Legislazione e Giurisprudenza, Filiazione, potestà, tutela -  Redazione P&D - 2015-06-08

ETEROLOGA LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N. 96/2015

La Corte Costituzionale con il deposito delle motivazione accoglie in toto le ragioni dei ricorrenti e riconduce a piena coerenza e unitarietà il sistema

Il deposito delle motivazioni conferma in pieno il dispositivo dello scorso 14 maggio: la Consulta ha fatto una scelta che riconduce a piena coerenza e unitarietà il sistema raccordando L. 40/04 con L. 194/78. La questione del diritto delle coppie fertili ma portatrici di patologia genetica trasmissibile cui era precluso l'accesso alla PMA e alla diagnosi genetica di pre-impianto viene risolta uniformando i diritti di queste coppie con quelli delle coppie che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza dopo il 3° mese. Dunque viene confermata la gerarchia dei diritti fondamentali della persona che vede al vertice la tutela del diritto alla salute della donna (e della coppia), il diritto di procreare e costituire una famiglia come scelta privata che non ammette ingerenze del legislatore e viene censurata l'irragionevolezza e l'illogicità della previsione che non consentiva a queste coppie di accedere alla PMA e alla PGD salvo poi riconoscere il diritto, alle medesime condizioni,  di ricorrere alle comuni diagnosi pre natali (amniocentesi) e all'aborto.:

Nel dettaglio dunque la sentenza può essere così sintetizzata:

1. Illegittimità del divieto e coerenza e unitarietà nel/del sistema; 2. Chiarezza sulle condizioni oggettive per l'accesso ed estensione dei soggetti legittimati.

1. Coerenza e unitarietà nel/del sistema.

La Corte rileva la evidente violazione che il divieto generalizzato di accesso alla PMA da parte di coppie fertili portatrici di patologia genetica trasmissibile di rilevanti anomalie o malformazioni al nascituro, delle previsioni costituzionali di cui agli artt. 3 e 32 cost.

Segnatamente all'art 3 la Consulta rileva un insuperabile aspetto di irragionevolezza dell'indiscriminato divieto di accesso alla PMA e PGD da parte di tali coppie: 'e ciò in quanto, con palese antinomia normativa (sottolineata anche dalla Corte di Strasburgo nella richiamata sentenza Costa e Pavan contro Italia), il nostro ordinamento consente, comunque, a tali coppie di perseguire l'obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia ereditaria di cui sono portatrici, attraverso la, innegabilmente più traumatica, modalità della interruzione volontaria (anche reiterata) di gravidanze naturali – quale consentita dall'art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (...) quando, dalle ormai normali indagini prenatali, siano, appunto «accertati processi patologici [...] relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.'

In altri termini 'il sistema normativo, cui danno luogo le disposizioni censurate, non consente (pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire "prima" alla donna una informazione che le permetterebbe di evitare di assumere dopo una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute'.

Segnatamente all'art 32 cost. la Corte rileva 'il mancato rispetto del diritto alla salute della donna, senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all'aborto'.

Da quanto sopra consegue: 'il risultato di un irragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, in violazione anche del canone di razionalità dell'ordinamento – ed è lesiva del diritto alla salute della donna fertile portatrice (ella o l'altro soggetto della coppia) di grave malattia genetica ereditaria – nella parte in cui non consente, e dunque esclude, che, nel quadro di disciplina della legge in esame, possano ricorrere alla PMA le coppie affette da patologie siffatte, adeguatamente accertate, per esigenza di cautela, da apposita struttura pubblica specializzata. Ciò al fine esclusivo della previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro, alla stregua del medesimo 'criterio normativo di gravità' già stabilito dall'art. 6, comma 1, lettera b), della legge n. 194 del 1978'.

2. Chiarezza sulle condizioni oggettive per l'accesso ed estensione dei soggetti legittimati.

Il richiamo all'art 6 lett b) della legge 194/78 sull'aborto, a cui le motivazioni fanno riferimento non elenca le patologie genetiche o cromosomiche che danno diritto all'aborto terapeutico, ma rinvia alla valutazione del medico. Principio che resta fermo per le coppie con gravi patologie geneticamente trasmissibili. Dunque non c'è differenza tra l'embrione malato che non deve essere trasferito e il feto malato che può essere abortito.

La Consulta, ha dunque agganciato questo diritto a parametri certi: l'art. 6 comma 1 punto b della legge 194 che a sua volta ricollega il diritto all'aborto ai processi patologici, comprese le malformazioni del feto, che possano determinare rischi per la salute fisica e psichica della donna.

Viene dunque adottato in maniera in equivoca il "criterio normativo di gravità di cui all'art 6 L. 194/78.

Quindi, come si ha diritto all'aborto terapeutico oltre il 3° mese di gravidanza, dopo aver fatto l'amniocentesi, così per la fecondazione si può fare subito la diagnosi pre-impianto e sussistendo i requisiti si può decidere di non procedere all'impianto dell'embrione.

Ne consegue che così come è il medico che ha il potere/dovere di accertare la gravità delle patologie e la loro adeguatezza a consentire il ricorso all'IGV analogamente sarà lo stesso a valutare se tale gravità è adeguata a consentire l'accesso alla PMA preceduta da PGD.

La precisazione, doverosa, che si legge secondo la quale 'è compito del legislatore introdurre apposite disposizioni al fine della auspicabile individuazione (anche periodica, sulla base della evoluzione tecnico-scientifica) delle patologie che possano giustificare l'accesso alla PMA di coppie fertili e delle correlative procedure di accertamento (anche agli effetti della preliminare sottoposizione alla diagnosi preimpianto) e di una opportuna previsione di forme di autorizzazione e di controllo delle strutture abilitate ad effettuarle (anche valorizzando, eventualmente, le discipline già appositamente individuate dalla maggioranza degli ordinamenti giuridici europei in cui tale forma di pratica medica è ammessa)' in questo senso, non aggiunge né toglie nulla all'adottato  'criterio normativo di gravità' costituendo un utile  richiamo all'art 7 e 11 della stessa L. 40/04 che prevede l'esigenza di norme tecniche di dettaglio attuative della legge (in termini di autorizzazioni sanitarie e requisiti dei centri) , nella forma delle Linee Guida, periodicamente aggiornate dal Ministero della Salute (le nostre sono ferme al 2008!!).

In altri termini appare fuor di dubbio che , pur auspicandosi l'intervento del legislatore, deve ritenersi che in attuazione delle richiamate disposizioni  costituzionali e dell'art 6 della legge 194/78 espressione del diritto alla procreazione cosciente e responsabile e della tutela della salute della donna , alla PGD/PMA per coppie con grave rischio di trasmettere patologia genetica legittimante il successivo aborto (come attestato dalla richiamata certificazione medica rilasciata da struttura pubblica autorizzata), debba estendersi la medesima disciplina prevista per l'aborto terapeutico

Quanto alla certificazione sulla rilevante malattia genetica della coppia è il centro pubblico analogamente a ciò che avviene per l'aborto terapeutico, a doverla rilasciare. Altra cosa è la fecondazione, che può essere fatta, ovviamente, anche nel privato.

Quanto infine alla questione se la PGD debba o meno rientrare nei LEA (livelli essenziali di assistenza) con la possibilità di un rimborso per il paziente, deve ritenersi che trattandosi di prestazione accessoria (ma essenziale) rispetto a quella principale di PMA, posto che quest'ultima è nei LEA anche la prima dovrebbe considerarsi ricompresa. Dunque si porrebbe una duplice pretesa: nei confronti del Centro pubblico: il diritto alla diagnosi circa la sussistenza della patologia da parte della coppia e il diritto all'indagine genetica esteso anche all'embrione. Verrebbe per questa via a completarsi la 'filiera': dopo la PMA omologa ed eterologa nei LEA potrebbe ipotizzarsi che anche la diagnosi pre impianto sull'embrione (attualmente effettuata a caro prezzo solo in alcuni centri privati), analogamente alle altre metodiche diagnostiche prenatali sul feto (come amniocentesi e villocentesi) che dovrebbe essere garantita dal sistema pubblico.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati