Articoli, saggi, Filiazione, potestà, tutela -  Mottola Maria Rita - 2014-06-18

ESSERE GENITORI. ESSERE FIGLI – Maria Rita MOTTOLA

Riproponiamo la prima parte del capitolo comparso sull'opera edita Utet "Quando il danno non patrimoniale è risarcibile" dal titolo Conflitti genitoriali, sistemi di composizione, partecipazione dei minori al processo

Essere genitori. Essere figli.

Frasi fatte. Espressioni consunte e ripetute all'infinito. "Il mestiere più difficile: fare il genitore". Si ripetono ai giovani o meno giovani alla nascita del primogenito, alle prime difficoltà, quando si debbono compiere scelte determinanti. Fare il genitore. In queste frasi fatte si manifesta, come sempre una verità immediata e una verità latente. E' realmente difficile fare il genitore: accudire, svezzare, pensare alle necessità quotidiane durante i periodi di vacche magre, quando le difficoltà economiche e l'incertezza del posto di lavoro e del guadagno non consentono progetti per l'immediato futuro. E' difficile fare il genitore quando gli orari di lavoro sono tiranni e sottraggono tempo ed energie, quando gli spostamenti quotidiani durano ore, quando durante la giornata non si incontra mai un viso sorridente, né si può mangiare un pasto caldo, in un luogo accogliente. E' difficile fare il genitore quando manca il calore umano nella propria casa, quando il dialogo si è interrotto e i gesti assumono la ruvidezza del rifiuto. E' difficile fare il genitore quando le incombenze si accumulano, quando si è costretti alle faccende domestiche nei ritagli di tempo, quando i tempi per il riposo si riducono a pochi istanti, quando si ritorna a casa dopo una giornata di lavoro e ore trascorse in alienante ricerca della merce sugli scaffali di un supermercato di periferia.

E' difficile fare il genitore. Ma in tali condizioni è difficile anche fare il figlio. Quando assalgono le domande, diverse ma sempre essenziali, profonde, laceranti. Quando i perché non trovano risposta e ascolto. Quando nessuno ha il tempo di comprendere e di prestare attenzione. Quando ci si sente spaesati e oppressi, quando l'insegnante non insegna ma lascia la scolaresca nel caos del nulla; non aiuta la ricerca e l'apprendimento, ma ordina lo studio; quando i compagni di scuola appaiono lontani e così diversi, quando tacciono al sopraggiungere del più timido o del più saccente o del più "imbranato". E' così difficile fare il figlio quando il genitore non concede le desiderate "coccole", quando si è diventati "grandi" e non si osa più chiedere affettuosità. E' così difficile fare il figlio quando il cuore batte all'impazzata e non si sa perché, quando vorresti arrestarlo far sì che non sussulti all'improvviso apparire di quel volto prima così anonimo ed ora così desiderato, e nessuno è accanto a te per dare una risposta.

La verità nascosta risiede in quel verbo "fare". Non si può fare il genitore. Anzi, forse, non si deve fare il genitore. Si deve essere, innanzi tutto e prima di tutto, genitore. Come inevitabilmente ognuno di noi è figlio. L'essere genitore è un diritto ed è un dovere. L'essere genitore è anche una qualità personale che non si può imporre, è l'individuo che deve ricercare, se necessario attraverso l'aiuto di esperti, dentro di sé le spinte emozionali che consentono di essere e di sentirsi genitore. La capacità genitoriale che è parametro usato per decretare l'affidamento dei figli è l'espressione fredda e scientifica di tali sentimenti. La capacità genitoriale deriva dal sentirsi ed essere in se stessi genitori. Tutto assume un altro e più profondo significato. L'agire, gli errori, le scelte perdono importanza, prevalgono i sentimenti, le parole, gli affetti, la comprensione, l'ascolto. Essere genitori ed essere figli è uno status, un modo di vivere, una semplice e mai semplificata realtà.

Quando nacque mia figlia una dolcissima amica mi regalò un libro. Nulla di simile a ciò che normalmente si regala per una nascita. Libro per immagini e parole. Un fotografo aveva ritratto una madre presso un ospedale in India. La giovane donna dai capelli di seta era paralitica, non poteva camminare. E applicava al proprio bimbo di pochi giorni una disciplina antica: lo massaggiava. Lo massaggiava per allontanare la più ancestrale e temibile paura: la fame. Anch'io adottai quel massaggio. E quello fu per me uno dei piaceri più appaganti. Quella lieve carezza sul corpicino, rugoso e buffo della bimba aveva un duplice effetto la tranquillizzava, accompagnandola dolcemente al sonno, e dava sicurezza e benessere alla mamma.

L'amore tra genitori e figli non è solo spirituale o peggio solo razionale. E' essenzialmente empatico, fisico. Il contatto con i figli è indispensabile a ricordarceli come parte di noi eppure estranei a noi, la percezione corporale consente di comprendere l'alterità, impedendoci di vederli come nostra appendice, oggetto dei nostri desideri. La cultura occidentale, giustamente preoccupata di evitare la caduta in eccessi incestuosi, ha per molto, troppo tempo, reso marginale il contatto fisico con il bambino, quel contatto profondo che genera piacere. Un piacere estatico, più simile al contatto della mano con il petalo di una rosa che con il morbido manto del gattone di famiglia. E' un contatto che sublima le sensazioni e le riconduce ai sentimenti di amore e di rispetto, è un modo per imparare l'amore e trasmetterlo.

Difficile disegnare una corretta linea di demarcazione tra i diritti dei figli e i diritti dei genitori. Spesso i genitori leggono il rapporto affettivo da un lato quale obbligo al mantenimento se e in quanto il figlio manifesta dedizione e affetto, mentre i figli non riconoscono alcun diritto ai genitori pretendono solo supporto economico. Tale visione del rapporto genitori-figli, più esasperato nel periodo di crisi familiare, è stato abbandonato dalla più recente giurisprudenza. "Il c.d. "diritto sul minore", almeno nella disciplina normativa di riferimento e negli orientamenti giurisprudenziali, è ormai un lontano e sbiadito ricordo, retaggio, per i lunghi anni precedenti il suo positivo superamento, di una concezione patrimonialistica e gerarchica della famiglia. Il minore di età, quand'anche non riconosciuto capace di esprimere consapevolmente e validamente il consenso e la volontà, viene, comunque, considerato "persona", soggetto dei diritti e delle libertà fondamentali della "persona". Non è, dunque, più ammissibile una sua considerazione quale "oggetto" di diritti dei genitori e "soggetto" di soli doveri verso questi ultimi. Il minore, piuttosto, è oggi titolare del riconosciuto diritto preminente a crescere e formarsi in un ambiente sano, nonché ad avere quel rapporto sereno, spontaneo ed equilibrato con i propri genitori che, certo, non può ottenersi per "esecuzione forzata". Il dissenso del minore, invece, solo in quanto ostativo di " un valido rapporto affettivo" tra padre e figlio, cui è necessario l'attributo della spontaneità almeno per il secondo, diviene preclusivo dell'esercizio della facoltà di visita. Non è il rifiuto, espressione della libertà di decidere delle proprie frequentazioni, che, in ipotesi, giustifica il "diniego giudiziale", poiché, piuttosto, quella manifestazione di volontà non esautora il giudice del proprio esclusivo potere/dovere di ponderare ogni decisione concernente il minore, facendo riferimento al preminente interesse di quest'ultimo" (Chimenti 1998 1285).

La cultura corrente stenta ancora a riconoscere nei fanciulli soggetti di diritti a pieno titolo, non accogliendo il bambino per quello che è e dunque una persona in divenire ma pur sempre soggetto di diritti. Può essere facile avvertire tale realtà recandosi in una scuola materna. I bimbi in età prescolare sono attivi, immediati nelle reazioni, vivaci nell'intelletto, capaci di apprendere con velocità, ancora pervasi del sogno primigenio che a tratti riaffiora involontario, ingestibile, affascinante.

E' sufficiente avvicinarsi a loro con garbo e sicurezza, parlando con semplicità un linguaggio che non li sminuisca, comprensibile ma non infantile, rivolgersi a loro partecipando del momento creativo o riflessivo o di gioco, senza imporsi, senza retorica ma in sinergia empatica, lasciando andare le emozioni. Come per incanto apriranno il loro mondo variegato e luminoso consentendo all'adulto, capace di vederli come persone, (che conta l'altezza o il peso? il tempo non modifica solo le dimensioni del corpo e non dell'anima?) di parteciparvi costruendo una relazione affettiva che durerà nel tempo.

Oggi se pure la normativa ha introdotto alcune garanzie si percepisce ancora, se non la negazione dei diritti dei bambini, un solo parziale riconoscimento, perché il nostro sistema giuridico esclude di dare loro la parola in tutti i processi che li riguardano e in primo luogo nelle separazioni, nei divorzi. Le norme esistono ma la prassi tende a ridurne la portata e gli effetti, in principal modo escludendo la figura del curatore processuale ogni qual volta vi sia un evidente conflitto di interessi tra titolari della potestà genitoriale e figlio. Il risultato di garantire la protezione dei minori dalla fame, dalla malattia e dalla violenza e di accordare loro istruzione, resta incompleto se non si unisce al riconoscimento pieno dei diritti dei bambini come persone, come protagonisti della loro vita e non come appendici degli adulti che scambiano protezione e assistenza con una sorta di diritto esclusivo su di loro.

Potremmo concludere asserendo che il padre o la madre realizza se stesso, quale genitore, quando si sente tale e tale sentimento non è offeso né sminuito o in qualche modo negato o frustrato. Il figlio realizza se stesso quale figlio quando ha una vita ricca di affetti e di relazioni spontanee, di amore, di comprensione utili alla sua crescita. L'essere genitore e l'essere figlio è un bene inviolabile, un diritto universale e sacro, laicamente sacro.



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