Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-07-14

FAVOREGGIAMENTO DELLA PROSTITUZIONE: INTERPRETAZIONE ESTENSIVA - Cass. Pen. 2734/14 - F.M. BERNICCHI

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (sez. III Penale, sentenza 30 maggio – 8 luglio 2014, n. 29734) in tema di favoreggiamento della prostituzione e sui elementi necessari per la punibilità in concreto.

Il fatto, in breve: con la sentenza 4.3.2011 la Corte d'Appello di Lecce confermava la colpevolezza di V.G. in ordine al reato di favoreggiamento della prostituzione di C.A., osservando, per quanto ci interessa, che la condotta dell'imputato, alla stregua dei quadro probatorio evincibile ex actis era stata tale da agevolare concretamente l'attività di meretricio.

Per l'annullamento della sentenza l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione denunciando, ai sensi dell'art. 606 comma 1 lett. b) ed e) c.p.p., l'inosservanza dell'art. 3 n. 8 della legge n. 75/1958 e dell'art. 27 Cost. nel combinato disposto con i commi 1 e 3 nonché la mancanza e manifesta illogicità della motivazione.

In sostanza, con un unico motivo il ricorrente, premessa una ricostruzione di carattere teorico del reato di favoreggiamento della prostituzione, rimproverava alla Corte d'Appello una applicazione della legge in senso astratto, disattendendo la tesi difensiva secondo cui l'imputato si era limitato a fornire un mero aiuto ad un vecchio amico che versava in condizioni disagiate, concedendogli il mero uso della propria abitazione e richiama in proposito le dichiarazioni dello stesso C.A. nonché del cliente L.F. secondo cui non vi è stata nessuna interposizione del V.

Richiama inoltre i principi di cui all'art. 27 commi 1 e 3 della Costituzione, ritenendo inaccettabile il configurarsi di una responsabilità oggettiva che contrasterebbe con la funzione rieducativa della pena.

I giudici di Piazza Cavour ritengono che il motivo sia inammissibile per manifesta infondatezza.

Richiamando precedenti del Supremo collegio si ribadisce che il reato di favoreggiamento della prostituzione si perfeziona favorendo in qualsiasi modo la prostituzione altrui. Non si rende necessaria, pertanto, una condotta attiva, essendo sufficiente ogni forma di interposizione agevolativa quale quella di mettere in contatto il cliente con la prostituta. Non sono invero richiesti dalla norma in esame comportamenti corrispondenti ad una condotta tipica, essendo invece sufficiente al perfezionarsi degli elementi costitutivi dei reato una generica condotta avente un effetto di facilitazione che non deve necessariamente avere il carattere dell'abitualità connessa ad una reiterazione di atti.

Sempre secondo la giurisprudenza, il favorire "in qualsiasi modo" postula che gli estremi del reato siano integrati da un solo fatto di agevolazione; per cui va considerato favoreggiamento della prostituzione qualsiasi interposizione, anche occasionale, purché sia tale da agevolare la prostituzione di una persona (ex plurimis Cass. sez. 3 n. 10938 del 31.10.2001 in motivazione; conf. Cass. sez. 3, 25.6.2002 Marchioni; Cass. sez. 4 n. 4842 del 2.12.2003). Il reato è solo eventualmente abituale, ben potendo dunque essere integrato da un solo fatto di agevolazione (Sez. 3, Sentenza n. 17856 dei 03/03/2009 Ud. dep. 29/04/2009 Rv. 243753).

Nel caso in esame, la Corte d'Appello ha fondato il proprio giudizio di responsabilità sulla condotta agevolatrice del V. richiamando innanzitutto le circostanze di fatto delineate dal Tribunale (e tra queste circostanze spicca l'indicazione della tariffa e dei tipo di prestazioni previste); ha inoltre evidenziato la messa a disposizione della propria abitazione per consentire al C. di esercitare ivi il meretricio; ancora, ha richiamato la frase detta dall'imputato al Capitano B., finto cliente "ti posso mandare dalla mia amica che in questo momento però è impegnata", nonché le originarie dichiarazioni dei C. circa la fornitura dell'occorrente (creme e preservativi) da parte del V..

Il percorso argomentativo appare dunque non solo in linea con la citata giurisprudenza, ma segue un filo del tutto coerente dal punto di vista logico e pertanto si sottrae decisamente alla censura anche sotto il profilo motivazionale: infatti, il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene solo alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l'oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo. Al giudice di legittimità è infatti preclusa - in sede di controllo sulla motivazione - la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente e plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa). In definitiva il ricorso tende a sollecitare la rilettura del quadro probatorio in chiave diversa e, cioè sotto il profilo del mero aiuto per consentire il soddisfacimento delle fondamentali esigenze in tal modo si propone un riesame nel merito della vicenda, attività preclusa in base ai principio esposti: esso pertanto va dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di €. 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.



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