Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2017-02-20

I diritti dei bambini presi sul serio - Paolo Cendon

"I DIRITTI DEI BAMBINI PRESI SUL SERIO" -  Paolo CENDON

Bambini, diritto, bambini come soggetti di diritti. Di pochi argomenti  si  parla tanto da qualche anno a questa  parte.  Alla radio, sui giornali, al cinema.

Non che la cosa sia un  male, anzi. Affermare  che un  certo bisogno  corrisponde a  un diritto è importante;   significa  che c'è chi è tenuto a rispettarlo, che si potrà reagire se  qualcuno lo calpesta. E discuterne è comunque positivo.

Alcuni  conduttori  televisivi, sui problemi dei bambini, ci marciano? Non sarà  la fine de mondo. Troppi  convegni sull'argomento,  manifesti,  centri  studio,  manualetti,  piccole  poste? Pazienza.    Le  catene di S.Antonio sulle   piccole   leucemiche nell'  e-mail?  C'è di peggio. Certe leggi (all'Onu, in  Europa, nelle  Regioni italiane) che sembrano fatte apposta  per  salvare l'anima  di  chi le approva, più che non per far stare  meglio  i fanciulli? Amen.

Alcuni  pericoli  esistono però.  Quello  dell'assuefazione,  per cominciare;  ossia  della delega a terzi. "Se tanta gente  se  ne occupa  vuol dire che la situazione è sotto controllo".  Non è proprio così, purtroppo. E poi quello del catastrofismo:  discorrere  sempre di violenze, di reati;  il rischio è di scordare che per  i minori "normali" i nodi sono in effetti altri: i  rapporti familiari, la scuola, i consumi, le vacanze, le delusioni  amorose, la TV,  dieci chili di troppo. Momenti delicati anche questi, per certi versi più insidiosi: comunque che riguardano "tutti"  i minori.

Non  basta neanche la formula "Bambini come soggetti (e  non più oggetti) di diritti". Di per sé un rovesciamento  importante, non c'è dubbio. Vuol dire che al centro della potestà genitoriale sta   l'interesse del figlio, non l'ideologia paterna o  materna. Che  ci sono prerogative dei piccoli da non violare mai,  se  non per il loro bene: la privacy, il nome, l'onore, l'identità  etnica, culturale, religiosa. Che nell'ambito delle sue  micro-operazioni  esistenziali  il bambino è sovrano: può  spendere  la  sua paghetta come gli pare, nessuno gli può dire "No tu no", passargli  davanti nelle code. Che l'adozione è uno strumento  pensato, in  generale,  per dare una famiglia a un bimbo che non ce  l'ha;  non  un  erede o una ragione di vita a una coppia sfortunata.  E così via.

Però  lo  stesso: la realtà è misteriosa,  complessa.  Certi diritti non sono ancora riconosciuti. Il lutto mettiamo;  perdere la madre in un incidente: pochi giudici sono disposti ad ammettere un risarcimento per il fatto che  la vita di quell'orfano  non sarà più la stessa. Oppure l'omesso mantenimento; un padre  separato  che non versa per due anni l'assegno mensile;  non  sarebbe giusto costringerlo a indennizzare la figlioletta  perché  questa ha  vissuto male, rinunciato  nel frattempo a tante cose?  Oppure il mancato aborto, dovuto alla colpa del medico: il figlio  nasce ma costa; i genitori non dovrebbero venir risarciti dall'ostetrico che ha sbagliato l'intervento?

Ma  anche le prerogative più forti, quelle classiche.  Vita, integrità  corporea,  salute. L'impressione è che  non  tutte  le malefatte negli ospedali vengano alla  luce. Ogni tanto un verminaio  svelato,  uno  scandalo: quale sarà però  il  sommerso  dei delitti,  quanti gli errori, le negligenze sanitarie a danno  dei bambini? La verità è che manca in ospedale un organo ufficiale su cui  far  conto per controlli minuziosi,  sistematici.  Estesi  a "tutto" quello che succede nelle corsie.

Ma  gli stessi misfatti di cui parlavamo sopra. Il male  per antonomasia: incesti, bambine islamiche mutilate, abusi sessuali, sfruttamenti lavorativi, mini spacciatori, baby killer, maltrattamenti. Anche qui: una volta al mese una scoperta, una  denuncia sui quotidiani; si avverte un senso di casualità, di  improvvisazione. Lo Stato dilettante, che si distrae.

I  neonati di neanche  un chilo poi. In certi reparti   pare succeda  questo: nascono due bimbi di sei mesi,  "piccoli",   con dei  problemi.  Il primo è un figlio voluto,   uscito  alla  luce prima  del tempo: il  secondo il frutto di un  aborto  spontaneo tardivo,  la  madre non lo desidera. Conclusione: il  primo  sarà  intubato  dai  sanitari,  messo in incubatrice,  si  salverà;  il secondo parcheggiato su un  asciugamano,  al buio, in un  angolo della stanza. Per un paio d'ore nessuno si occuperà  di lui,  chi gli passa vicino guarderà  da un'altra parte. Fino   all'inevitabile.

I  diritti "sociali" poi:  casa, istruzione, ambiente,  etc. Qui  per certi versi è ancora peggio. Lasciamo  stare le  utopie: avere dei genitori  occupati, retribuiti, ben trasportati,   cioè  sereni e distesi.  Restiamo a cose terrene: il  verde, il  silenzio, i parchi-gioco, le zone pedonali, l'aria, gli asili-nido,  i ricreatori,  le scuole pulite. Domanda: sono così  le città  italiane, i bambini respirano, possono correre?

Ma  i problemi maggiori restano probabilmente  quelli  della  famiglia.   Diritto dei bambini a un'educazione  democratica,   a una cultura non chiusa, non impaurita, non dinastica.  Diritto  a nessun "shopping" terapeutico, sciistico, danzante,  linguistico, musicale,  cinque  ore al giorno ogni giorno.  Diritto  a  che  i genitori  insegnino  che anche da piccoli si  hanno  dei  doveri, verso  se  stessi, verso gli altri; diritto a dei no,  ad  alcune proibizioni  motivate.  Diritto  al solletico,  all'ascolto,  al tepore,  ai giochi di prestigio, alle coccole.  Spesso  va  tutto bene, qualche volta no;  ci vogliono i Servizi allora:   territoriali, scolastici, medici, consultoriali. Intelligenti, onnipresenti. Qui si misura la civiltà di un paese.



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