Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2013-11-01

ESTINZIONE DEL REATO E STATUIZIONI A FINI CIVILI: LA MOTIVAZIONE - Carol COMAND

Prendendo spunto da una recente sentenza resa pubblica dal sito della Corte di cassazione, paiono di qualche interesse alcune considerazione relative ad un possibile epilogo dell'esercizio dell'azione civile, nell'ambito del processo penale.

L'ampia ed articolata pronuncia  (ss. uu. n. 40109/2013), nello statuire in merito all'applicabilità, nel caso concreto, dell'art. 622 c.p.p., con conseguente rinvio al giudice civile competente per la relativa decisione, ripercorre l'evoluzione codicistica della norma toccando, peraltro, diversi e connessi aspetti della decisione, con i quali l'organo giudicante è normalmente chiamato a confrontarsi.

L'unico aspetto che qui si pone in rilievo concerne l'evidenziato rapporto tra declaratoria di una causa di estinzione del reato, intervenuta in grado di appello (situazione verificatasi nel caso sottoposto al vaglio della Corte) e giudizio relativo alla sola azione civile.

L'art. 622 c.p.p., norma relativa ai giudizi innanzi alla Corte di cassazione dispone in merito all'annullamento della sentenza ai soli effetti civili che, fermi gli effetti penali della sentenza, se ad essere annullate sono solamente le disposizioni o i capi che riguardano l'azione civile ovvero, se ad essere accolto è il ricorso della parte civile contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato, il rinvio debba, ove occorra, essere effettuato al giudice civile competente per valore in grado di appello, anche nel caso in cui l'annullamento abbia per oggetto una sentenza inappellabile.

Una corretta applicazione della norma nel caso in cui ad impugnare sia lo stesso imputato parrebbe implicare dunque che, il rinvio in sede civile consegua all'annullamento delle sole disposizioni o capi riguardanti l'azione civile (dove pare possibile riferire le disposizioni alle c.d. statuizioni accessorie mentre il capo si potrebbe far corrispondere, di norma, a quello che viene inteso come un atto giuridico completo).

Ove quindi l'imputato avesse sottoposto al giudizio della cassazione una sentenza del giudice di appello che, dichiarando di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, avesse confermato la condanna al risarcimento dei danni senza alcuna esplicita statuizione sul punto, successivamente impugnato, il suo accoglimento avrebbe potuto condurre all'applicazione della menzionata norma  di procedura.

Ciò potrebbe d'altra parte discendere,  (regola che pare abbia trovato applicazione nel menzionato giudizio) dall'applicazione dell'art. 578 c.p.p. che, nell'ultima parte del primo comma dispone che il giudice dell'impugnazione, nel dichiarare il reato estinto per prescrizione, decida sull'impugnazione agli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.

Come anticipato, però, ciò che qui pare interessante porre in rilievo è il ragionamento cui è chiamato l'organo giudicante nel momento in cui, facendo applicazione della regola di cui all'art. 129 c.p.p., in assenza di prova evidente che conduca ad un'assoluzione di merito (anche in caso di prova insufficiente), dichiara con sentenza l'intervenuta causa di estinzione.

Nel caso de quo, nella sentenza di appello, il giudice si era limitato a confermare le statuizioni civili - per la cui liquidazione, peraltro, il giudice di primo grado inviava ad altra sede -, meramente affermando che non era delineabile un'evidente estraneità ai fatti di reato nè un'insussistenza dei medesimi.

Se in termini positivi pare dunque necessario escludere l'evidente insussistenza di elementi che possano  condurre ad una pronuncia di merito, prima di dichiarare l'estinzione del reato, non appare sufficiente, nemmeno in termini di verosimiglianza, a fronte di specifiche doglianze formulate dall'appellante, anche ai sensi del menzionato art. 578 c.p.p., l'indicazione di una mera non insussistenza dei fatti di reato.

Quanto sopra esplicitato, peraltro, pare non confliggere con quanto stabilito negli articoli 538 e 539 c.p.p. rispettivamente dedicati alla condanna per la responsabilità civile ed alla condanna generica ai danni ed alla provvisionale.



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