Articoli, saggi, Orientamento sessuale -  Redazione P&D - 2015-03-18

GENDER, L'ULTIMA FRONTIERA - Giuseppe FEDELI

Gender, l'ultima frontiera

".., per come è concepito, l'uomo vitruviano ha in sé un'inalienabile aspirazione al futuro che non soltanto lo rende modernissimo, ma lo farà sempre attuale"(M.Bussagli).

Si sta imponendo in maniera inquietante una teoria che pretende di sovvertire uno dei fondamenti della convivenza umana, negando la verità fondante del maschile e del femminile, la coppia XX e XY che da sempre distingue l'un sesso dall'altro. Posto che il rispetto della dignità umana è fuori discussione, non potendo essere messo in forse da un dibattito culturale, nondimeno oggi nel mondo occidentale il gender si è trasformato da teoria socio-psicologica a proposta politica, tanto che i suoi sostenitori ne infarciscono programmi scolastici e iniziative legislative. Sotto la buccia del gender si sta, in parole povere, insinuando quel tentativo di formare una "coscienza di classe" che è il substrato di ogni ideologia politica totalitaria: il passo successivo -la cui eco rimbomba sin da adesso- è la pretesa dell'omologazione, la dittatura del pensiero unico. La "gendercrazia" è alla base dello stravolgimento antropologico e strutturale, che mina i fondamenti della sessualità umana, negoziabile ad nutum di chi fa del commercio il motore di ogni scelta, per assurda che sia. Annullare il maschile e il femminile, spiega lo psicanalista Mario Binasco, introduce la realtà di un godimento usa e getta ancor più spinto di quello in voga oggi, dove non si sanno più riconoscere, nominare i sentimenti, senza barriere etiche, legami e dèi, dentro un consumo mascherato da progetto psicologico -peraltro coattivo: basti pensare che si è ventilata in Parlamento una proposta di legge, con punizioni da codice penale per chi non si uniformi a certi diktat. Ventisette gender sono stati ad oggi "individuati", con relativo statuto dei social network. In paesi come la Germania si sta guidando l'orientamento degli "indecisi" verso la maschilità o il correlativo opposto (e complementare), a forza di punture di ormoni quale "ausilio" a madre natura. Il che suona abominazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gn 1, 27). Non più i turbamenti adolescenziali, quando la linea di demarcazione tra maschio e femmina è sfumata, e tenta strade che poi sfoceranno nell'acquisizione dell'identità. Ritorna sotto diverse spoglie, ben più inquietanti, lo spettro del Sessantotto, figlio dell'ideologia marxista con la sua furente iconoclastia, compendiata nello slogan: i filosofi hanno interpretato il mondo, si tratta invece di trasformarlo. Mutatis mutandis, oggi non c'è più nemmeno differenziazione tra strutture e sovrastrutture ideologiche, ma un'unica finalità: modellare l'individuo a seconda delle necessità del momento, in nome di un relativismo etico e personalistico che tuttavia non vede che la libertà funge da pretesto, perché la libertà è comunque un modo di essere, una disciplina tetragona, aliena da ogni suggestione e manipolazione. Si tratta di un progetto (pseudo)culturale esecrabile, di una grande menzogna che punta all'abbattimento di ogni principio, in una deriva valoriale: il nuovo Super-io oggi vieta e inibisce la proibizione, e dunque istiga e spinge al godimento, che però latita, in quanto non c'è più un desiderio da costruire. E non tirate su chi coltiva queste dolenti riflessioni, additandolo come untore omofobo, poiché, al di là di ogni schieramento confessionale o tentazione misoneista, la gendertheorie va ben oltre le inclinazioni e i sogni infranti dei suoi protagonisti.

Scriveva Erich Fromm nel 1956: "La crescente tendenza all"eliminazione delle differenze è strettamente legata al concetto di uguaglianza": uguaglianza degli automi, poiché "tutti obbediscono agli stessi comandi e tuttavia ognuno si illude di seguire i propri desideri". Rileva padre Carbone come il moltiplicarsi nella società dei casi di alcoolismo, tossicomania, manie sessuali, suicidio, siano sintomi tutti del grande vuoto lasciato da tale "uguaglianza".



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