Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Mottola Maria Rita - 2014-07-11

GATTI, AFFETTIVITA, DANNO NON PATRIMONIALE E DIRITTI COSMETICI, TRIB. MILANO 30.6.2014 – Maria Rita MOTTOLA

Come molti, oggi ho letto con attenzione la sentenza del Tribunale di Milano 30.6.2014 sugli animali d"affezione già pubblicata su questo sito. Questa sera alla fine di una riunione mi sono fermata a parlare con una amica nella bella piazza del paese dove abito. E" passata un"anziana signora, pantaloni viola e giacchina lilla, passo incerto, sguardo leggermente assente. Portava al guinzaglio un cagnolino fulvo e frutto di mille incroci, non più giovane. Ogni cinque passi alzava il musetto appuntito a guardare la sua compagna umana con trepidante apprensione …

In tale sguardo era rappresentato l"amore incondizionato che un cane è capace di portare per un essere umano, un amore non sempre meritato o contraccambiato nel modo giusto. La nostra società, abbandonata la sana abitudine della riflessione e della valutazione degli accadimenti, lancia slogan e hashtag, frasi incomprensibili, brevi, doppi sensi, fraintendimenti, mai un pensiero lucido e conseguenziale. Non siamo più capaci di comprendere le sfumature, assumere decisioni complesse, tutto è semplificato e deve essere classificato e ridotto ai minimi termini. Ma l"amore, gli affetti come possono essere razionalizzati e costretti entro limiti meschini? Quanto può valere il calore di un contatto e di una presenza? Difficile, difficile dirlo. Ma nello stesso tempo non siamo in grado di adeguarci alla vita, di accettare le sconfitte e gli abbandoni, di affrontare il dolore e la morte, di vivere, dunque, appieno la vita o come diceva Samuel Taylor Coleridge "bere il calice della vita sino alla feccia". La conclusione? Esageriamo, esageriamo in tutto. La moderazione, il giusto mezzo, la sobrietà di pensieri e di parole, prima di tutto, la accortezza, la semplicità di vita, la predilezione per i valori alti, la contemplazione della natura non sono più valori, se ne è dimenticata l"esistenza. E incapaci di affrontare la vita e, in primo luogo, la verità della nostra vita che è la premessa per una sana e tutta intera partecipazione al vivere, cerchiamo il colpevole, per tutto e in tutti, diventati livorosi e superficiali, ci autogiustifichiamo, ci assolviamo e ci eleviamo a giudici, nella speranza di distogliere la nostra attenzione dal malessere che ci assale. Le aspirazioni e i desideri divengono quindi diritti, diritti da tutelare, e ne pretendiamo la tutela, a tutto tondo.

Perché questa lunga premessa? Perché da tempo e dalle pagine di questa rivista chi scrive ha sostenuto che l"amore per un animale d"affezione, il rapporto affettivo che si instaura con il vivere insieme, le cure che si danno e il calore che si riceve in cambio, fanno più bella la vita. Del resto è biblica la certezza che gli animali furono dati all"uomo per la sua consolazione. Questo non significa che dobbiamo idolatrarli, renderli dei feticci e dei sostituti di relazioni di differente rilevanza, non per livello ma per contenuti. Essi hanno un destino e modalità di vita diverse dalle nostre, hanno una vita più breve e dolorosamente dovranno lasciarci molto, molto presto. Anche questo è nel progetto di una vita sana e equilibrata. La scomparsa di un animale d"affezione ci apre su una elaborazione del lutto meno dolorosa e ci prepara per una futura accettazione di ben più tragici abbandoni. Anche questo, anche la possibilità di accettare il distacco è un dono dei nostri amati animali, è un insegnamento che non siamo in grado di accogliere.

E non si dica che chi scrive non conosce e non sa. Conosce e sa, ricorda perfettamente le lacrime versate per l"uccisione di quella bella e grande compagna di giochi avvelenata subdolamente e inutilmente. E" stata curata ma è stato inutile. E ancora oggi per lunghi sei mesi ha curato un altro immenso (60 kg. di pelo e di esuberanza) compagno. No, chi scrive sa e conosce, ma conosce anche la bellissima lezione di vita che i nostri amici vogliono offrirci: capacità di amare, accettazione del sacrificio, esaltazione del gioco, comunanza con la creazione, dolcezza e amorevole attenzione per l"altro, tutto calibrato e in perfetta sintonia con la vita che è anche morte e distacco, coraggio di vincere la paura, capacità di amare oltre e altrove.

La sentenza del Tribunale di Milano non dice tutte queste cose, ma alla luce di queste osservazioni dovrebbe essere letta per scoprirne le reali incongruità. Per riassumere brevemente: le attrici chiedevano il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale per due gattine, l"una morta e l"altra salvata della cure veterinarie perché colpite, con un fucile ad aria compressa, da un vicino infastidito dalle loro scorribande nella sua proprietà. Il giudice sostiene che la condotta dolosa integrava gli estremi del reato di cui all"art. 544 ter c.p., - del resto il convenuto era reo confesso –e il danno richiesto qualificava come danno da condotta illecita e penalmente rilevante. Nulla quaestio sulla richiesta di danni che andavano quindi risarciti nella loro componente non patrimoniale (morale si legge nella sentenza) e patrimoniale. Ma il tribunale, in un articolato obiter dictum, accenna al fatto che nel caso di uccisione dell"animale d"affezione è risarcibile solo il danno non patrimoniale solo se la condotta sia riconducibile alla volontà del responsabile. E di qui la gazare … ora soffermiamoci non sulla dichiarazione, come si diceva del tutto inutile all"economia della motivazione, ma sul perché di tale dichiarazione. Cosa avrà spinto il Tribunale ad esprimersi anche su una questione non rilevante ai fini del decidere? Si possono ovviamente solo presentare delle ipotesi, avvalorate dagli ultimi dieci-quindici anni di studi giuridici. E" come se il Tribunale avesse voluto dire: vedi sto risarcendo ma stai tranquillo solo se vi è un colpevole che volontariamente ha causato il danno. Dove risiede la vera differenza tra azione volontaria e colpevole? L"una può essere tutelata con una polizza assicurativa l"altra no! E proprio qui sta il punto. Legislatore e giurisprudenza si sono profusi in decisioni e leggi che minimizzino i costi a carico delle compagnie assicurative, che normalizzino il risarcimento del danno così da consentire di calcolare attuarialmente il rischio della copertura. La nostra società, e con essa gli operatori del diritto, sono condizionati da un principio generale non detto e non dichiarato, perché contrario a tutto l"impianto costituzionale: non è più il cittadino e le sue esigenze il centro dell"azione, non è più la ricerca della piena occupazione e del benessere diffuso, ma il profitto di pochi a danno di tutti gli altri. Una riprova? In una nazione ove i giovani non hanno lavoro e se lo trovano si debbono accontentare di pochi spiccioli, ove i pensionati si vedono decurtare la pensione e il potere di acquisto, ove le strade si allagano alla prima pioggia, le scuole sono inagibili, le bellezze monumentali crollano per incuria, mancanza di fondi e di manutenzione anche solo ordinaria, in un paese dove la salute è un bene sempre più compresso, giurisprudenza e legislazione sono sempre e prontamente favorevoli ai diritti cosmetici, a quei diritti che non costano nulla per lo Stato (che deve arretrare di fronte alle esigenze imprenditoriali di guadagno e al dovere al pareggio di bilancio) e non portano un aumento di costi per le imprese assicurative e bancarie. Così il diritto della madre di imporre il proprio cognome ai figli diventa una battaglia di civiltà contro una società oppressiva e maschilista, le quote rosa diventano l"unico sistema che consenta il progresso, il matrimonio tra persone dello stesso sesso diventa il vero baluardo dell"uguaglianza contro il razzismo. Si potrebbe proseguire con un"eccezione: la procreazione artificiale apporta molto denaro nelle casse di cliniche private, ora anche italiane, e ai centri di ricerca. In questo scenario ben si inserisce la preoccupazione del Tribunale di Milano nel precisare che il risarcimento del danno da perdita per l"animale d"affezione è si fondata su un diritto relazionale (e come potrebbe negarsi è così da millenni) ma risarcibile solo se non vi è un aggravio per le compagnie assicurative, quindi, solo se è conseguenza di un reato non colposo.

Non accaniamoci solo contro la decisione milanese, cominciamo a chiederci, se non è troppo tardi, come abbiamo affrontato, tutti noi giuristi e non, gli ultimi quindici anni, cosa abbiamo fatto per tutelare lo stesso impianto costituzionale, cosa siamo pronti a fare per ricondurre diritto e ragione verso traguardi veramente veri.



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