Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2016-03-02

GUIDA IN STATO D'EBBREZZA E SUA PROVA IN DIBATTIMENTO - Cass. Pen. 7899/16 - F.M. BERNICCHI

Perchè sussista il reato di guida in stato di ebbrezza o sotto l'uso di stupefacenti non è sufficiente la presenza della droga in macchina e lo stato d'agitazione dell'imputato, ma servono riscontri obbiettivi.

Si prende in esame una recente sentenza della Corte di Cassazione (sez. IV Penale, sentenza 15 dicembre 2015 – 26 febbraio 2016, n. 7899) relativa al tema della guida in stato di ebbrezza e la sua configurazione come reato penale sulla scorta di elementi fattuali ed oggettivi.

Il fatto, in breve: con sentenza di secondo grado la Corte di Appello di Milano confermava il provvedimento di prime cure con il quale S.L. era stato condannato a pena ritenuta equa in relazione al reato di guida in stato di alterazione psicofisica da assunzione di sostanze stupefacenti, commesso il 10.11.2011.
La ricostruzione fattuale non lasciava dubbi per i giudici di merito: il S. era stato controllato da una pattuglia di Carabinieri intorno alle ore 2,00 del 10.11.2011 mentre percorreva, alla guida di un'autovettura targata (…), una strada provinciale in località Mandello del Lario. Venne eseguita una perquisizione personale e del veicolo, con l'esito del rinvenimento dì un involucro contenente marijuana e altro contenente cocaina. Il S. venne quindi sottoposto ad accertamenti biologici presso l'ospedale di Lecco, dai quali emerse la positività alla cocaina e ai cannabinoidi, con valori tali da far ritenere ai giudici che l'uso delle sostanze fosse stato recente e non risalente a due giorni prima, come sostenuto dall'imputato in dibattimento.

Ricorre l'imputato in Cassazione lamentando la violazione di legge ed il vizio motivazionale, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente interpretato la norma incriminatrice, ritenendo che sia punita la mera condotta di guida dopo l'assunzione di sostanze stupefacenti.

Una serie specifica di elementi fattuali che di seguito elenchiamo doveva portare i giudici di merito a considerare diversamente la situazione che si era creata e valutare meglio le prove portate in dibattimento.

  • all'atto del controllo il S. non aveva alcun sintomo che denotasse alterazione;
  • il certificato rilasciato dai sanitari non contiene alcuna delle indicazioni tipiche di un'alterazione psicofisica;
  • i testi escussi hanno dichiarato che l'imputato non aveva assunto stupefacenti il giorno dei fatto;
  • il rinvenimento di droga nella disponibilità del S. dimostra che questi non l'aveva ancora consumata;
  • la presenza in auto di un fucile da caccia conferma l'assenza di un'alterazione in atto;

Per i giudici di Piazza Cavour, iI ricorso è fondato.
Non vi é alcun dubbio in ordine al fatto che ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 187 cod. strada, non è sufficiente che l'agente si sia posto alla guida dei veicolo subito dopo aver assunto droghe ma è necessario che egli abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione (ex multis, Sez. 4, n. 39160 del 15/05/2013 - dep. 23/09/2013, P.G. in proc. Braccini, Rv. 256830).

Quanto all'accertamento del reato, la giurisprudenza di questa Corte ha statuito che lo stato di alterazione del conducente può essere dimostrato attraverso gli accertamenti biologici in associazione ai dati sintomatici rilevati al momento dei fatto, senza che sia necessario espletare una analisi su campioni di diversi liquidi fisiologici. E' stata quindi reputata sufficiente l'analisi delle urine unitamente allo stato confusionale dell'imputato riscontrato al momento dei fatto (Sez. 4, n. 6995 dei 09/01/2013 - dep. 12/02/2013, Notarianni, Rv. 254402).

Nel caso di specie, tuttavia, il dato sintomatico valorizzato dalla Corte di Appello é del tutto inidoneo; si tratta di uno stato di agitazione che si manifestò durante il controllo dei carabinieri e che indusse gli stessi ad eseguire la perquisizione; sicchè ben potè essere determinato dal timore di veder rinvenuto lo stupefacente. Ne é dimostrazione quanto riferito da uno dei verbalizzanti in dibattimento (per come riportato nella sentenza impugnata), ovvero che il S. appariva spaventato, come se avesse qualcosa da nascondere.

Il primo giudice, d'altro canto, indica addirittura uno stato di lucidità e di coscienza.

Va allora rammentato che in tema di ricorso per Cassazione, sussiste la ipotesi di manifesta illogicità della motivazione quando il giudice di merito, nel compiere l'esame degli elementi probatori sottoposti alla sua analisi e nell'esplicitare, in sentenza, l'iter logico seguito, si esprima attraverso una motivazione incoerente, incompiuta, monca e parziale. Invero il legislatore ha inteso equiparare la carenza di motivazione alla carenza di logica nella motivazione; detta carenza va desunta, più che dalla mancanza di parti espositive del discorso motivazionale, dalla assenza di singoli elementi esplicativi, i quali siano tali da costituire tappe indispensabili di un percorso logico-argomentativo, che deve necessariamente snodarsi tra i temi sui quali il giudice è tenuto a formulare la sua valutazione (Sez. 5, sent. n. 4893 del 16/03/2000 - dep. 20/04/2000, Pg in proc. Frasca, Rv. 215966).

Ne deriva la manifesta illogicità della motivazione, per l'assenza di un essenziale elemento esplicativo, che il richiamo alla circostanza indicata dalla Corte distrettuale non vale a sopperire.
L'assenza di ulteriori elementi processuali suscettibili di valutazione conduce all'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.



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