Legnago fino al 30 -6-2003. II fatto, come correttamente rilevato dal giudice a quo, è pertanto sufficientemente descritto, specificandosi nell'imputazione, oltre alla norma che si assume violata, l'attività svolta, il luogo e l'arco temporale di esplicazione della condotta e la professione abusivamente esercitata. I lineamenti fattuali dell'addebito sono pertanto contestati in modo idoneo a consentire l'esercizio del diritto di difesa.

Con il secondo motivo, più interessante, la difesa deduce difetto di correlazione tra accusa e sentenza, poiché l'imputato è stato accusato di esercitare abusivamente le professioni di massofisioterapista e di massaggiatore mentre il M. è stato condannato, in primo grado, per esercizio abusivo dell' attività di fisioterapista o addirittura di medico.

D'altronde, come rileva la difesa, l'imputato è non vedente e non poteva quindi essere in grado di svolgere attività riservate alla professione di fisioterapista o addirittura di medico, come l'esame di radiografie. Né possono evincersi elementi di responsabilità da quanto risultante dalle ricevute, in quanto il M. non era l'autore di queste ultime. D'altronde il M. non ha mai utilizzato alcun tipo di macchinario e nessun teste riferisce di essersi sottoposto a trattamenti periodici, in presenza dei quali soltanto si può parlare di terapia. Il semplice massaggio non può infatti essere ritenuto propriamente una cura dei dolori riservata ad una professione per la quale sia richiesta una particolare abilitazione dello stato. Non è risultato neanche chiaro dall'istruttoria dibattimentale quali siano gli atti riservati alla professione di fisioterapista e una risposta al riguardo non è stata fornita neanche dalla sentenza d'appello.
Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

Per i giudici di Piazza Cavour anche la seconda censura è infondata, poiché la pronuncia di condanna fa riferimento all'effettuazione di massaggi a pagamento, su richiesta di persone che prospettavano problemi inerenti a dolori o a patologie varie. Ciò che è del tutto in linea con la contestazione di esercizio abusivo dell'attività di massaggiatore. Non è pertanto riscontrabile alcuna violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza.
Peraltro l'ultima censura esula dal novero delle censure deducibili in sede di legittimità, investendo profili di valutazione della prova e di ricostruzione del fatto riservati alla cognizione dei giudice di merito, le cui determinazioni, al riguardo, sono insindacabili in Cassazione ove siano sorrette da motivazione congrua, esauriente ed idonea a dar conto dell'iter logico-giuridico seguito dal giudicante e delle ragioni del decisum. In tema di sindacato dei vizio di motivazione, infatti, il compito dei giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito in ordine all'affidabilità delle fonti di prova , bensì di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione , se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre ( Sez. U. ,13-12-1995, Clarke Rv. 203428)..Nel caso di specie dalle cadenze motivazionali della sentenza d'appello, che ha richiamato anche le argomentazioni salienti della sentenza di primo grado, è enucleabile una attenta analisi della regiudicanda, poiché la Corte territoriale ha preso in esame tutte le deduzioni difensive ed è pervenuta alle proprie conclusioni, in punto di responsabilità, attraverso un itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile sotto il profilo della razionalità , e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa sede.

Trattasi dunque di apparato esplicativo puntuale, coerente, privo di discrasie logiche, dei tutto idoneo a rendere intelligibile l'iter logico-giuridico seguito dal giudice e perciò a superare lo scrutinio di legittimità. Né la Corte suprema può esprimere alcun giudizio sull'attendibilità delle acquisizioni probatorie, giacché questa prerogativa è attribuita al giudice di merito, con la conseguenza che le scelte da questo compiute, se coerenti, sul piano logico, con una esauriente analisi delle risultanze agli atti, si sottraggono al sindacato di legittimità ( Sez. U. 25-11-1995, Facchini , Rv. 203767).
Il ricorso va dunque rigettato, poiché basato su motivi infondati , con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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