Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Gasparre Annalisa - 2015-07-06

GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA DI ASSOCIAZIONE FINALIZZATA AL TRAFFICO DI STUPEFACENTI - Cass. pen. 17715/15 - A.G.

- indagato per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti

- custodia in carcere

- non costituiscono gravi indizi di colpevolezza del reato in esame la semplice vicinanza di altri affiliati in strada: è necessario un contributo teso all'esistenza e al rafforzamento dell'associazione

Oggetto del giudizio della Cassazione è il provvedimento con cui il Tribunale del Riesame rigettava la richiesta di riesame proposta dall'interessato contro l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari che aveva applicato la più grave tra le misure personali coercitive: la custodia in carcere, in relazione al reato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti di varie tipologie.

Come noto, l'ordinanza cautelare deve contenere l'esposizione delle specifiche esigente cautelari (periculum libertatis) e dei gravi indizi di colpevolezza (fumus commissi delicti) che giustificano in concreto la misura disposta, dove "in concreto" sta a significare che deve essere disposta la misura che rispetti i canoni di proporzionalità ed adeguatezza, senza automatismi di sorta. La misura deve essere idonea quanto alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare.

Con riferimento ai gravi indizi di colpevolezza al reato di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti la giurisprudenza ha chiarito che la condotta di partecipazione non è integrata dalla

"mera disponibilità eventualmente manifestata nei confronti di un singolo associato, né dalla condivisione ideale o di intenti. È, infatti, necessaria la volontaria e consapevole realizzazione di concrete attività funzionali, apprezzabili come effettivo ed operativo contributo all'esistenza e al rafforzamento dell'associazione". Dal punto di vista soggettivo, si è affermato che "il dolo del delitto di associazione a delinquere è dato dalla coscienza e volontà di partecipare attivamente alla realizzazione dell'accordo e quindi del programma delittuoso in modo stabile e permanente".

Il Tribunale del Riesame aveva dato atto che le dichiarazioni dei collaboratori non contenevano alcun riferimento all'indagato, dando però poi rilievo alle conversazioni intercettate e le videoriprese nella zona. Per la Suprema Corte, tuttavia, il solo dato della "vicinanza ad altri affiliati in strada" non resiste al vaglio della gravità indiziaria in ordine al reato associativo o di spaccio, necessaria per l'applicazione della misura custodiale.

L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per nuovo esame sulle gravità indiziaria.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 26 febbraio – 28 aprile 2015, n. 17715 - Presidente Teresi – Relatore Orilia

Ritenuto in fatto

1 Con ordinanza 6.8.2014 il Tribunale di Catania ha rigettato la richiesta di riesame proposta nell'interesse di contro l'ordinanza dei GIP che aveva applicato nei suoi confronti la misura cautelare della custodia in carcere, in relazione al reato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti di varie tipologie, con I' aggravante di cui all'art. 80 DPR n. 309/1990 e 7 legge n. 203/1991.

Per quanto ancora interessa in questa sede, il Tribunale dei Riesame, dopo avere delineato la struttura organizzativa dell'associazione operante al viale ____, nel quartiere ___ di Catania, ha desunto la gravità indiziaria in ordine alla partecipazione dei G. alle attività dei gruppo dei Tudisco (gestito per conto di GA, affiliato al clan "Cappello") da alcune conversazioni intercettate nonché dalle videoriprese eseguite sul viale ____. Ha ravvisato altresì la sussistenza delle aggravanti di cui agli artt. 7 della legge n. 203/1991 e 80 DPR n. 309/1990 (sia nell'ipotesi dell'ingente quantità sia in quella dell'utilizzo di minori nella attività di spaccio). Quanto, infine, alle esigenze cautelare, il Tribunale ha ritenuto l'inadeguatezza di misure meno afflittive.

2 Il difensore ricorre per cassazione denunziando sette motivi.

2.1. Con i primi tre motivi denunzia ai sensi dell'art. 606 lett. b), c) ed e) c.p.p., l'inosservanza di legge e la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione con riferimento agli artt. 125, 273 e 309 c.p.p. nonché 73 e 74 DPR n. 309/1990. Rimprovera un deficit motivazionale nella trattazione della specifica posizione dell'indagato, posto che non emerge alcuno specifico episodio a lui riferibile, alcuna delazione dei collaboratori di giustizia, alcuna informazione o riconoscimento proveniente dagli acquirenti delle sostanze, alcun sequestro a suo carico o episodio di cessione documentato dal lungo servizio di videoriprese. Passa in rassegna gli elementi considerati dal Tribunale (colloqui col fratello in carcere, presenza sui luoghi, ruolo di "vettore", irrilevanza dei mancato riconoscimento da parte dei collaboratori, e accertata vicinanza ai due fratelli T.) per dedurne l'illogicità dei percorso motivazionale.

2.2. Coi quarto, quinto e sesto motivo denunzia la violazione di legge e il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell'aggravante di cui all'art. 7 della legge n. 203/1991 nonché delle aggravanti di cui all'art. 80 comma 2 e comma 1 lett. b) DPR n. 309/1990.

2.3. Con il settimo motivo denunzia infine la violazione degli artt. 125, 273, 274, 275 e 309 cpp nonché il vizio di motivazione dolendosi della ritenuta adeguatezza della misura custodiale applicata. Rileva in proposito il ricorrente che non è possibile comprendere da quali elementi il Tribunale abbia tratto il convincimento della persistenza dell'organizzazione pur dopo l'emissione delle ordinanze di custodia cautelare. Rileva poi la contraddittorietà del provvedimento laddove desume la caratura criminale dell'indagato dai precedenti penali mentre invece in altre parti dei provvedimento dà atto dell'incensuratezza dell'indagato e della assenza di carichi pendenti; contesta poi il richiamo alla violazione delle prescrizioni connesse alla sorveglianza speciale di PS con obbligo di soggiorno, rilevando di non essere mai stato sottoposto ad alcuna misura di prevenzione che dunque non può aver violato.

Considerato in diritto

Le prime tre censure (che riguardano i gravi indizi di colpevolezza in ordine alla partecipazione al reato associativo) sono fondate.

L'art. 292 cod. proc. pen., in attuazione dell'obbligo costituzionale, sancito per tutti i provvedimenti giurisdizionali (art. 111 Cost., comma 6) e, specificamente, per qualsiasi atto di restrizione della libertà personale (art. 13 Cost., comma 1), stabilisce proprio, quale contenuto essenziale dell'ordinanza "de libertate" del giudice, "l'esposizione delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, con l'indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza". Il primo comma dell'art. 275 cpp impone al giudice di tener conto, nel disporre le misure cautelari, della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto (cfr. cass. Sez. 6, Sentenza n. 18728 dei 19/04/2012 Cc. dep. 16/05/2012 Rv. 252645).

Nel caso in esame, l'ordinanza impugnata, pur contenendo una approfondita ricostruzione della struttura del sodalizio operante in viale ____, nell'esaminare la posizione del G. rivela una serie di passaggi critici sotto il profilo motivazionale che non si sottraggono al sindacato di legittimità.

Il Tribunale, infatti, pur avendo ammesso che le dichiarazioni dei collaboratori non contengono alcun riferimento alla persona dell'odierno indagato (neppure oggetto di ricognizione fotografica) e pur avendo fornito una spiegazione plausibile in merito alle ragioni di tale omessa menzione (attraverso il richiamo al ruolo di mero "vettore" e non di "pusher" nonché al fatto che probabilmente il G. era entrato nella compagine dopo l'inizio della collaborazione e quindi fosse ignoto ai collaboranti), finisce poi per valorizzare solo dati privi di rilievo, quali le conversazioni intercettate e le videoriprese nella zona di viale ____.

Quanto ai colloqui, si tratta di quelli avvenuti presso la struttura carceraria ove si trovava detenuto il fratello Al., avuti da An. e dai suoi familiari: ebbene, il Tribunale da tali conversazioni ricava "l'impegno e il sostegno economico dato dall'organizzazione alla famiglia G. dopo l'arresto di Al." e le lamentele di costui sull'ammontare dei "sussidio". Non spiega però il Tribunale come da un tale dialogo - certamente sintomatico di un coinvolgimento del detenuto Alfio nel gruppo da cui riceveva aiuto economico nel momento di "difficoltà" - possa trarsi la conclusione di una analoga compartecipazione del familiare An. che invece, da quanto emerge dall'ordinanza, aveva solo presenziato alle conversazioni ed al quale non si attribuiscono particolari o compromettenti affermazioni; lo stesso dicasi per i commenti tra fratelli sulla fuga dei coindagati V e R in occasione dei controllo di Polizia o dei commenti sul protagonismo del G A.

Altro punto critico sta nel peso gravemente indiziario attribuito alle videoriprese che ritraggono il G. costantemente nella piazza di spaccio insieme al Tudisco e a vari affiliati, benché, a differenza di quanto abbia fatto nell'esaminare altre posizioni, il' Tribunale nulla dica di un ruolo attivo rivestito dall'indagato, come ad esempio quello di "vedetta" o di "controllore" delle attività di spaccio svolte da altri nella zona di viale ___; ed allora il solo dato della mera vicinanza al T o ad altri in strada non regge al vaglio della gravità indiziaria in ordine al reato associativo o di spaccio, necessaria per la applicazione della misura di massimo rigore.

La giurisprudenza in proposito afferma che la condotta di partecipazione ad un'associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti non è integrata dalla mera disponibilità eventualmente manifestata nei confronti di un singolo associato, quand'anche di livello apicale, né dalla condivisione ideale o di intenti, essendo, invece, indispensabile la volontaria, consapevole realizzazione di concrete attività funzionali, apprezzabili come effettivo ed operativo contributo all'esistenza e al rafforzamento dell'associazione (Sez. 6, Sentenza n. 27605 del 17/04/2012 Ud. dep. 11/07/2012 Rv. 253021). Ancora, è stato affermato che il dolo del delitto di associazione a delinquere è dato dalla coscienza e volontà di partecipare attivamente alla realizzazione dell'accordo e quindi del programma delittuoso in modo stabile e permanente (Sez. 1, Sentenza n. 30463 del 07/07/2011 Ud. dep. 01/08/2011 Rv. 251012).

Apodittica è poi la motivazione sul capo B) perché non spiega da quali specifici elementi desume il ruolo attribuitogli (quello, cioè, di occuparsi dei recapito della sostanza ai pusher addetti allo spaccio).

L'ordinanza deve pertanto essere annullata con rinvio per un nuovo esame sulla gravità indiziaria, restando logicamente assorbita la delibazione delle altre censure (sul riconoscimento della aggravanti e sulle esigenze probatorie).

P.Q.M.

annulla l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Catania.

La Corte dispone inoltre che copia dei presente provvedimento sia trasmesso al Direttore dell'Istituto Penitenziario competente ai sensi dell'art. 94 comma 1 ter disp. att. cpp.



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