Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Fabbricatore Alfonso - 2015-10-31

FRAZIONAMENTO DELL'AZIONE RISARCITORIA: È ABUSO DEL DIRITTO - Cass. 21318/15 - di A.FABBRICATORE

Cassazione, sez. VI Civile, 21 ottobre 2015, n. 21318, Pres. Finocchiaro – Rel. Carluccio

Instaurare due distinti procedimenti dinnanzi a giudici diversi per il risarcimento di danni a cose e a persona derivanti dallo stesso fatto illecito, costituisce un abuso del diritto e dello strumento processuale.

Tanto stabilisce la Cassazione con la sentenza in epigrafe, così ribadendo il principio sancito dalle S.U. del 2007 (cfr. Cass., Sez. Un., 15 novembre 2007, n.23726).

Il caso in esame vede come protagonista un motociclista, il quale, rimasto coinvolto in un incidente stradale, propone due distinte azioni risarcitorie, dinnanzi a giudici diversi, per ottenere il risarcimento dei danni subiti a cose e alla propria persona.

Risultato vittorioso nel giudizio relativo ai danni materiali, l"attore vede respingersi perché improponibile la domanda di risarcimento dei danni alla propria persona.

Ricorre in Cassazione, affidando a tre motivi la propria domanda.

In estrema sintesi sostiene che il Tribunale, nel ritenere integrata l'ipotesi di abuso del diritto per il frazionamento dell'azione di risarcimento sulla base delle sentenze di legittimità, ha violato le norme invocate per aver applicato un principio astratto, senza verificare se il ricorrente avesse tenuto comportamenti tali da giustificare la "sanzione"; per non aver considerato in concreto, sotto il profilo della correttezza, il comportamento della controparte (la compagnia assicurativa), che avrebbe tenuto comportamenti omissivi e dilatori rispetto al risarcimento del danno per le lesioni personali (primo e secondo motivo). Con il terzo, nella parte esplicativa, si limita a richiamare delle sentenze di legittimità da cui si desumerebbero incrinature nella giurisprudenza successiva di legittimità nella applicazione del principio fatto proprio dal giudice del merito.

La Corte di legittimità, dopo le Sez. Un. 23726 de1 2007, ha espressamente esteso il principio dell'abuso del diritto all'ipotesi di frazionamento della domanda di risarcimento davanti a distinti giudici (Cass. n. 28286 del 2011).

Con quest'ultima decisione si è affermato che «In tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, non è consentito al danneggiato, in presenza di un danno derivante da un unico fatto illecito, riferito alle cose ed alla persona, già verificatosi nella sua completezza, di frazionare la tutela giurisdizionale mediante la proposizione di distinte domande, parcellizzando l'azione extracontrattuale davanti al giudice di pace ed al tribunale in ragione delle rispettive competenze per valore, e ciò neppure mediante riserva di far valere ulteriori e diverse voci di danno in altro procedimento, in quanto tale disarticolazione dell'unitario rapporto sostanziale nascente dallo stesso fatto illecito, oltre ad essere lesiva del generale dovere di correttezza e buona fede, per l'aggravamento della posizione del danneggiante-debitore, si risolve anche in un abuso dello strumento processuale.».

Il principio, che il Collegio condivide pienamente, al contrario di quanto sostiene il ricorrente con il non richiamo di alcune sentenze di legittimità, si è consolidato in molteplici pronunce (cfr. Cass. n. 14374 del 2012, n. 4702 del 2015; n. 7195 del 2015). D'altra parte, del tutto non conferente rispetto alla tematica è l'ottica assunta dal ricorrente nel censurarlo.

Infatti, si lamenta che giudice del merito non avrebbe attribuito rilievo a comportamenti non scorretti dell'attore/creditore e a contrapposti comportamenti contrari alla correttezza da parte dell'Assicurazione debitrice. Invece, non vengono in rilievo i contrapposti interessi considerati da una ottica soggettivistica, ma - in un'ottica di sistema generale della tutela processuale - la mancanza di tutela apprestata dall'ordinamento costituzionale al creditore quando l'utilizzo dello strumento processuale è effettuato oltre i limiti della sua funzionalizzazione al perseguimento del diritto per cui è stato conferito (cfr Cass. n. 7195 del 2015, in motivazione).

I motivi sopra esposti hanno portato al rigetto della domanda attorea.



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