Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-09-19

ESTORCE DENARO ALLA NONNA MINACCIANDO DI FARE MALE AI CANI - Cass. pen. 30227/2014 - Annalisa GASPARRE

L'antologia dei casi di maltrattamento animale e umano si arricchisce di un altro episodio accertato dalla magistratura nel mare magnum degli episodi che rimangono nascosti o non noti.

Tra le pieghe della sentenza di legittimità che si propone di seguito si legge la conferma di condanna per imputato di maltrattamento nei confronti della nonna e di animali (oltre che di estorsione anche attraverso minaccia di danno ai cani), ad ulteriore (tragica) constatazione che la volontà maltrattante e l'insensibilità verso il più debole è comune alle due situazioni, cambiando solo il destinatario della vessazione o della mancanza di cure (maltrattamento in famiglia, art. 572 c.p. e maltrattamento di animali, art. 544 ter c.p.) anche se, tra le differenze strutturali delle due fattispecie, si rileva, nell'immediato, che il maltrattamento di animali non richiede l'abitualità.

In particolare, secondo la Suprema Corte, le imputazioni si rilevano fondate e adeguatamente motivate in sede di merito. Si sottolineava il carattere di sistematica abitualità dei comportamenti tenuto dall'imputato in danno della nonna (elemento necessario per integrare la fattispecie di cui all'art. 572 c.p.). Le condotte descritte erano state ripetute nel tempo (abitualità) e tali da far vivere alla nonna, ottantenne e malata, che ospitava e manteneva il nipote imputato, una situazione di assoggettamento e di umiliazione, di pressione psicologica e di paura. Il nipote dell'anziana poneva in essere un vero e proprio sistema di vessazioni, finalizzate alla soddisfazione del proprio bisogno di denaro.  Si integrava altresì il reato di maltrattamento di animali nonchè il reato di estorsione, in quanto le espresse minacce riferite, alcune delle quali messe in opera in danno dei cani, integrano la fattispecie ipotizzata.

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 05-06-2014) 10-07-2014, n. 30227

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Ciro - Presidente -

Dott. CASUCCI Giuliano - Consigliere -

Dott. DAVIGO Piercamillo - Consigliere -

Dott. PELLEGRINO Andrea - Consigliere -

Dott. BELTRANI Sergio - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.H.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 516/2011 CORTE APPELLO di CAGLIARI, del 25/06/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 05/06/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. BELTRANI SERGIO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. CEDRANGOLO Oscar, che ha concluso per l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata limitatamente all'affermazione di responsabilità per il reato di cui all'art. 629 c.p., ed al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, con rigetto nel resto;

Udito l'Avv. MANFRANCO Luigi, sostituto processuale dell'Avv. MASTEDDU Marinella, difensore di fiducia dell'imputato, che si è riportato ai motivi di ricorso chiedendone l'accoglimento;

rilevate le regolarità degli avvisi di rito.

Svolgimento del processo

Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Cagliari ha confermato, quanto all'affermazione di responsabilità, la sentenza emessa in data 1 ottobre 2010 dal Tribunale di Oristano in composizione monocratica, che aveva dichiarato l'imputato P. H.A. colpevole di maltrattamenti in famiglia, maltrattamento di animali ed estorsione, in continuazione, condannandolo alla pena ritenuta di giustizia. In parziale modifica della sentenza di primo grado, la Corte di appello ha ritenuto, con riferimento all'estorsione, la sussistenza della circostanza attenuante di cui all'art. 62 c.p., n. 4, ed ha conseguentemente ridotto la pena.

Contro tale provvedimento, l'imputato (con l'ausilio di un difensore iscritto nell'apposito albo speciale) ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

1 - violazione ed erronea applicazione dell'art. 572 c.p. (lamentando che i comportamenti posti in essere in danno della nonna ultraottantenne valorizzati ai fini dell'affermazione di responsabilità sarebbero meramente episodici e non sorretti dalla necessaria volontà sopraffattrice);

2 - mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione quanto all'affermazione di responsabilità in ordine al reato di cui all'art. 629 c.p.;

3 - mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione quanto al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, quanto meno con giudizio di equivalenza alle circostanze aggravanti concorrenti, ed all'eccessività della pena.

All'odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all'esito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in pubblica udienza.

Motivi della decisione

Il ricorso è integralmente inammissibile per genericità e manifesta infondatezza.

1. I primi due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, e sono entrambi generici e manifestamente infondati.

1.1. Questa Corte Suprema ha già chiarito che è inammissibile, per difetto di specificità (Sez. 4^, sentenza n. 15497 del 22 febbraio - 24 aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. 6^, sentenza n. 34521 del 27 giugno - 8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133), il ricorso che riproponga pedissequamente le censure dedotte come motivi di appello (al più con l'aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali i motivi di appello non siano stati accolti.

Si è, infatti, esattamente osservato (Sez. 6^, sentenza n. 8700 del 21 gennaio - 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584) che "La funzione tipica dell'impugnazione è quella della critica argomentata avverso il provvedimento cui si riferisce. Tale critica argomentata si realizza attraverso la presentazione di motivi che, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 c.p.p.), debbono indicare specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta. Contenuto essenziale dell'atto di impugnazione è, pertanto, innanzitutto e indefettibilmente il confronto puntuale (cioè con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso) con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta).

Il motivo di ricorso in cassazione è caratterizzato da una "duplice specificità": "Deve essere si anch'esso conformeall'art. 581 c.p.p., lett. C (e quindi contenere l'indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta presentata al giudice dell'impugnazione); ma quando "attacca" le ragioni che sorreggono la decisione deve, altresì, contemporaneamente enucleare in modo specifico il vizio denunciato, in modo che sia chiaramente sussumibile fra i tre, soli, previsti dall'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), deducendo poi, altrettanto specificamente, le ragioni della sua decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice del merito per giungere alla deliberazione impugnata, sì da condurre a decisione differente" (Sez. 6^, sentenza n. 8700 del 21 gennaio - 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584).

Risulta, pertanto, evidente che, "se il motivo di ricorso si limita a riprodurre il motivo d'appello, per ciò solo si destina all'inammissibilità, venendo meno in radice l'unica funzione per la quale è previsto e ammesso (la critica argomentata al provvedimento), posto che con siffatta mera riproduzione il provvedimento ora forma/mente "attaccato", lungi dall'essere destinatario di specifica critica argomentata, è di fatto del tutto ignorato. Nè tale forma di redazione del motivo di ricorso (la riproduzione grafica del motivo d'appello) potrebbe essere invocata come implicita denuncia del vizio di omessa motivazione da parte del giudice d'appello in ordine a quanto devolutogli nell'atto di impugnazione. Infatti, quand'anche effettivamente il giudice d'appello abbia omesso una risposta, comunque la mera riproduzione grafica del motivo d'appello condanna il motivo di ricorso all'inammissibilità. E ciò per almeno due ragioni. E' censura di merito. Ma soprattutto (il che vale anche per l'ipotesi delle censure in diritto contenute nei motivi d'appello) non è mediata dalla necessaria specifica e argomentata denuncia del vizio di omessa motivazione (e tanto più nel caso della motivazione cosiddetta apparente che, a differenza della mancanza "grafica", pretende la dimostrazione della sua mera "apparenza" rispetto di temi tempestivamente e specificamente dedotti); denuncia che, come detto, è pure onerata dell'obbligo di argomentare la decisività del vizio, tale da imporre diversa conclusione del caso".

Può, pertanto, concludersi che "la riproduzione, totale o parziale, del motivo d'appello ben può essere presente nel motivo di ricorso (ed in alcune circostanze costituisce incombente essenziale dell'adempimento dell'onere di autosufficienza del ricorso), ma solo quando ciò serva a "documentare" il vizio enunciato e dedotto con autonoma specifica ed esaustiva argomentazione, che, ancora indefettibilmente, si riferisce al provvedimento impugnato con il ricorso e con la sua integrale motivazione si confronta. A ben vedere, si tratta dei principi consolidati in materia di "motivazione per relazione" nei provvedimenti giurisdizionali e che, con la mera sostituzione dei parametri della prima sentenza con i motivi d'appello e della seconda sentenza con i motivi di ricorso per cassazione, trovano piena applicazione anche in ordine agli atti di impugnazione" (Sez. 6^, sentenza n. 8700 del 21 gennaio - 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584).

1.2. Il giudice d'appello non è tenuto a rispondere a tutte le argomentazioni svolte nell'impugnazione, giacchè le stesse possono essere disattese per implicito o per aver seguito un differente iter motivazionale o per evidente incompatibilità con la ricostruzione effettuata (per tutte, Cass. pen., Sez. 6^, sentenza n. 1307 del 26 settembre 2002 - 14 gennaio 2003, CED Cass. n. 223061).

1.3. D'altro canto, in presenza di una doppia conforma affermazione di responsabilità, va ritenuta l'ammissibilità della motivazione della sentenza d'appello per relationem a quella della decisione impugnata, sempre che le censure formulate contro la sentenza di primo grado non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi, in quanto il giudice di appello, nell'effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni sommariamente riferite dall'appellante nei motivi di gravame, sulle quali si sia soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate.

In tal caso, infatti, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove i giudici dell'appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, sicchè le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (Cass. pen., Sez. 2^, sentenza n. 1309 del 22 novembre 1993 - 4 febbraio 1994, CED Cass. n. 197250; Sez. 3^, sentenza n. 13926 de 1 dicembre 2011 - 12 aprile 2012,. CED Cass. n. 252615).

2. Ciò premesso, le complessive doglianze inerenti alla motivazione della conclusiva affermazione di responsabilità dell'imputato in ordine ai reati ascrittigli sono generiche e manifestamente infondate.

La Corte di appello, senza incorrere nella - in realtà - solo formalmente denunciata violazione dell'art. 572 c.p.(poichè le censure formulate in proposito dal ricorrente si concretizzano all'evidenza perlopiù in meri vizi di motivazione), e con rilievi esaurienti, logici, non contraddittori, e pertanto incensurabili in questa sede, con i quali il ricorrente non si confronta con la necessaria specificità, limitandosi a reiterare più o meno pedissequamente censure già costituenti oggetto di appello, e già motivatamente ritenute infondate, ha compiutamente ricostruito le vicende de quibus ed indicato gli elementi posti a fondamento dell'affermazione di responsabilità, valorizzando, in particolare, in accordo con la sentenza di primo grado, come è fisiologico in presenza di una doppia conforme affermazione di responsabilità, le dichiarazioni delle pp.oo. C.A. e C.G., motivatamente ritenute attendibili (quanto al secondo, la Corte ha espressamente evidenziato l'infondatezza delle contrarie congetture difensive sull'esistenza di presunte ragioni di contrasto con l'imputato, derivanti da interessi egoistici, in concreto risultati evanescenti) e M.L. (f. 1 ss.), conclusivamente evidenziando la fondatezza delle imputazioni, ed in particolare il carattere di sistematica abitualità dei comportamenti tenuto dall'imputato in danno della nonna, necessario ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 572 c.p. ("le condotte descritte dalle persone offese, ripetute nel tempo, con carattere di abitualità, sono state tali, come indicato chiaramente da C. A., da far vivere alla nonna, ottantenne e malata, che lo ospitava e lo manteneva, una situazione di assoggettamento e di umiliazione, di pressione psicologica e di paura tale da integrare il reato di maltrattamenti in famiglia. Il P. poneva in essere un vero e proprio sistema di vessazioni, finalizzate alla soddisfazione del proprio bisogno di denaro. Quanto al reato di estorsione, le espresse minacce riferite, alcune delle quali messe in opera in danno dei cani, integrano senza alcun dubbio la fattispecie ipotizzata.

Così come sussiste il reato di maltrattamento di animali configurato al capo C" (in ordine al quale in ricorso non sono peraltro sollevate doglianze).

A tali rilievi, il ricorrente non ha opposto alcun elemento decisivo di segno contrario, se non generiche (in particolare, quanto al delitto di estorsione) ed improponibili doglianze, fondate su una personale e congetturale rivisitazione dei fatti di causa, senza documentare eventuali travisamenti nei modi di rito, tentando di "atomizzare" gli elementi indiziari raccolti nel corso delle indagini preliminari e valorizzati dalla Corte di appello, i quali, al contrario, consentono di ritenere accertata la commissione da parte dell'imputato dei reati contestati.

3. Ugualmente generiche e manifestamente infondate sono le doglianze oggetto del terzo motivo.

Questa Corte Suprema ha in più occasioni chiarito che, ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche, il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall'art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicchè anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all'entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso (così, da ultimo, Sez. 2^, sentenza n. 3609 del 18 gennaio - 1 febbraio 2011, CED Cass. n. 249163).

E', inoltre, da ritenere adempiuto l'obbligo della motivazione in ordine alla misura della pena allorchè sia indicato l'elemento, tra quelli di cui all'art. 133 c.p., ritenuto prevalente e di dominante rilievo (Sez. un., sentenza n. 5519 del 21 aprile 1979, CED Cass. n. 142252).

Invero, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, in tutte le sue componenti, appare necessaria soltanto nel caso in cui la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti risultare sufficienti a dare conto del corretto impiego dei criteri di cui all'art. 133 c.p., espressioni del tipo "pena congrua", "pena equa" o "congruo aumento", come pure il richiamo alla gravita del reato oppure alla capacità a delinquere (Sez. 2^, sentenza n. 36245 del 26 giugno 2009, CED Cass. n. 245596).

A questi orientamenti si è correttamente conformata la Corte di appello valorizzando, ai fini del diniego delle circostanze attenuanti generiche e della determinazione dei concreto trattamento sanzionatorio, nel contesto della motivazione, la gravita e particolare odiosità dei fatti (posti in essere in danno della nonna ultraottantenne e malata) ed i plurimi precedenti penali dell'imputato; a fronte di siffatte indicazioni, senz'altro congrue, la difesa dell'imputato non ha indicato in ricorso l'elemento in ipotesi sintomatico della necessaria meritevolezza (che costituisce ratio delle attenuanti in oggetto) o che avrebbe dovuto indurre a mitigare ulteriormente la pena, già non particolarmente elevata, ove si consideri il concreto disvalore dei fatti accertati.

4. La declaratoria di inammissibilità totale del ricorso comporta, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè - apparendo evidente dal contenuto dei motivi che egli ha proposto il ricorso determinando le cause di inammissibilità per colpa (Corte cost, sentenza 13 giugno 2000, n. 186) e tenuto conto dell'entità di detta colpa - della somma di Euro mille in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille alla Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, nella udienza pubblica, il 5 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 10 luglio 2014



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