Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Cendon Paolo - 2014-03-02

I NUOVI DANNI- Paolo CENDON e Antonello NEGRO

Sta per uscire, presso un grosso editore italiano, l'edizione aggiornata di un'ampia opera sui danni alla persona. Ecco qui alcuni appunti introduttivi  circa le  linee guida che  hanno ispirato la messa a punto della  trattazione:

(a) presentare con chiarezza i filoni del diritto applicato oggi;

(b) valutare con franchezza le luci e le ombre del sistema attuale responsabilità civile, con particolare riguardo al tema dei danni alla persona.

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Cass. 26972/08 riletta oggi - Un dato certo è il progressivo diffondersi della responsabilità civile oltre i propri confini tradizionali, così come l'avanzata dei nuovi danni nei più diversi aspetti della vita quotidiana.

Più di un lustro è passato da quando Cass. 26972/08 ha cercato di ridisegnare i confini del danno non patrimoniale per il timore (neppure troppo celato) di un'incontrollabile ondata di risarcimenti di danni bagatellari/inesistenti.

La soluzione proposta aveva limiti che non sono stati (che non potevano essere) trascurati da molti giudici e da una vasta schiera di autori.

Troppo nette le chiusure che caratterizzano le sentenze di San Martino, chiusure tali da rendere inevitabili brecce più o meno esplicite:

- privare i singoli danni non patrimoniali della qualifica di "categoria autonoma" è oggi, in prevalenza, una questione più terminologica che sostanziale;

- affermare la non risarcibilità, a priori, del danno non patrimoniale da uccisione o maltrattamento dell'animale d'affezione è stato (molte sentenze lo dimostrano con chiari passaggi e molti autori lo hanno sottolineato con condivisibile ragionamenti) un errore.

- limitare il risarcimento del danno non patrimoniale (anche da inadempimento) apponendo l'ulteriore filtro della gravità della lesione e della serietà del danno si è dimostrato un rimedio che - in alcuni casi - ha travolto non solo i danni non meritevoli di tutela, ma anche pregiudizi reali, risarcibili, ingiusti, che non dovevano restare sulle spalle delle vittime.

Il risarcimento del danno non patrimoniale deve essere caratterizzato dall'equilibrio, dalla calma, dalla saggezza, dal giusto bilanciamento di rigore e comprensione, dalla valutazione del singolo caso concreto e deve rifiutare le (sempre controproducenti) generalizzazioni.

Se - questa è l'indicazione emersa dalla giurisprudenza nell'ultimo lustro - un danno ingiusto esiste ed è stato provato, il risarcimento deve essere integrale, e ciò a prescindere dalle etichette apposte alle singole voci di danno (se proprio si fa fatica a chiamare le cose con il loro nome).

Danno biologico - Nessuno dubita che, di fatto, il danno biologico sia una categoria autonoma e per tale è stato trattato anche dopo le sentenze di San Martino.

Di certo occorre distinguere l'aspetto statico da quello dinamico: nelle tabelle milanesi il valore del punto è già comprensivo del danno morale e di un aspetto dinamico standard, ovvero quello eguale per tutti (e presumibile) a parità di lesione e di età.

La personalizzazione richiede, quindi, una prova adeguata per dimostrare che la lesione fisica o psichica ha inciso in maniera particolare nel caso concreto.

Occorre sottolineare che se viene risarcito un aspetto dinamico della lesione fisica o psichica questo coinciderà - il più delle volte - con il danno esistenziale di origine biologica, per cui non saranno consentite duplicazioni.

Se, invece, l'aspetto esistenziale non è direttamente legato o proporzionato al pregiudizio psicofisico (si pensi al minore che subisce una violenza sessuale), allora il danno esistenziale dovrà essere valutato e liquidato separatamente, a prescindere dal dato biologico.

Sicuramente da evitare è la tentazione di costruire un sistema biologico-centrico in cui la somma base per il risarcimento del plaintiff sia sempre fornita a partire dalla lesione biologica ed in proporzione al dato psicofisico (si pensi al sequestro di persona, alla segregazione, allo stalking ed al mobbing violenti: in tali ipotesi il danno extrabiologico sarà, con ogni probabilità, maggiore e non correlato al pregiudizio fisico).

Centrale è la questione delle future (approvande) tabelle di legge per le invalidità superiori al 9%: anche in questo caso sarebbe necessario procedere con il giusto equilibrio, riconoscere i meriti delle tabelle milanesi senza subire influenze esterne, senza dimenticare che il criterio di legge è oggi esteso anche ai danni da malpractice medica e non solo alla responsabilità civile auto.

Danno morale - Il danno morale è la sofferenza interiore, il patema d'animo, il turbamento - anche temporaneo - dello stato d'animo.

Si tratta di un danno non misurabile scientificamente e la relativa prova è difficilmente fornibile in maniera positiva, diretta, dovendosi far ricorso alla presunzione ed alla valutazione delle circostanze delle fattispecie concreta.

Se si analizzano le più recenti pronunce di legittimità e di merito emerge come il danno morale venga considerato (e talvolta definito) quale categoria autonoma o, comunque, quale voce dotata di autonomo rilievo.

Al riguardo, anche nelle più recenti pronunce (ne è un esempio Cass. 22585/13), la Cassazione ha precisato che il danno morale è voce autonoma rispetto non soltanto al danno biologico, ma anche a quello esistenziale.

Non più accettabile, dunque, è l'automatico assorbimento del morale nel biologico, né possono emergere dubbi circa la distinzione tra la sofferenza interiore, il pregiudizio psicofisico e la modifica in senso negativo della vita quotidiana.

Ulteriore elemento positivo emerso nella recente giurisprudenza è la componente del danno morale individuata nella lesione della dignità personale (Cass. 1716/12): in più pronunce è stato richiamato l'art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, per cui la dignità umana è inviolabile e deve essere rispettata e tutelata.

Nel procedere alla liquidazione del danno morale è corretto tenere conto delle condizioni soggettive della vittima, della gravità del fatto, della lesione della dignità della persona, insomma della fattispecie concreta.

Nella fase di liquidazione del danno le tabelle milanesi hanno già adottato una soluzione di evidente efficacia pratica, incorporando il danno morale nel valore del punto e consentendo una personalizzazione alla luce del caso concreto.

Più complesso il caso delle tabelle di legge (in cui non si fa menzione del danno morale): se è pur vero che le invalidità micro-permanenti comportano minori conseguenze in termini di sofferenza interiore, si deve comunque tenere sempre presente il fondamentale principio per cui il risarcimento deve essere integrale.

Danno esistenziale - Molti passi in avanti sono stati fatti dalle pronunce di San Martino fino ad oggi, in particolar modo per ciò che concerne il danno esistenziale.

Da quando le Sezioni Unite hanno sostenuto che di danno esistenziale come autonoma categoria di danno "non è più dato discorrere", le cose sono cambiate non poco e tale affermazione è stata non solo a lungo discussa, ma anche efficacemente contraddetta.

La stessa Cassazione ha seguito un percorso più o meno lineare che ha portato (ne è un recente esempio Cass. 1361/14) all'affermazione dell'autonomia del danno esistenziale rispetto alle altre voci di danno non patrimoniale.

Da respingere l'idea della fusione tra danno morale e danno esistenziale: si tratta di pregiudizi differenti che ben possono sussistere l'uno indipendentemente dall'altro (la figlia ancora nella pancia della mamma patirà serie privazioni esistenziali per l'assenza di un padre al suo fianco, ma non è detto che sviluppi, quantomeno nei primi anni di vita, una sofferenza interiore).

Quali, dunque, le indicazioni:

a) risarcire in modo integrale ogni danno (ingiusto e meritevole di attenzione) subito dalla vittima, se adeguatamente provato nel corso del giudizio;

b) evitare ogni duplicazione di risarcimento;

c) chiamare i pregiudizi con il loro nome (evitando inutili frammentazioni);

d) valutare sempre la fattispecie concreta rifuggendo gli automatismi nella liquidazione del danno.

Il richiesto danno esistenziale per la troppa pubblicità nella cassetta delle lettere non deve, allora, essere respinto perché mancano i riferimenti costituzionali o la gravità della lesione, ma perché non vi è un danno, o, se questo sussiste, perché non coinvolge alcuna attività realizzatrice della persona.

Se un danno biologico è già stato integralmente risarcito - e se non è stata provata un'incidenza della lesione nella vita quotidiana che vada oltre quella normalmente conseguente al pregiudizio psicofisico - allora non vi sarà spazio per la liquidazione di un ulteriore danno esistenziale di origine biologica.

Per contro, il danno esistenziale sarà risarcibile autonomamente, in via equitativa, nel caso in cui le conseguenze dinamiche della lesione non siano proporzionate al (o dipendenti dal) danno biologico o in caso di danno esistenziale di origine non biologica.

Danno da perdita della vita - Uno dei temi centrali nel futuro della responsabilità civile è il danno da morte: la perdita della vita è un danno di per sé valutabile, a prescindere dal temporaneo danno biologico e morale?

Cass. 1361/14 ha dato nuovo avvio alla discussione del problema affermando che la perdita della vita non può essere lasciata priva di tutela civilistica ed è un bene ex se risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che ne abbia la vittima, diverso dal danno biologico e dal danno morale terminale e rimesso, per la relativa quantificazione, alla valutazione equitativa del giudice.

Evitare duplicazioni, risarcire ogni danno ingiusto, valutare il caso concreto, devono essere le bussole da utilizzare per esplorare i confini di questo "nuovo" danno.

Danni eso ed endo-familiari - L'espansione (in atto) della responsabilità civile ha già da qualche tempo raggiunto la famiglia.

Ricorrente è oggi la distinzione tra illeciti eso-familiari (in cui i torti sono posti in essere da un terzo estraneo alla famiglia contro uno o più componenti di quest"ultima oppure contro l"insieme del nucleo familiare) ed illeciti endo-familiari (che comprendono le azioni dannose poste in essere da un familiare contro il suo stesso nucleo o uno dei suoi membri).

Nell'area "eso" si possono annoverare i casi di uccisione o invalidazione del familiare conseguente a sinistri stradali, malpractice medica, infortuni sul lavoro, infortuni nell'attività sportiva, infortuni nella vita di tutti i giorni ed ogni altro evento "esterno" che colpisce la famiglia.

L'area "endo" comprende i danni da maltrattamenti tra familiari (dai casi di violenza fisica da parte di uno dei coniugi nei confronti dell'altro o dei figli, fino alle ipotesi, non fisiche, di minacce, ingiurie, umiliazioni).

Se un tempo non era neppure ipotizzabile un"azione risarcitoria tra coniugi, oggi non mancano casi di responsabilità civile tra marito e moglie.

Ben chiaro, oggi, il principio per cui non vi è collegamento necessario tra addebito nella separazione dei coniugi e risarcimento in quanto non è l'infedeltà a fondare la pretesa risarcitoria, ma le modalità con cui la stessa è stata consumata (e sono queste modalità a rendere possibile il risarcimento).

Anche in queste ipotesi la distinzione tra le diverse tipologie di danni non patrimoniali è di fondamentale importanza: il marito violento che picchia la moglie, il padre che non paga gli alimenti al figlio, la madre che abbandona il nucleo familiare appena formato, lo stalker che rende la vita impossibile alla vittima e, indirettamente, alla sua famiglia: i danni che conseguono tali illeciti possono essere molti diversi tra loro e, di certo, non sono tutti misurabili con i criteri propri del danno biologico.

Malasanità - La responsabilità medica è divenuta nel corso del tempo un dei settori più importanti della responsabilità civile ed è un'area in continua evoluzione (normativa, giurisprudenziale, dottrinale).

Un ruolo essenziale ha oggi il dovere di informazione nel rapporto tra medico e paziente: non basta, dunque, il consenso di quest'ultimo, dovendo il medico fornire tutte le necessarie indicazioni ed informazioni affinché la scelta del paziente sia consapevole (è il c.d. consenso informato).

La novità più rilevante (e colma di conseguenze) è il controverso decreto Balduzzi: allo stato attuale della giurisprudenza si può affermare che la scriminante della colpa lieve è applicabile solo alle ipotesi di contestata imperizia e criticabile (e criticata da molti autori) è la limitazione del risarcimento del danno biologico da malpractice secondo i criteri propri della responsabilità civile auto.

Se la presenza di un'assicurazione obbligatoria può far ritenere giustificato (questo in sostanza ha affermato, nel gennaio del 2014, la Corte di Giustizia Europea) un differenziato sistema risarcitorio, non si comprendono le ragioni per cui anche nel campo della malasanità - non assistita fino ad ora dalla garanzia di un'estesa copertura di tipo assicurativo - il risarcimento dovrebbe essere contenuto e non eguale a quello derivante da altri fatti illeciti.

Le conseguenze più rilevanti si avranno - questo il problema per il futuro - allorquando sarà approvata la tabella unica comprendente le lesioni di non lieve entità: l'auspicio, ancora una volta, è che il legislatore non trascuri gli elementi positivi delle tabelle milanesi e valuti la possibilità di creare una tabella di legge valida per ogni tipo di responsabilità consentendo al giudice una personalizzazione del caso concreto.

Giustizia - Tra le nuove frontiere della responsabilità civile deve essere incluso il danno che consegue agli illeciti nella gestione dell'amministrazione della giustizia.

Il caso di maggiore rilievo è senza dubbio quello dell'ingiusta detenzione: l'ingiusta privazione della libertà personale può cagionare diversi danni patrimoniali ed anche non patrimoniali: si pensi al caso di chi abbia scontato, ingiustamente, molti anni di reclusione: le conseguenze coinvolgeranno inevitabilmente (in maniera più o meno grave) la vita lavorativa (danno patrimoniale), l'area affettiva/famigliare (esistenziale e morale), le attività realizzatrici (esistenziale), talvolta la salute fisica e/o psichica (biologico).

Al di là dell'indennizzo previsto normativamente, la vittima avrà diritto al risarcimento del danno subito (e, per giungere al ristoro integrale di ogni danno patito, sarà inevitabile la distinzione tra le diverse voci del danno non patrimoniale).

Più complessa - ed oggetto di un vivace dibattito - è la questione relativa alla responsabilità personale dei giudici, un tema da affrontare con il dovuto equilibrio valutando le conseguenze alle quali potrebbe portare un eccessivo timore da parte del magistrato (soprattutto nel campo penale) di esporsi ad un'azione risarcitoria.

Lavoro - La tutela del lavoratore è oggi estesa ad ogni aspetto della responsabilità civile.

Si pensi al caso dell'amianto o di altro materiale nocivo sul posto di lavoro, della mancata adozione di misure di sicurezza e prevenzione, dell'ingiusto licenziamento o demansionamento, ai casi di mobbing, di discriminazione, di straining: in tutte queste ipotesi l'esperienza propria del tortman appare di fondamentale importanza per consentire l'adeguato e completo risarcimento.

Le conseguenze del mobbing, ad esempio, sono spesso di tipo morale (la sofferenza, l'umiliazione, la privazione della dignità del lavoratore) e di tipo esistenziale (la vita quotidiana del mobbizzato muta in senso negativo), più raramente di tipo psicofisico (nel qual caso occorrerà un consulenza medico-legale per accertare sussistenza ed entità della lesione e per un giudizio tecnico relativo al nesso causale).

In quest'area gioca un ruolo fondamentale l'art. 2087 c.c. che impone all'imprenditore un particolare onere (anche probatorio).

Sempre più complessa (ed è forse questa la sfida più difficile) è la tutela del lavoratore in un sistema economico (non solo nazionale) in crisi, in cui la produzione stenta a crescere e la disoccupazione sale, in cui i lavori a tempo indeterminato si riducono e la competizione mondiale incide sui salari e sull'orario di lavoro.

Ambiente e immissioni - La tutela dell'ambiente è un fondamentale diritto della persona ed un interesse della collettività di indubbia copertura costituzionale (art. 2, 3, 9 e 32 Cost.)

A partire dagli anni settanta si è sempre più sviluppato il concetto di diritto ad un ambiente salubre con un progressivo ricorso agli strumenti della responsabilità civile per il risarcimento del danno.

I più recenti sviluppi sono evidenti nel campo delle immissioni la cui intollerabilità può cagionare diverse tipologie di danno al soggetto che deve subirne le conseguenze.

E' principio più volte affermato quello per cui, nel valutare il contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, il giudice deve considerare anche la valenza della qualità della vita e della salute dei vicini: deve dunque considerarsi prevalente, oggi, il soddisfacimento del diritto ad una normale qualità della vita rispetto alle esigenze della produzione (ne è un esempio Cass. 5564/10).

L'accertamento del superamento della soglia di normale tollerabilità, dunque, comporta l'esclusione di qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti.

La famiglia (danno eso-familiare) che, in piena estate, deve tenere le finestre chiuse per l'intollerabile immissione di fumo o di rumore provenienti dall'esercizio commerciale sottostante, patirà un danno che è in primo luogo esistenziale (l'illecito incide pesantemente nella vita quotidiana), in parte morale e - solo se compromette la salute psicofisica delle vittime - biologico.

Più complesso è il caso dell'esposizione ai campi elettromagnetici in mancanza di conclusioni certe dei vari studi che hanno posto in correlazione l'esposizione a detti campi con talune patologie.

In quest'ambio il futuro sviluppo della responsabilità civile passa attraverso il principio di precauzione (in forza del quale anche in presenza di un pericolo - meramente potenziale - per la salute umana, è necessaria un'anticipazione della tutela volta a prevenire l'insorgenza di possibili patologie o di diffusi stati d'ansia o di stress emotivi) ed il - per ora poco sviluppato - danno da pericolo.

Contratti e danno non patrimoniale - Riguardo al risarcimento del danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale le Sezioni Unite del 2008 hanno avuto il merito di affermarne con chiarezza la risarcibilità ed il demerito di limitare il risarcimento ai casi in cui l'inadempimento abbia determinato lesione di diritti inviolabili della persona (ponendo, di fatto, le medesime limitazioni indicate per l'illecito extracontrattuale).

L'errore è quello di limitare la libertà dei contraenti che (nei limiti del lecito) deve essere più ampia: se Tizio e Caia, mentre sono in viaggio di nozze, affidano il loro cane alla pensione per animali di Sempronio e quest'ultimo, davvero sbadato, lo lascia morire di fame, il danno risarcibile comprenderà necessariamente la presumibile sofferenza cagionata ai coniugi; se un fotografo conclude un contratto per realizzare l'album fotografico dei nubendi e - pure lui distratto - perde il supporto sul quale aveva salvato l'unica copia delle immagini, il danno non potrà essere limitato alla restituzione di quanto pattuito per la realizzazione del servizio e ad eguali conclusioni si può giungere nel caso della ditta di trasporti di Caio che distrugge uno dei quattro dipinti di un artista emergente privandolo, così, della possibilità di documentare in maniera completa il suo percorso artistico.

Vari, dunque, sono gli ambiti di applicazione, dalla vacanza rovinata alle telecomunicazioni, dalle locazioni ai servizi postali, dalla custodia di animali al protesto illegittimo, dai contratti di trasporto ai servizi richiesti per l'organizzazione di un matrimonio.

La soluzione preferibile appare quella percorsa (in attesa di un pronunciamento da parte della Cassazione) da una parte della giurisprudenza di merito a giudizio della quale la "perdita" indicata dall'art. 1233 c.c. può essere non solo quella patrimoniale, ma anche quella non patrimoniale.

Pubblica amministrazione - La pubblica amministrazione è divenuta, sempre più di frequente, soggetto attivo e passivo nella responsabilità civile.

I doveri, anzitutto: buon andamento, imparzialità (art. 97 Cost.), correttezza ed efficienza.

Più numerose, rispetto al passato, sono le sentenze in cui viene risarcito il danno all'immagine della p.a., valutato talora sotto il profilo del prestigio perduto.

Diritto, dunque, al buon nome, alla reputazione, alla credibilità.

Si prenda il caso del pubblico impiegato che intasca una tangente: è corretto affermare la risarcibilità - in termini non solo patrimoniali - del perduto prestigio, del discredito cagionato dal reato.

Danni bagatellari - I più criticabili passaggi delle sentenze di San Martino sono dettati dal timore della proliferazione dei casi di risarcimento di danni bagatellari (intendendosi per tali i pregiudizi - o presunti tali - non meritevoli di tutela risarcitoria).

In realtà l'espressione "danno bagatellare" appare una sorta di ossimoro in quanto, se un lamentato pregiudizio non è degno di tutela, o non è affatto un danno oppure non è un danno ingiusto.

La reiezione delle domande del plaintiff non dipenderà soltanto dalla mancanza di antigiuridicità del fatto, ben potendo accadere che sussista un gesto contra ius le cui conseguenze sono talmente esigue da non meritare attenzione: non ogni attività compromessa comporta un danno esistenziale, ma solo quelle lecite e realizzatrici.

Non sempre, dunque, l'errato taglio di capelli sarà un danno immaginario (si pensi alla sposa che il giorno prima del matrimonio, o la mattina stessa, si reca dal parrucchiere il quale, confondendola con la vicina di poltrona, le confeziona un'acconciatura dark), non sempre l'attesa stressante in aeroporto (si pensi alla famiglia che deve passare la notte di Natale in sala d'attesa senza avere informazioni o assistenza da parte della compagnia aerea) o il disservizio di un ufficio pubblico (si pensi a colui al quale viene illegittimamente negato il rinnovo della patente) saranno privi di conseguenze pregiudizievoli anche di carattere non patrimoniale.

La distinzione tra i danni bagatellari e quelli meritevoli di risarcimento richiede l'attenta analisi del caso concreto, il giusto equilibrio tra rigore e comprensione, e non si presta a generalizzazioni, tantomeno al filtro della gravità della lesione e della serietà del danno che attengono, più propriamente, al quantum debeatur.

Danni punitivi - Un tema che periodicamente viene riproposto è quello dei danni punitivi, ovvero quelli volti non a riportare il danneggiato nelle medesime condizioni in cui si trovava prima del fatto pregiudizievole o a corrispondergli un equivalente in denaro, ma tesi a punire il responsabile (dunque commisurati alla capacità economica dell'obbligato senza che vi sia proporzione tra danno e risarcimento).

Sul punto è intervenuta in maniera netta la Suprema Corte (Cass. 1183/2007; Cass. 1781/2012) la quale ha ricordato che alla responsabilità civile è assegnato il compito di restaurare la sfera patrimoniale e non patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda ad eliminare le conseguenze del danno arrecato.

Sono state quindi escluse le finalità punitive talvolta attribuite alla responsabilità civile (il che non significa che non possano essere previste sanzioni pecuniarie a carico di chi tiene un grave comportamento illecito e pregiudizievole).

Escludere l'introduzione nel nostro sistema risarcitorio dei danni punitivi non significa negare che la gravità della condotta possa incidere sull'entità del danno cagionato: il delitto particolarmente grave può avere quale conseguenza un danno non patrimoniale maggiormente accentuato rispetto ad un illecito di minore entità.

Ruolo del legislatore - Spetta al legislatore il ruolo più importante, nel prossimo futuro, per lo sviluppo della responsabilità civile.

Nel corso del tempo non sono mancate le occasioni in cui la legge ha seguito i mutamenti della società, del modo di vivere dei cittadini ed ha ascoltato le loro esigenze (dallo statuto dei lavoratori, al divorzio, all'aborto, all'amministrazione di sostegno, alle adozioni, all'affido condiviso).

Nel campo del risarcimento del danno, l'approvazione - da anni imminente - di una tabella unica per la liquidazione del danno biologico è l'occasione per cogliere tutti i progressi che sono stati fatti in questi anni.

Se il legislatore si limiterà a sviluppare le tabelle sulla base dell'art. 138 del codice delle assicurazioni, trascurando del tutto l'esperienza delle tabelle milanesi, senza fornire indicazioni in merito al danno morale ed al danno esistenziale, senza attribuire alla personalizzazione il giusto ruolo, perderà una grande occasione.

Con equilibrio e razionalità, lontano da spinte esterne, il legislatore ha la possibilità di creare una tabella unica per ogni tipo di illecito, di stabilire dei limiti alla discrezionalità del giudice senza impedirgli di adeguare il risarcimento al caso concreto, di indicare un valore del punto che tenga conto di ogni aspetto standard (e dunque presumibile) della lesione psicofisica.

La mera applicazione dei criteri indicati nel codice delle assicurazioni per la liquidazione delle lesioni di non lieve entità non eviterebbe i contrasti relativi alla liquidazione del danno morale (che di certo non sono stati risolti dalle Sezioni Unite con la 26972/08).

Compito dei giudici - In questi anni molti giudici, taluni con più coraggio di altri, taluni in maniera più esplicita, sono riusciti a far emergere le contraddizioni e gli errori lasciati in eredità dalle pronunce di San Martino.

La responsabilità civile è una materia complessa, che richiede equilibrio, delicatezza, comprensione, coerenza, analisi del caso concreto, senso della realtà, indipendenza.

Al buon giudice non servono i filtri della gravità della lesione e della serietà del danno per discernere un pregiudizio meritevole di tutela da un danno bagatellare.

Il pericolo più grande, invece, è costituito dal pregiudizio, dalle preclusioni, dagli automatismi, dal non saper ascoltare, dal non saper cogliere i mutamenti nella realtà sociale (mutamenti ai quali la stessa carta costituzionale è aperta).

Doveri dell'avvocato - Quando il cliente espone il suo problema, il primo inquadramento giuridico della questione spetta all'avvocato.

Spetta a lui collocare l'episodio della vita reale negli schemi, inevitabili, che la tutela giudiziale richiede, spetta a lui la prima quantificazione del danno (intesa quale quantificazione della domanda).

Il compito più arduo - che può essere anche il più gratificante - è quello di richiedere il ristoro di un pregiudizio che fino a quel momento non trovava la giusta attenzione (si pensi alle prime domande di risarcimento del danno biologico in sé e per sé considerato): gli strumenti sono le argomentazioni fondate, i nuovi spunti di indagine, l'interpretazione delle norme, l'onestà intellettuale.

Correttezza ed equilibrio, anche in questo caso, indicano il nord.

La prima barriera per le pretese infondate deve proprio essere quella eretta dal legale che non si presta a sostenere pregiudizi più immaginari che reali.

Da un punto di vista processuale - tenuto conto della quasi completa eradicazione del danno evento - spetterà all'avvocato tradurre in prova il peculiare pregiudizio del plaintiff, in particolar modo per quello non rientrante nell'id quod plerumque accidit.

Lo studioso - L'interprete ha il compito di valutare criticamente le decisioni, di indicare i passaggi che ritiene sbagliati (spiegando le sue ragioni) e di esaltare quelli che ha trovato convincenti, di inquadrare un problema nel suo giusto contesto giuridico, di indicare i vantaggi e gli svantaggi (non solo giuridici) di una data soluzione e di segnalare, ove possibile, le strade alternative percorribili, senza farsi influenzare da convenienze personali o da interessi esterni.

Essere disposti ad ascoltare chi la pensa diversamente, replicare in maniera costruttiva alle proposizioni poco convincenti sono il segno distintivo di chi svolge un ruolo fondamentale per raggiungere lo scopo di rendere il diritto più logico, più razionale, più attento alle esigenze di tutti (anche di chi non ha voce per farsi sentire).



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