Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Occasione Anna Maria - 2014-07-14

GATTI IMPALLINATI E DIRITTO ALLA SALUTE DEGLI ANIMALI - TRIB MILANO 30/6/14- A.M. OCCASIONE

TRIBUNALE DI MILANO E GATTI IMPALLINATI OVVERO L"ILLEGGITIMA COMPRESSIONE DEL DIRITTO ALLA SALUTE DEGLI ANIMALI

Ancora due righe sulla la sentenza del TribunaleO di Milano, sez. X del 30/06/2014 già pubblicata su questa rivista, che ha giustamente sollevato critiche da più parti.

La motivazione della pronuncia in oggetto si è persa nei meandri di interpretazioni arzigogolate delle norme sulla risarcibilità del danno da perdita dell"animale da affezione, dimenticando che alla base di ogni considerazione giuridica stanno i diritti fondamentali di tutela della salute, del diritto a non soffrire e prima ancora del diritto alla vita sia uomo sia animale.

In estrema sintesi, il Tribunale di Milano con la ricordata decisione ha negato la risarcibilità delle spese veterinarie affrontate dalle proprietarie di due gattine impallinate nell"addome dal vicino di casa con un"arma ad aria compressa (vicino, che si evince dalla motivazione, ha sparato in più occasione per tre mesi di fila) perché tale condotta non sarebbe stata conforme ai principi di diligenza e di correttezza avendo i relativi esborsi superato "il possibile risarcimento del danno compensativo della perdita" del rapporto affettivo con l"animale stesso.

Da dove muove questa motivazione?

Sotteso alla decisione del Tribunale milanese starebbe un principio ben preciso e cioè che il nostro ordinamento tutelerebbe la salute dell"animale non come bene in sé ma come funzionale a garantire la relazione con l"uomo.

L"assunto, tuttavia, non è fondato.

Non è questa la sede per trattare in modo approfondito la materia, ma è sufficiente dare una scorsa alla legislazione, per dedurne che il nostro ordinamento tutela in modo diretto la salute degli animali come bene in sé a prescindere quindi dal rapporto affettivo con il detentore o proprietario, rilevante quest"ultimo in certune fattispecie come oggetto di tutela separata ed autonoma.

Ne sono esempio, ex plurimis, la legge 20/07/2004 n. 189 che reca "Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamenti degli animali nonché l"impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate", l"Accordo 6/02/2003 tra il Ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano che all"art. 2 "Responsabilità e doveri del detentore" tutela in modo diretto la salute ed il benessere dell"animale da compagnia, stabilendo al punto b) che il detentore "deve provvedere" (proprio così!) ad "assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico ed etologico" o l"Ordinanza del Ministero della Salute 6/08/2008 sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche e bocconi avvelenati, che anche qui testualmente si prefigge tra le finalità di tutelare la salute dell"animale (art. 1: "La presenza nell'ambiente di bocconi ed esche contenenti veleni o sostanze nocive costituisce un grave rischio per la salute dell'uomo, degli animali e per l'ambiente"; ed ancora nel preambolo dell"art. 2 " Ai fini della tutela della salute pubblica, della salvaguardia e dell'incolumità delle persone, degli animali e dell'ambiente …") il tutto nell"alveo dei principi da ultimo dettati dalla Convenzione per la protezione degli animali da compagnia fatta a Strasburgo il 13/11/1987 ratificata dall"Italia con la legge 201/2010.

Né si possono dimenticare ancora a livello di principi che hanno ispirato la legislazione interna e sovranazionale, le "Cinque libertà" del Farm Animal Welfare Council dove al punto 3) si esplicita la necessità di garantire "la libertà dal dolore, dalle lesioni e dalle malattie mediante la prevenzione una rapida diagnosi e trattamento di cura" ("Freedom from Pain, Injury or Disease by prevention or rapid diagnosis and treatment).

Sulla scia quindi di un principio erroneo, il Tribunale di Milano forza l"art. 1227 c.c. piegandolo ad una interpretazione contraria alla sua stessa ratio. Secondo la decisione in commento, infatti, le proprietarie delle due gattine (di cui una morta dopo centottanta giorni di agonia e di sofferenze), non hanno titolo per chiedere il rimborso delle spese veterinarie richieste per curarle invocando giustappunto l"art. 1227 c.c., considerando le spese veterinarie affrontate alla stregua di una condotta non diligente del danneggiato che ha accresciuto le conseguenze dannose dell"illecito a danno del danneggiante.

Insomma, a seguire il giudice milanese non vi è dubbio che il principio dell"ordinaria diligenza sarebbe stato rispettato almeno in un caso ovverosia optando le proprietarie per la soppressione immediata delle gattine; avendo optato invece per la cura e per la vita, il rimborso delle relative spese non può essere richiesto perché danneggerebbe il danneggiante trattandosi di comportamento che appunto poteva essere evitato dal creditore usando l"ordinaria diligenza.

Amaramente, ricorda Pinocchio che derubato è condotto in prigione.

Ma non vi è solo questo: la sentenza non elide del tutto il danno patrimoniale (e come potrebbe?) ma tenta di trovare un limite: il danno patrimoniale risarcibile per le cure veterinarie è pari al possibile danno non patrimoniale derivante dalla perdita del rapporto affettivo.

Si pensi alla conseguenza di tutto ciò: il malcapitato proprietario di un animale ferito a seguito dell"illecito comportamento altrui deve quindi affrontare (nella sua testa) un giudizio ex ante di probabilistica valutazione (giudiziaria) del rapporto affettivo con l"animale stesso e compararlo con i costi per la cura dell"animale.

Si pensi ancora ad un'altra ipotesi: il danneggiato è libero ad esempio di chiedere il solo danno patrimoniale a causa delle ferite inferte all"animale o della sua uccisione. In questo caso perderebbe tout court il diritto al risarcimento del danno patrimoniale non avendo chiesto il danno non patrimoniale? Oppure qui il giudice dovrebbe compiere una valutazione ipotetica ed astratta (andando ultra petita) al mero fine di valutare il danno non patrimoniale per limitare entro detta valutazione quello patrimoniale? Quali e quante ingiustizie ne deriverebbero?

Incupisce la sentenza del Tribunale di Milano.

Anche perché le decisioni giurisdizionali non contengono solo aspetti giuridici in senso tecnico, ma hanno anche una funzione educativa e sociale dove lo strumento del risarcimento del danno (che certo non è sempre tutto) gioca un ruolo essenziale a tutela del vivere civile e del ripristino delle situazioni lese.

Comprimere il risarcimento, addirittura quello patrimoniale, osta all"educazione al rispetto (che passa per uomini, animali e ambiente) e rafforza la pessima convinzione che chi rompe, qualche volta almeno, non paga.



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