Articoli, saggi, Ingiustizia, cause di giustificazione -  Mazzon Riccardo - 2017-04-13

Giocare a pallone in luogo frequentato: il pericolo autorizza la legittima difesa? - Riccardo Mazzon

L"interessante fattispecie, concernente l'argomento in questione, decisa dal Tribunale di Genova con sentenza del 27 ottobre 2010 e sotto riportata, può essere utile, già in sede introduttiva, a chiarire gli argomenti in esame: nel caso concreto, ribadisce il Tribunale, "la minaccia era in atto e, quindi, il minore non si era limitato a provocare, ma aveva reso necessaria una reazione che, tuttavia, è risultata trasmodante".

In tale ipotesi, il giudicante stesso ricostruisce la vicenda soggetta al proprio giudizio narrando che l'attore, minorenne, in compagnia di un amico, giocava a pallone nel parcheggio di un supermercato (esplicitamente, il Tribunale riconosce non sembrare necessaria prova specifica per affermare che il luogo non fosse adatto al gioco - e l'attività, pertanto, vietata dall'avente diritto -); il convenuto, impiegato del supermarket (e, in quel momento, libero dal servizio), molto probabilmente su segnalazione di clienti esasperati (parrebbe, anche, da episodi di disturbo precedenti a quello sopra evidenziato: vi sono, agli atti, conferme dell'abitudine al comportamento in questione), ammonì il ragazzo, venendo tuttavia a sua volta colpito da una pallonata (v'è qui, a onor del vero, uno dei primi punti di contrasto tra le parti - e di divergenza tra i testi -, poiché per taluni il colpo di pallone fu una reazione intenzionale e beffarda all'ammonizione, per altri un caso: in via di fatto, residuando un ineliminabile dubbio, il Tribunale propende per la seconda ipotesi); conseguentemente, a sua volta il convenuto trascinò via dal luogo il ragazzo per un orecchio: il fatto certo è che, nella manovra, si produsse una ferita lacero contusa all'orecchio - si tratta del danno per cui fu causa -.

Controverso, invece, anche tra i testi escussi, il livello di violenza dell'azione del convenuto e la sua durata: per alcuni il fatto fu consistente (la sorella del ragazzino dichiarò di essersi spaventata); per altri il convenuto lasciò quasi subito la presa; la divergenza suddetta prosegue poi nell'indicare la causa del distacco dei tessuti dell'orecchio, per alcuni fu il divincolarsi del ragazzino, per altri l'azione stessa di traino del convenuto: in via di fatto, anche per le divergenze suddette si dovette procedere ad una ricostruzione secondo l'onere della prova e non poté, pertanto, ritenersi che la violenza fosse stata ancor maggiore di quanto la ferita residua lasciava obiettivamente comprendere.

Sulla base fattuale sopra esposta, il Tribunale ritiene esser certa la responsabilità civile del convenuto, non sussistendo alcun profilo scriminante (cfr., amplius, da ultimo, "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Giuffré 2017) del fatto: in particolare, il giudice di prime cure ritiene che la condotta molto maleducata del ragazzino - nonché la legittimità astratta dell'intento perseguito dal convenuto - operino su un piano secondario, consentendo - secondo i principi giurisprudenziali che si vedranno - di ritenere una colpa concorrente del minore (e dei genitori, ex art. 2048 del c.c.) e, conseguentemente, di ridurre pro quota il risarcimento - nonché consentendo, altresì, l'integrale compensazione delle spese di lite, avendo gli attori dato cause illecite e colpevoli alla stessa -.

Entrando maggiormente nel dettaglio, chiarisce il Tribunale come la legittima difesa (cfr., amplius, da ultimo, "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Giuffré 2017), quale scriminante complessa, vada valuta nel rapporto tra l'azione offensiva respinta (e i beni che la stessa tendeva a - o rischiava di – compromettere, in concreto) e la reazione necessitata del difensore del buon diritto (anche un terzo, diverso dal titolare) con considerazione ulteriore dei beni della sfera dell'aggressore, messi a rischio (prevedibile) dalla reazione: e, pur avendo effettuato una sintesi necessariamente minimale dell'amplissima, e non del tutto pacifica dottrina e giurisprudenza sul punto ed avendo fatto ciò adottando una visione "ortodossa" ma ampia della scriminante, nel caso di specie i pochi principi espressi bastarono a negare ogni operatività della causa di esclusione dell'antigiuridicità del fatto: un tanto pur ricusando la schematica visione, "banalissima e minimalista", per la quale, essendovi stata lesione della salute avverso tutela del patrimonio, di legittima difesa non si potrebbe neppure parlare.

Peraltro, aggiunge il giudicante, non è affatto detto che il convenuto agisse solo per la tutela del patrimonio essendo, il gioco del pallone in luogo frequentato, anche un pericolo per il pubblico; in ogni caso, anche avesse agito solo per evitare danni materiali, a fronte di un rifiuto del ragazzino ad obbedire all'intimazione ed alla sua pretesa di restar lì a dar pallonate alle auto, ben avrebbe potuto, il convenuto, prender lo stesso per un braccio, o per il bavero e metterlo fuori dal luogo vietato per le vie brevi: la reazione sarebbe stata necessaria, posto che il futuribile intervento delle forze dell'ordine (cosa peraltro stucchevolmente sproporzionata) non avrebbe impedito l'aggravamento del danno – specifica il Tribunale che, nel caso suddetto, l'allontanato non avrebbe certo potuto lamentare le ecchimosi al braccio od i graffi fatti dallo strofinio del colletto -.

Ulteriormente, pur risultando al Tribunale estremamente probabile che, nel determinismo della lesione, vi sia stato qualcosa di accidentale e, quindi, la proporzione della reazione (ex ante) non possa essere rapportata all'effetto lesivo di una certa consistenza, il punto essenziale viene identificato dalla pronuncia nel fatto che "prendere per un orecchio" non serve solo a coartare ad un certo movimento, ma serve anche a far male, a punire o almeno a coartare in modo molto deciso, con l' immediata prospettiva della sofferenza fisica: si tratta, quindi, di un intervento che potrebbe, al limite, essere legittima ed estrema espressione di interventi più specificamente scriminanti (ius corrigendi del genitore, uso legittimo della forza da parte dell'autorità) ma, in linea generale, comunque di un intervento sempre trasmodante per chi abbia valide alternative (ed, in effetti, da nessun atto di causa risulta che il convenuto non potesse praticare al minore un trattamento meno offensivo e, seppur deciso, del tipo di quelli che sono già stati descritti: neppure un rigo, ad esempio – sempre a detta del giudicante -, delle difese del convenuto afferma che fu difficile inseguire il ragazzino, che lo stesso si divincolò, che non c'era altro modo per bloccarlo, etc....).

Pare, pertanto, al tribunale evidente, invece, come il trattamento umiliante fosse stato adottato "anche" come rivalsa per la pallonata della quale, non a caso, fu fatta larghissima menzione nelle difese del convenuto - e che fu, dunque, elemento che alterò la condotta dello stesso, pur astrattamente riconducibile ad una legittima difesa dell'altrui proprietà e salute -.: in altre parole, a causa dell'originaria condotta illecita del minore, il convenuto reagì legittimamente, ma con un eccesso nella sua reazione per l'ulteriore provocazione rappresentata dalla pallonata.

Posto che il danno fu diretta conseguenza della scelta imprudente del metodo di coartazione, non ebbe alcun rilievo (in sede civile) stabilire l'esatto livello e l'esatta durata della violenza estrinsecata dal convenuto: parimenti, fu ritenuto del tutto inutile stabilire se la lesione fosse stata provocata dal divincolamento, posto che il minore si divincolava proprio a causa di una presa non consentita; ancor meno significato ebbe stabilire se la pallonata fosse stata intenzionale perché, anche nel caso affermativo, il convenuto non poteva certo, razionalmente, ritenersi in pericolo di esser colpito di nuovo e, la sua volontà di reagire immediatamente alla provocazione, pur comprensibile, non poteva trovar tutela; fissata la responsabilità, il Tribunale quantificò il danno alla persona secondo le indicazioni del CTU, chiarendo che, pur non essendo la causa relativa a materia di infortunistica stradale, per la liquidazione del danno, in ipotesi di microlesioni, parve al giudicante più opportuna l'adozione dei criteri liquidatori fissati dalla legge con l'art. 139 del Codice delle Assicurazioni e sicuramente applicabili in via analogica, piuttosto che procedere con l'utilizzo di tabelle di completa formazione giudiziaria, unica soluzione possibile, invece, per le lesioni superiori al 9%.

Come già accennato, il Tribunale de quo riconosce peraltro, in ordine al fatto occorso, una consistente responsabilità concorrente di parte attrice; il minore infatti, ricorda il giudicante, non solo teneva una condotta illecita e pericolosa ma, calciando almeno ancora una volta la palla quando era già stato ammonito, sconfinava nella provocazione e, soprattutto, rendeva evidente la sua volontà di proseguire, se non impedito, in un'attività pericolosa (la scriminate assunta dalla difesa del convenuto, quindi, non sussiste per la colpa nella scelta del modus della reazione e non per il carattere innocuo ed esaurito dell'illecito costituente la provocazione): tra le due regole giurisprudenziali, in realtà solo apparentemente antinomiche, che non ritengono possibile il concorso di colpa del danneggiato per il solo fatto della provocazione, ritenendo invece possibile il concorso di colpa del danneggiato nel caso di eccesso nella legittima difesa, vale, nel caso concreto, la seconda; infatti, a detta del giudicante, è agevole rendersi conto di come il punto discriminante consista nel fatto che l'illecito, contrastato da chi adduce la legittima difesa, sia del tutto esaurito (come nella diffamazione), avendosi così una mera provocazione che, tuttavia, non si può contrastare con una violenza meramente "reattiva", come nel caso in cui la minaccia fosse invece ancora in atto.

Nel caso concreto in esame, ribadisce il Tribunale, la minaccia era in atto e, quindi, il minore non si era limitato a provocare, ma aveva reso necessaria una reazione che, tuttavia, è risultata trasmodante: il concorso, pertanto, sussiste e il Tribunale lo reputa nella significativa percentuale del 45%; v'è da aggiungere, inoltre, per completezza, che il giudicante, nella pronuncia in commento, non condivide invece l'orientamento, pur autorevolmente espresso, per il quale la provocazione dovrebbe essere motivo di riduzione, in via equitativa dell'entità del risarcimento civile: la suddetta concezione pare, infatti, al Tribunale in contrasto colla funzione riparatoria del risarcimento.



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