Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2017-02-15

Estorsione in famiglia: al diniego di denaro il marito la schiaffeggia – Cass. pen. 2458/17 – A.G.

Vera e propria estorsione quella con cui l"uomo, tossicodipendente, di fronte al diniego di denaro opposto dalla moglie, la schiaffeggiava per "convincerla" ad elargire quanto richiesto.

L"estorsione (e il tentativo) è configurabile anche all"interno della famiglia. Non fondata è dunque la difesa che ha cercato di ridimensionare la condotta dell"imputato come mera reazione (per quanto illecita) ai rifiuti ricevuti. I colpi, invece, secondo i giudici, vanno collocati all"interno di un contesto familiare caratterizzato dalla violenza in cui l"uomo mirava ad ottenere denaro dalla coniuge.

Non indifferenti le conseguenze, essendo il reato di estorsione trattato molto più duramente di quello di lesioni o percosse.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 6 ottobre 2016 – 18 gennaio 2017, n. 2458 - Presidente Diotallevi – Relatore Imperiali

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Milano con sentenza in data 12/10/2015 confermava la sentenza del GUP del Tribunale di Busto Arsizio che in data 2/12/2010 aveva riconosciuto la penale responsabilità di C. C. in ordine a tentativi di estorsione ai danni della moglie convivente e, unificati gli stessi dal vincolo della continuazione, lo aveva condannato alla pena ritenuta di giustizia.


2. Avverso la sentenza della Corte territoriale propone ricorso per cassazione l'imputato, chiedendone l'annullamento e deducendo, a tal fine:

2.1. violazione dell'art. 629 cod. pen., sotto il profilo dell'insussistenza degli elementi oggettivi del reato contestato, assumendosi nel ricorso che la violenza esercitata, sempre successiva alle richieste di denaro ed ai rifiuti ricevuti dalla persona offesa, non era in alcun modo strumentale a tali richieste, mai reiterate dopo le due condotte violente contestate;

2.2. violazione dell'art. 629 cod. pen. anche in relazione all'art. 43 comma 1 cod. pen., sotto il profilo dell'insussistenza del dolo, atteso che in entrambi gli episodi denunciati il ricorrente ha sferrato un solo pugno alla moglie, dopo i suoi rifiuti, senza reiterare richieste di denaro, sicché si trattava di mere reazioni di un soggetto alterato dalla sua tossicodipendenza ai rifiuti ricevuti;
2.3. contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine sia all'elemento materiale che all'elemento soggettivo del reato di tentata estorsione, avendo la stessa sentenza impugnata da un lato evidenziato che il C. era solito atteggiarsi con violenza e sopraffazione nei confronti del proprio nucleo familiare, e dall'altro ricavando la prova della sua colpevolezza non già dall'analisi puntuale dei fatti, bensì dalle sue precedenti condotte di vita.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è privo di fondamento e va, pertanto, rigettato.

Premesso che dalla motivazione della sentenza impugnata emerge che il ricorrente non risulta aver mai posto in dubbio la credibilità delle dichiarazioni della persona offesa, infatti, va rilevato tutti i motivi posti a sostegno dell'impugnazione si fondano sulla considerazione che in occasione degli episodi contestatigli il C. avrebbe colpito la moglie solo a seguito dei rifiuti da questa opposti alle sue richieste di denaro, senza ulteriormente reiterare le richieste, sicché, assumendosi che i colpi integrerebbero mere reazioni di stizza per i rifiuti ricevuti, tale elemento viene valorizzato nel ricorso ora per evidenziare l'asserita mancanza dell'elemento materiale del reato, ora per dedurre l'insussistenza del dolo, non essendo i colpi predetti finalizzati, nella prospettazione difensiva, all'acquisizione di denaro o altra utilità.

Senza incorrere in alcun vizio logico, però, la corte territoriale ha correttamente rilevato non potersi parcellizzare le condotte ascritte al C. nel presente procedimento, che lo ha visto assolto da altre imputazioni, osservando come il contesto familiare ben descritto in denuncia evidenziava che la violenza esercitata dal ricorrente era finalizzata alle dazioni di denaro richieste giacché, quando la persona offesa acconsentiva a consegnargli il denaro richiesto, il predetto si asteneva dal colpirla. Contrariamente a quanto dedotto nel ricorso, pertanto, la Corte di Appello ha desunto la sussistenza dell'elemento materiale del reato, così come le finalità della condotta contestata, proprio dall'analisi puntuale dei fatti, correttamente inquadrandoli, però, nell'abituale condotta di vita del C. e nel contesto abituale dei rapporti familiari dello stesso. Si tratta di una valutazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, che è riservata in via esclusiva al giudice di merito, senza che, nel difetto di illogicità evidenti, possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U., n. 6402 del 30/4/1997, rv. 207944; Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003, Rv. 229369).

4. Al rigetto del ricorso consegue, ai sensi dell'articolo 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati