Articoli, saggi, Libertà costituzionali -  Redazione P&D - 2013-08-18

I DIRITTI DA TESTIMONIARE - Chiara SARACENO



Non basta il  decreto legge sul femminicidio a fermare lo stillicidio ormai quotidiano  di uccisioni di donne, spesso da parte di mariti, fidanzati, amanti.  Come non basteranno le norme contro l"omofobia, se e quando verranno mai  approvate, a difendere le persone omosessuali dalla fatica di una vita  quotidiana sempre ostaggio della (in)tolleranza e del disprezzo di  persone che non solo credono di avere il monopolio della normalità, ma  se ne fanno scudo per dar corso ai propri impulsi peggiori. Chi uccide  va punito, chi minaccia di uccidere, o comunque tormenta, va fermato e  se del caso punito.


Le leggi servono a definire un confine anche  penalmente, e non solo moralmente e culturalmente, invalicabile. Non si  uccide per amore o per gelosia. Tantomeno queste possono essere invocate  come attenuanti. Non si può utilizzare l"omosessualità come insulto e  come causa di discriminazione e dileggio sistematici. Per questo le  leggi hanno anche una funzione comunicativa; fanno parte del discorso  pubblico su come una società considera se stessa e le proprie relazioni.  Le resistenze del Parlamento italiano a varare norme contro l"omofobia,  da questo punto di vista, non sono un bel segnale della maturità del  discorso pubblico su questi temi. Leggi come queste, che mirano a  contrastare comportamenti distruttivi, servono ancora di più se mettono  in campo risorse per la protezione delle vittime e per lo sviluppo di  iniziative di prevenzione (la parte più vaga, ahimè, del decreto sul  femminicidio e assente dalla proposta di legge contro l"omofobia).


La  capacità di una norma di contrastare il comportamento che intende  punire, tuttavia, non va sopravvalutata. Il timore della pena non  trattiene il ladro, o l"evasore fiscale, che ritiene che il gioco valga  la candela, o l"omicida che trova nell"atto di uccidere soddisfazione  alle proprie pulsioni più profonde. Forse è proprio per il particolare  tipo di soddisfazione che alcuni uomini trovano nell"uccidere una donna  (che per lo più considerano propria) che gli assassinii di donne non  sono diminuiti in questi anni, a fronte di una generale diminuzione  degli omicidi. Analogamente, se qualcuno considera l"omosessualità e gli  omosessuali una deformità contro natura e/o una tara morale, non  basterà il timore di una pena per indur-li a smettere di fare gli  aguzzini dei loro compagni e a non usare le parole come pietre in una  lapidazione quotidiana.


Così come è bene che ci sia una legge che  dice che non solo uccidere è reato ma farlo perché si ritiene l"altra  una proprietà è un"aggravante, è necessaria una legge che dica che  quando un"opinione diventa un"arma distruttiva, utilizzata per umiliare  ed emarginare qualcuno, non è più in gioco lalibertà di opinione ma il  diritto al rispetto e all"integrità personale. Ma occorrono anche un  discorso pubblico complessivo, comportamenti pubblici, modalità  educative che esprimano concretamente il rispetto dovuto a ciascuno,  indipendentemente dal sesso e dall"orientamento sessuale. Se nella vita  quotidiana e nelle decisioni che contano le donne continueranno ad  essere considerate cittadine di serie B, molti uomini continueranno a  sentirsi autorizzati a trattarle come tali anche nei rapporti privati. E  molte donne continueranno a ritenersi persone di serie B, con meno  diritti, accettando richieste e violenze rischiose.


La legge di  contrasto all"omofobia, se mai passerà, rimarrà solo simbolica se in  società le persone omosessuali continueranno ad essere considerate una  anomalia tendenzialmente pericolosa, senza gli stessi diritti degli  eterosessuali ad una vita affettiva e famigliare. Se l"omosessualità, ma  anche i modi diversi di essere maschi e femmine, non vengono detti ed  elaborati come parte del caleidoscopio della normalità. Qualsiasi  prepotente troverà legittimo e normale accanirsi su chi non risponde a  standard "normali" stereotipici.

Un bel romanzo di Catherine Dunne, Quel  che ora sappiamo,racconta quanto ciò possa diventare intollerabile  anche al ragazzo più intelligente ed amato, senza che genitori molto  attenti e persino esperti riescano a coglierne per tempo i segnali.  Anche perché dell"indicibile, di ciò che non viene mai nominato (inclusa  l"incredibile capacità di cattiveria di alcuni ragazzi), è difficile  parlare, confidarsi. L"adolescenza è un periodo della vita  fragilissimo, in cui le prove di identità sono una fatica e un rischio  per tutti e il giudizio dei propri pari, ma anche di genitori e  insegnanti, un quotidiano giudizio di Dio. Dovremmo fare di tutto per  evitare che per qualcuno si trasformi in un inferno senza ritorno.



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