Varie -  Redazione P&D - 2017-06-08

Hospes comesque di Marguerite Yourcenar - Maria Beatrice Maranò

L'almanacco di oggi ci ricorda Marguerite Cleenewerck de Crayencour, meglio nota come Marguerite Yourcenar  nata a Bruxelles l'8 giugno del 1903: gran dama della letteratura francese, l'ultima aristocratica del pensiero,  la grande seduttrice, l'archeologa dell'anima, storica e memorialista, tessitrice di storie e miti, orgogliosa e con una buona dose di snobismo ereditato dal padre.

Scrittrice, non donna, alla quale piaceva inventarsi la vita, alla quale non importava vincere ma essere liberi, che affermava "scrivere è come fare il pane" e poi ancora "la poesia non è un extra".
Forse fu proprio la poesia di Kavafis, (con il sentimento di quella giustapposizione continua del presente e del passato) tradotta dal greco e
tanto amata, a condurre la scrittrice, così legata alla memoria storica, ad astrarsi dal tempo in una visione delle cose che mentre continuano a scorrere giungono ad un tempo che confina con l'eterno: attualità e passato, presente e futuro si intersecano, si inglobano e, come nelle memorie di Adriano, non si distingue più se è l'imperatore che parla,  o la scrittrice-segretaria dell'imperatore "pellegrino". Da privilegiata ha
potuto condurre in assoluta libertà un'esistenza errabonda scoprendo il mondo e non ha mai dovuto sottostare a compromessi per potersi assicurare un pubblico più vasto e nel minor tempo possibile: "Potevano leggermi in tre ed era la stessa cosa", amava ripetere.In quell'angolo di mondo, immerso nel silenzio, nel suo studio, senza televisione, ogni tanto all'ascolto della radio, circondata da libri, tappeti antichi, il calore del camino, in una esistenza ridotta all'essenziale come a seguire il ritmo della natura scandito dalle stagioni e assaporare una pace conquistata, il lirismo assoluto. Come poeta sembra già voler afferrare ogni fatto, ogni evento come fossero ultimi momenti irripetibili ed illuminati da luce celestiale e al contempo abbandona repentinamente queste prime esperienze per dedicarsi ad
altro quasi si trovasse a far fronte ad una continua maratona con la vita e con le esperienze che essa offre: la consapevolezza di vivere una esistenza dove non è possibile fermarsi troppo a lungo, perdersi in eccessive soste o cadere in oblìo ma al contrario ci si deve immergere attivamente in ogni nuovo entusiasmo per correre dietro alla vita perché il tempo scorre veloce.
Fondamentale è il senso che dà alla parola poeta: "poeta è qualcuno che è "in contatto" attraverso cui passa una corrente" e per lei la poesia deve poggiare su un ruolo incantatore.E proprio nella poesia, nella sua ultima parola, nel suo ultimo canto, come araba fenice sembra risorgere dalle ceneri del passato e rivivere i giorni e le stagioni come se il tempo continuamente lasciasse adagiare sulla superficie nuove sensazioni, ed un ritrovato stupore misto ad entusiasmo. Così nelle "Memorie di Adriano": "Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d"acque limpide, popolate di esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare…." dice di sè Adriano, uomo totalmente immerso nella sua epoca e vicinissimo al tormento dell'uomo di tutti i tempi, nell'accanita ricerca di un'accordo tra la razionalità e la felicità, tra il destino e l'intelligenza"

"Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos...."
P. Aelius Hadrianus,

Corpo, facchino dell'anima, in cui sperare forse
sarebbe vano, amato corpo, più che non amarti;
cuore in un vivente ciborio trasmutato;
bocca senza fine tesa alle più nuove esche.
Mari dove si può vogare, sorgenti dove si può bere;
frumento e vino misti al banchetto rituale;
alibi del sonno, dolce cavità nera;
inseparabile terra offerta a tutti i nostri passi.
Aria che mi colmi di spazio e di equilibrio;
brividi lungo i nervi; spasmi di fibra in fibra;
occhi sull'immenso vuoto per poco tempo aperti.
Corpo, vecchio mio compagno, noi moriremo insieme.
Come non amarti, forma a cui io somiglio,
se è nelle tue braccia che stringo l'universo?( Marguerite
Yourcenar)...Hospes comesque



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