Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Caporale Sabrina - 2014-02-24

FATTO ILLECITO DEL MINORE: LA CASSAZIONE DA' LEZIONI DI EDUCAZIONE – Cass. Civ. 3964/2014 – S. CAPORALE.

Attraversare le strisce pedonali a semaforo rosso è pericoloso. Ma cosa succede se a farlo è un minore, e se tale condotta cagioni, poi, un evento dannoso, quale ad esempio un incidente stradale?

È questo il caso affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 3964 dello scorso 19 febbraio 2014.

La vicenda, come anticipato, vede coinvolti una minore di anni sedici, vittima dell"incidente stradale avvenuto con una motocicletta in corsa, nel mentre, quest'ultima, attraversava un passaggio pedonale a semaforo rosso per i pedoni, il conducente del motociclo, il quale anch"esso riportava danni a seguito dell"incidente, ed infine i genitori della ragazza, citati in giudizio per fatto illecito del minore ex art. 2048 c.c.

Due in particolare i temi affronti dalla Suprema Corte di Cassazione.

Primo tra tutti, l"accertamento della responsabilità nella produzione dell'incidente ed, in secondo luogo, la responsabilità dei genitori del minore ai sensi dell"art. 2048 c.c.

Sul primo punto, nessun dubbio.

La Cassazione condivide la soluzione adottata dalla Corte territoriale, in funzione di giudice dell"appello, in merito all"esistenza di colpa concorrente in capo ad entrambe le parti coinvolte nell"incidente. «La circostanza che la minorenne abbia intrapreso l'attraversamento delle strisce pedonali con il semaforo rosso per i pedoni – afferma - non esaurisce la prova liberatoria ex art. 2054 comma 1 c. c. e, a tal fine, neppure sufficiente è il fatto che l'attraversamento della strada sia stato repentino, occorrendo, a tal proposito, valutare il comportamento del conducente (…)».

Allo stesso modo argomentava la Cassazione.

«(…) Costituisce ius receptum (Cass. 3 maggio 2011, n. 9683; Cass. 29 settembre 2006, n. 21249 Cass. 16 giugno 2003, n. 9620) che, in caso di investimento di pedone, la responsabilità del conducente prevista dall'art. 2054 cod. civ. è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest'ultimo, alcuna possibilità di prevenire l'evento; tale situazione ricorre allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile e anormale, sicché l'automobilista si sia trovato nell'oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all'improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro. Pertanto, anche nel caso in cui il conducente impegni un incrocio regolato da semaforo con "luce verde" in suo favore, permane a suo carico un obbligo di diligenza nella condotta di guida che, pur non potendo essere richiesta nel massimo, stante la situazione di affidamento generata dal semaforo, deve tuttavia tradursi nella necessaria cautela richiesta dalla comune prudenza e dalle concrete condizioni esistenti nell'incrocio. Ciò non è altro che l'applicazione particolare del più generale principio, secondo cui il solo fatto che un conducente goda del diritto di precedenza non lo esonera dall'obbligo previsto dall'art. 102 cod. strada abrogato (ed, attualmente, dagli art. 140. 141, comma 3, 145, comma 1, del nuovo cod. strada d.lg. 30 aprile 1992 n. 285), consistente nell'usare la dovuta attenzione nell'attraversamento di un incrocio, anche in relazione a pericoli derivanti da eventuali comportamenti illeciti o imprudenti di altri utenti della strada, che non si attengano al segnale di arresto o di precedenza (Cass. 27 giugno 2000, n. 8744)».

Diverso, invece, il tema della responsabilità del genitore per fatto illecito del minore, sancito dall"art. 2048 c.c.

«In via di principio – rileva la Suprema Corte -  si rammenta che la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall'art. 2048 cod. civ., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico all'art. 147 cod. civ. e alla conseguente necessità di una costante opera educativa, finalizzata a correggere comportamenti non corretti e a realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito. Per sottrarsi a tale responsabilità, essi devono pertanto dimostrare di aver impartito al figlio un'educazione normalmente sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione in rapporto al suo ambiente, alle sue abitudini ed alla sua personalità, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la prova di circostanze (quali l'età ormai raggiunta dal minore e le esperienze lavorative da lui eventualmente avute) idonee ad escludere l'obbligo di vigilare sul minore, dal momento che tale obbligo può coesistere con quello educativo, ma può anche non sussistere, e comunque diviene rilevante soltanto una volta che sia stata ritenuta, sulla base del fatto illecito determinatosi, la sussistenza della culpa in educando (Cass. 22 aprile 2009, n. 9556)».

«I criteri in base ai quali va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai figli minori consistono, dunque, sia nel potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, in relazione al quale potere-dovere assume rilievo determinante il perdurare della coabitazione; sia anche e soprattutto nell'obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l'educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari. In quest'ultimo ambito rientrano i danni provocati dalle manifestazioni di indisciplina, negligenza o irresponsabilità, nello svolgimento di attività suscettibili di arrecare danno a terzi, fra cui in particolare l'inosservanza delle norme della circolazione stradale (Cass. 14 marzo 2008, n. 7050).

Ed è in tal senso che la Suprema Corte ritiene fondato e ammissibile il ricorso della parte ricorrente quanto al profilo appena citato.

Una cosa, infatti – affermano i giudici della Corte -  è «"l"oggetto dell"onere probatorio" richiesto dalla legge e – cioè "il "contenuto" dell'insegnamento da impartire dai genitori e le "modalità", con cui va assolto l'obbligo di sorvegliare e vigilare sui figli minori, nella cui individuazione l'interprete non può prescindere dal contesto famigliare, sociale e storico in cui tali compiti vengono svolti; altra cosa, è invece, la stessa sussistenza di tale onere, il cui rigore risponde, per quanto appena detto, ad una precisa volontà legislativa, assolvendo esigenze indubbiamente ancora attuali».

D'altra parte – aggiunge – « se è vero che oggi è sempre più anticipato il momento in cui i minori si allontanano dalla sorveglianza diretta dei genitori, vanno a scuola da soli e se, un quattordicenne può anche girare in motorino, è pur vero che l'obbligo di vigilanza dei genitori non è stato certo annullato, ma assume, piuttosto, contorni diversi; mentre il compito di impartire insegnamenti adeguati e sufficienti ad affrontare correttamente la vita di relazione deve essere assolto, se del caso, anche con maggiore rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l'emancipazione dal controllo diretto dei genitori. In altri termini, se l'ordinamento autorizza i minori (previo ottenimento di un "patentino") a circolare in motorino o anche in un'auto elettrica, non per questo lo stesso ordinamento ha esonerato gli esercenti la potestà dalla responsabilità per i danni derivanti dall'inosservanza dalle regole di circolazione da parte dei figli minori, né tantomeno presume - ma, anzi, esige - che i genitori abbiano impartito al figlio quegli insegnamenti necessari e sufficienti alla piena consapevolezza dei pericoli che derivano dalla circolazione e all'osservanza delle regole della strada». L'art. 2048 cod. civ., non a caso, "si riferisce al figlio comunque minorenne, postulando la necessità di una costante opera educativa onde realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria e altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito. E se l'illecito comportamento del figlio è riconducibile, non già all'omissione della contingente e quotidiana sorveglianza sul comportamento di lui (non esigibile, in genere, nei confronti di un sedicenne), bensì alle carenze educative, ha poco senso discettare sull'età del minore, per desumerne tout court che tali carenze devono presumersi inesistenti. (…) Inoltre la norma postula un fatto illecito, prescindendo dalla sua gravità, nella considerazione che la contravvenzione alle regole del vivere sociale da parte del minore sia ascrivibile, salvo prova contraria, all'inosservanza dei compiti educativi e/o di sorveglianza gravanti sui genitori. E se è vero che l'inadeguatezza del grado di educazione del figlio minore ben può desumersi dalle stesse modalità del fatto illecito, nel senso che è dato ravvisare culpa in educando non solo quando i genitori non dimostrino di aver impartito al minore l'educazione e l'istruzione consone alle proprie condizioni sociali e familiari, ma anche quando dalle stesse modalità del fatto si evinca una educazione di per sé carente (Cass. 20 marzo 2012, n. 4395), non è vero il contrario, nel senso, cioè, che non è dato escludere la colpa dei genitori sulla base della mera considerazione delle modalità del fatto, in sè non particolarmente grave, perché un'opzione di tal genere condizionerebbe la sussistenza dell'onere della prova liberatoria alla gravità del fatto; il che è estraneo alla lettera e alla ratio legis».



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