Articoli, saggi, Generalità, varie -  Rega Ilaria - 2013-07-20

FIGLI E RECLUSIONE: IERI, OGGI E DOMANI, TRA AMORE E SOFFERENZA - Ilaria REGA

Nel nostro paese, assai colmo di ingiustizie e gravi problemi di ogni natura da risolvere, quello delle carceri italiane non può essere considerato uno degli ultimi, anche se spesso viene trascurato o rimandato, forse perché riguardante uomini e donne che vivono agli argini della nostra società, senza mai trovare una soluzione efficace, soprattutto per far acquisire agli istituti di detenzione la loro vera natura, che è quella del recupero del carcerato e non della detenzione fine a se stessa.

Subito dopo il problema del sovraffollamento e dei suicidi, indubbiamente quello delle madri che vivono in carcere - ma io direi anche dei padri - è un tema che non può essere in alcun modo più trascurato e rimandato.

Molti di noi ricorderanno il film a episodi: "Ieri, oggi e domani", che testimonia come nel nostro paese il rapporto tra carcere e famiglia sia sempre stato assai controverso.

Sofia Loren, nel film, dopo aver partorito l"ennesimo figlio - concepito pur di evitare il carcere, grazie all"illuminazione del cavillo del " Codice Rocco" avuta dal conoscente avvocato – alla scadenza dell"ennesima "esenzione da parto" si trova di fronte al diniego del marito, sfinito dalla gestione dei molteplici figli, di concepirne un altro e quindi è costretta a recarsi in carcere con il figlio più piccolo ancora tra le braccia.

Riflettendo un attimo potremo tutti convenire che anche se si compie un reato e si viene condannati a pene detentive, non si può di colpo smettere di essere genitori, come capita anche a molti padri rinchiusi in carcere e che per anni non possono vedere o vedono pochissimo i loro figli. Diverso è il problema delle madri che fino all"entrata in vigore della legge 62 del 2011  potevano tenere con se solo i figli fino a tre anni e con la novellata legge, invece, fino a 6 anni, ma in istituti "a custodia attenuata".

Come affermava E. Goffman in : Stigma: l"identità negata "Quando dietro ad un detenuto si chiudono le porte del carcere, al di fuori rimangono gli affetti. Madri, mogli, figli del detenuto pagano a loro volta un prezzo molto alto, quello della perdita di un caro e spesso della stigmatizzazione da parte della società". Un considerevole numero di famiglie è coinvolto oggi,  in problemi connessi alla detenzione.

Cristina Scanu, giornalista della Rai, è entrata nel mondo delle detenute italiane scrivendo il libro: "Mamma è in prigione"(Jacabook editore), per l"esperienza dell"unico ICAM presente in Italia, quello di Milano, infatti, gli altri istituti simili verranno costruiti solo dopo l"entrata in vigore di alcune modifiche effettuate in materia al codice penale.

Quest"anno ad aprile, infatti, è stata approvata la nuova legge in materia "Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori", che entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2014. Tale legge apporta alcune modifiche essenziali alla "legge Finocchiaro 40/2001".

Il nuovo decreto consente alle detenute incinte o con figli fino a sei anni (non più tre) di non rimanere chiuse in cella con i loro bambini, a meno di particolari "esigenze cautelari di eccezionale rilevanza", ma di poter usufruire degli arresti domiciliari presso la propria abitazione o in strutture apposite come gli istituti a custodia attenuata.

L"istituzione degli ICAM è introdotta dal provvedimento e saranno gestiti sempre dall"amministrazione penitenziaria, ma saranno il più possibile a "misura di bambino". Sono strutture realizzate al di fuori delle carceri e rappresentano un nuovo modello di detenzione. Il primo ICAM, è stato inaugurato a Milano nel 2006 e ha le sembianze di un appartamento interamente disposto su un piano, con tv e computer, biblioteca, lavanderia, giardino, infermeria. Gli agenti sono in borghese e la struttura ha le caratteristiche di ambiente familiare che non ricordano il carcere.

Gabriella Straffi, direttrice delle carceri veneziane - che fu  intervistata dalle detenute della Giudecca riguardo alla futura applicazione della legge Finocchiaro al tempo della sua emanazione (2001) - si dichiarava poco ottimista, dicendo che, a suo parere, con la nuova legge non sarebbe cambiato nulla o quasi. "Per prima cosa" - affermava – "le novità legislative riguardano principalmente le condannate. Seconda cosa, le donne che entrano a Venezia sono donne senza fissa dimora, donne per le quali il reato non grave è diventato la loro professione..(…) Mi sembra pure che in certi casi la cosa sia un po" strumentalizzata, purtroppo, perché l"unica possibilità per loro è avere la sospensione obbligatoria della pena (…) e questo mi sembra particolarmente grave".

Gabriella Straffi commentava anche il caso di una donna detenuta al nono mese di gravidanza che stava per avere il suo bambino e che era stata per questo portata in ospedale; il Magistrato di Sorveglianza (che era una donna), dichiarò che "era inaccettabile lasciare gli agenti di piantonamento al momento del parto" e ordinò di togliere il piantonamento. La donna scappò dopo un"ora. La donna, commenta la Straffi, non era neppure in grado di valutare in modo consapevole che avrebbe avuto in ogni caso la sospensione della pena; la cultura nomade è completamente diversa dalla nostra e una legge come la legge Finocchiaro difficilmente potrà essere applicata a questo tipo di donne. "Può venire applicata - aggiungeva la Straffi - a chi ha una posizione tranquilla, è al primo reato e verosimilmente non ne farà altri. Però, in questa realtà, di persone in queste condizioni ne ho viste veramente pochissime".

La nuova legge dovrebbe proprio permettere anche alle mamme  che non hanno fissa dimora un luogo "sicuro" in cui crescere i bambini; rimaniamo, però, in attesa di provvedimenti che tutelino e garantiscano anche il "rapporto" tra padre recluso e figli, per salvaguardare l"altrettanto importante rapporto genitoriale, ovviamente nei casi in cui ciò sia possibile.



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