Legislazione e Giurisprudenza, Separazione, divorzio -  Mazzotta Valeria - 2015-06-02

I FIGLI VANNO MANTENUTI ANCHE DAL GENITORE DISOCCUPATO-Trib. Milano Decr.15/4/2015 - V. MAZZOTTA

Mantenimento dei figli

L'onere di mantenimento non è limitato a garantire cibo e vestiario, ma anche all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale e così via

Anche il genitore disoccupato deve contribuire, poichè rileva la capacità lavorativa generica


Con la separazione coniugale, resta immutato il diritto della prole al mantenimento da parte dei genitori, in misura tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza.

Il dovere di mantenere i figli implica qualcosa in più del fornire loro cibo e vestiario, dovendo piuttosto essere inteso come dovere di far fronte all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione - fin quando l'età dei figli lo richieda - di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione.

Per determinare il concorso dei genitori nell"onere di mantenimento, deve farsi riferimento al parametro indicato dall"art. 316 bis c.c.: non solo quindi le sostanze (ossia i redditi e il patrimonio) ma anche la capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascun coniuge. Ad essere valorizzata è quindi la potenzialità reddituale, pertanto nemmeno lo stato di disoccupazione di un genitore può giustificare il venir meno dell"obbligo di mantenimento, il quale, in assenza di altri parametri, va quantificato sulla scorta della capacità lavorativa generica.

Questo, in sintesi, è quanto dispone il decreto del 15/4/2015 del Tribunale di Milano, il quale si allinea alla più recente giurisprudenza in materia.

Anche nel 2013 la Cassazione (sent. 24424/2013) stabilisce che lo stato di disoccupazione del genitore obbligato alla corresponsione dell"assegno per i figli (in quel caso maggiorenni) non è di per sè elemento sufficiente per ottenere l"esonero dal citato obbligo.

In sostanza, il genitore, anche se disoccupato, è tenuto a contribuire al mantenimento della prole in considerazione della propria capacità lavorativa  e, dunque, della possibilità" astratta (?) di reperire un"occupazione.

E la Suprema Corte è assai severa, laddove precisa che neppure lo stato di disoccupazione incolpevole esonera dall"obbligo di mantenimento (ad esempio, Cass. 41040/2012)

In senso identico si esprime anche la giurisprudenza di merito.

Nel caso in commento, i Giudici milanesi impongono alla madre di contribuire al mantenimento del figlio versando l"importo mensile (temporaneo) di 300 euro, onnicomprensivo, ossia senza compartecipazione alle spese straordinarie che restano a carico del padre. Nel far ciò si è tenuto conto degli oneri abitativi a carico di ciascuna parte: il padre, proprietario della casa ove vive con i figli, onerato della rata del mutuo oltre che di tutte le spese condominiali, la madre senza onere alcuno in quanto "ospite" dell"attuale convivente; ma anche della circostanza che nessuna posizione debitoria pare sussistere in capo alla donna, ciò costituendo sintomo di una seppur minima autonomia finanziaria. Infine, per l"appunto, dell"età relativamente giovane della madre, trentanovenne, e quindi ragionevolmente dotata di piena attitudine e capacità lavorativa.

Una decisione, quindi, apparentemente equilibrata.

Tuttavia, e in generale, nel porre a carico del genitore disoccupato l"obbligo di contribuire al mantenimento del figlio, il Giudice dovrebbe sempre far precedere una adeguata indagine sull"oggettiva possibilità per il genitore di reperire un"occupazione (dal testo del provvedimento non è dato sapere se ciò è stato fatto nel caso di specie). Infatti seppur sia vero che spesso, nei procedimenti di separazione coniugale, o appena prima che i medesimi vengano instaurati, vengano addotti licenziamenti tanto improvvisi quanto inaspettati, in non poche situazioni rileva l"attuale crisi del mercato e l"oggettiva difficoltà a trovare un lavoro, quand"anche non adeguato alla professionalità eventualmente maturata dal soggetto onerato del mantenimento.

Il principio richiamato anche dal decreto in commento, secondo cui la fissazione di una somma quale contributo per il mantenimento di un figlio minore può legittimamente venir correlata non tanto alla quantificazione delle entrate derivanti dall'attività professionale svolta dal genitore non convivente, quanto piuttosto ad una valutazione complessiva del minimo essenziale per la vita e la crescita di un bambino dell'età suindicata, è certamente valido ed andrebbe sempre tenuto in considerazione, anche come monito interiore, da colui che, chiamato a contribuire, invoca situazioni di presunti indebitamenti o incipienti povertà, a discapito dei reali bisogni della prole.

Ma, al contempo, nel caso di disoccupazione "sincera ed incolpevole", qualora non ricorra alcuna fonte di reddito o diversa risorsa patrimoniale, appare eccessivamente rigoroso pretendere che la contribuzione al mantenimento debba esserci ad ogni costo. Tanto più nel caso di figli maggiorenni che, seppur non autosufficienti, godano tuttavia di entrate precarie.

Non bisogna dimenticare infine le conseguenze sotto il profilo penale dell"inadempimento ad un imposto obbligo di contribuzione, che potrebbe condurre addirittura a una condanna per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 c.p.



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