Changing Society, Intersezioni -  Tornesello Giulia - 2013-11-20

IDENTITA VIOLATE - Giulia TORNESELLO

"IDENTITA" VIOLATE" -    Giulia TORNESELLO

Una Donna alla finestra guarda giù nel giardino. Gli uccelli si chiamano ordinandosi per la notte. La giornata è stata bella, avrebbe dovuto esser vissuta con l"allegria spavalda di un uccello ma le giornate scorrono nell"attesa indistinte, uguali l"una all"altra come foglie secche. Un affettuoso silenzio sostituisce oramai, fra le due donne che sono nella stanza, la tensione delle decisioni. Prese in pieno accordo. Si intendono sempre più spesso facendo a meno delle parole.  Una delle due porge una tazza di caffè, si sorridono e in quell"atmosfera quieta fa irruzione il mondo vivo con l"esclamazione della donna alla finestra:

"ma questo non è caffè, è una cafiata!" ...già la cafiata….

La scrittrice ed avvocato Simonetta Agnello Hornby, nata e vissuta in Sicilia sino al matrimonio con un inglese, è diventata suo angelo custode nel 2011 quando la donna del nostro racconto si è trasferita a Milano per una malattia. Durante i giorni del ricovero allo IEO il suo piccolo libro " Un filo d"olio" (appena letto aveva fatto con lei il lungo viaggio dal Salento) ed era sul comodino. L"attaccamento alla micro lettura preziosa era così evidente che nessuna infermiera ha osato chiederle di tenerlo nel cassetto, come di rigore. Lì c"erano le sue radici. Anche per lei come per Simonetta Agnello nei primi incontri di bambina con la Sicilia del dopo guerra, la bellezza pura, la gioia, l"orgoglio di appartenere ad una famiglia speciale.

Fra la campagna di Don Mosè ed Agrigento si dipana la vita delle famiglie Agnello e Giudice alle quali appartengono i genitori di Simonetta, poi i Cosentino i parenti più stretti e più cari zia Mariola e zio Peppino sempre allegro pronto a far ridere tutti ma sensibile, attento ai desideri nascosti agli stati d"animo dei bambini di famiglia.

Come un altro zio Peppino, adorato.

Per una strana coincidenza nella famiglia di Simonetta Agnello e nell"altra (siciliana solo però per parte di madre) molto pare similmente disposto: la gentilezza non la forma avanti a tutto e poi usi, manie, meriti, sensibilità, rigore talora.

Al personale che collaborava nei lavori di casa attenzione sempre in alcuni casi affetto e poi, a momenti, indifferenze se non cecità inspiegabili, osservate dagli occhi attenti di Simonetta come da quelli di sua sorella bambina, che molto sembra assomigliarle per carattere.

E poi i rapporti privilegiati straordinari con i "bambini di famiglia" che sono il centro di quel piccolo universo familiare esteso per questo aspetto ai fedeli collaboratori domestici, sono simili. I Natali attesi, la freddezza invece per la "festa dei Morti" molto sentita in Sicilia ma non "importata" dalla "nostre" diremo così, mamme. "Noi" bambini la ignoravamo rimandando volentieri al Natale i dolci che arrivavano dalla Sicilia: cassata, i frutti interi canditi con i loro splendidi colori, il mandarino oro rosso, la pera delicata e squisita, le ciliegie rosso rubino e la zuccata. Simonetta racconta nel libro "Via XX Settembre" la sua vita di adolescente passata da Agrigento alla amata Palermo. Fra l"altro i dolci fatti in casa, veri capolavori delle due sorelle Giudice, una baronessa ed una principessa, e da "mia" mamma una benestante borghese fuori dal comune.

Gli inviti ai nostri compleanni erano ambitissimi dagli altri bambini. La sua torta Moka resta ineguagliata, così la pasta di mandorle. Ricordo le forme di gesso le "pecore" allineate con il loro ripieno squisito alla siciliana però, per noi, per i parenti di Palermo. Inviati con le splendide forme di cotognata lucida. Amavo vederla lavorare ed appena ammessa anch"io cominciai ad aiutarla. Ancora adesso amo la cucina che lascio infine linda ed ordinata proprio come la mia mamma, come la mamma e la zia della scrittrice, avvocato matrimonialista (altra coincidenza straordinaria).

E qui un piccolo miracolo: torna in scena nel 2013 la "zuccata" per me che la prediligevo fra i "canditi"e che cerco senza trovarla neppure in Sicilia. Spiega Simonetta scrittrice come si prepara quella glassa sottile sottile, un vetro delicato, trasparente.

Che vittoria, che bella vittoria della memoria amorosa. Insomma la narratrice tiene viva, per uno strano scherzo del destino la memoria della sua grande aristocratica famiglia siciliana con le stesse modalità usate da me: un ricordo minuto, preciso, quotidiano, una appartenenza totale.

Come è possibile? Solo mia madre era siciliana eppure noi bambini abbiamo dichiarato per anni di essere nati a Palermo. L"orgoglio dell"appartenenza più forte della verità; poi ci siamo arresi (io per ultima) ma mai integrati in Salento.

Era andata così: nostro padre conobbe mamma a Roma a teatro; lui era invitato da amici siciliani del bel mondo. Mamma era  lì anche lei ospite del fratello pediatra e docente di pediatria. Nostro padre se ne innamorò pazzamente e sposò subito la famiglia di lei. La mamma adorava questo fratello nato come la sorella maggiore molti anni prima di lei. Buono gentile delicato aveva sposato una cugina di mamma bella ed estroversa, erano nati cinque bellissimi figli tutti  bambini, alllora. Papà mandava fiori, adorava quella famiglia, imparava con mamma ad amarli tutti. Lo zio morì giovane e mamma lo ha ricordato per tutta la vita. Come un esempio grande di generosità familiare, competenza professionale, amore profondo per i piccoli ammalati ai quali portava regali, disegni buffi ai quali partecipavano entrambi.

Anche quando era ammalata di Alzheimer lei ricordava il nome del fratello amato.

Mio padre ne era innamorato, la amava e la stimava assai. Lasciò fare a lei per molti aspetti della nostra educazione. L"amore per la Sicilia era inevitabile. Così quello per la lettura e tanto altro.

La famiglia di mamma spesso veniva da noi nel Salento dove li si aspettava come la manna dal cielo. Gli zii palermitani ogni anno a primavera. I cugini romani sono stati per lunghi periodi nostri compagni di giochi. Anche se un po" più grandi di noi inventavamo mille modi di incontro. Il giardino della nostra casa era il teatro per gli "spettacoli", ci insegnarono a fare i pupi teatranti con le carte di caramelle e cioccolatini.

E poi c"erano i fiori. Oggi nessun bambino conosce il gusto dolce dei fiori della salvia rossa. Non sa che il lillà prima di fiorire offre alle manine curiose una fogliolina bruna e tenera che sa di aspro.  Non era accanto alla casa che il lillà era collocato, ma nella parte "di mezzo" del giardino che culminava, in fondo, con i rampicanti. La buganvillea, i "gelsomini". Gialli e senza profumo, azzurro pallido e, infine, i gelsomini d"Arabia odorosi e conturbanti come odalische.

La mamma raccontava che a Palermo i bambini vendevano i gelsomini per strada, i bambini che nelle giornate di scirocco africano andavano ugualmente per le strade della città con la loro mercanzia e con delle mascherine (un fazzoletto bagnato, per gli occhi due buchi). Il "latte bianco" restava a lungo nella manina appiccicosa nell"aria piena di sciami di moscerini.

Ancora per amore di mamma mio padre adottò alcuni termini siciliani che entrarono a far parte del nostro lessico familiare.

La cafiata era una sua adozione preferita. È una specie di bevanda che si dava ai bambini fatta con i fondi del caffè, una tortura che oggi viene spacciata dai modaioli come "caffè all"americana".

Mio padre era un gran lavoratore e talora nel pomeriggio rientrava più presto dallo studio a causa del forte mal di testa che lo tormentava. Aspettava in soggiorno il caffè fatto da mamma che in quei casi doveva esser forte. Alleviava il dolore. Se il dolore non passava ed il caffè non era stato praticamente perfetto lui si sfogava: "ma che caffè, questa è una cafiata"

Ridevano le due figlie femmine, adesso, sino alle lacrime e la mamma mancata da tre anni mancò allora più che mai, immensamente.

Con l"orgoglio della memoria, la storia familiare viveva nei suoi racconti in siciliano talora, non semplicità voluta ma dignità di lingua.

Consolava le figlie con il "la cafiata", parola usata proprio da lei ed oramai dimenticata, che ritornava. Come se anche lei fosse ritornata. E adesso?

Il lessico famigliare - la loro ricchezza - disperso, destinato a dissolversi come le foglie nell"acqua. La donna pensava: forse siamo noi, nati troppo tardi, che cerchiamo di opporci alla memoria, per noi un peso nell"esistenza, che ci trascina greve irresistibile… ma grata per il dono che del tutto casualmente aveva fatto ritornare la mamma, la casa, volle gioire in qualche modo.

Tornò al lessico siciliano e cominciò da Catania.

Dalla bellissima cugina una storia complicata ma senza ombre: amore dolore grande matrimonio un solo amore ricchezza gioia dovere pesante duro greve come talora in queste grandi famiglie trasformato da lei in gentilezza. Le marmellate profumate dai colori splendidi che ci inviava fatte da lei con la frutta delle sue campagne da gustare con i biscotti catanesi al cumino ed al pistacchio. La voce di lei arrivava dal telefono dolce e chiara, raccontava una nuova vita alla quale avevano dovuto adattarsi lei ed i familiari dopo la morte dell"adorato marito. I suoi ottanta anni dicevano lucidamente, alle mie nostalgie, la nuova Sicilia dalla quale i giovani figli professionisti attivi pieni di vita profondamente onesti prendevano sempre più le distanze.

E allora, sarà Catania la prossima volta?

Sa che Catania ha trionfi barocchi e odora di gelsomino e che c"è lì ad un passo Taormina dove le pigre e belle ragazze inglesi (pochissimo malate) trascorrevano l"inverno. Ma nell"800, nello splendido Hotel San Domenico dove le finestre ad ogiva, ancora oggi, contengono perfettamente immobili il mare di smalto immobile. No, questa volta andrà dove domina la lava ed il mare è nero, scioglierà l"antica scherzosa sfida fra la calma Mondello e la ventosa Cefalù in favore di quest"ultima e dal piazzale del Duomo, alto sul mare blu-viola, ricorderà i voti dei pescatori, con i piedi nudi toccherà la costa ciottolosa mitigata dalle "banchine" dalle quali i pescatori calavano a mare le tonnare e forse smetterà di evitare di pensare alla strage di Capaci in relazione alla sua Sicilia. C"era voluta una telefonata lunga, un legame ritrovato, un sentire comune. Una telefonata lunga, allora, e il legame che si ricostituiva nel racconto forte resistente ad ogni tentativo esterno di sparigliare ancora una volta le carte su quell"assurdo tavolo da gioco che è la vita oggi. Finché c"è questo gusto di scoprire, di scavare per le radici, di ricambiare i doni, c"è tanto.

C"è la famiglia. E c"è Palermo. E se ne andrà anche per lei questo pensiero di una " identità insulare": sono nata a Palermo, diceva da bambina. Non è vero…o forse è vero se, sentendo questo, da questa sicurezza ricava un linguaggio per tutti ed una possibile "casa" ovunque. .- dice lei - che adesso sorride. A Simonetta Agnello Hornby in tanti avevano detto in famiglia "Palermo è la tua città". Alla sua straordinaria precoce intelligente maturità (aveva appena diciotto anni) dobbiamo questa risposta ad un altrettanto giovane amico:

[…Voglio conoscere il mondo. E combattere quello che non è giusto…e me la porterò addosso l"anima di Palermo, dove vado vado…] (Simonetta Agnello Hornby "via XX Settembre" pag.221 Feltrinelli)

In questo racconto autobiografico si alternano volutamente la terza e la prima persona proprio a significare momenti di identificazione con la scrittrice avvocato siciliana, con altre donne alle quali le unisce un comune sentire e momenti di narrazione autobiografica.

Questa scelta appare chiaramente motivata proprio nella scena centrale e conclusiva del romanzo, nella quale Simonetta superata la maturità deve scegliere un percorso di studio e di vita e ne parla con Goffredo, un caro amico "troppo cerebrale" proprio dall"alto del Monte Pellegrino, dalla vetta più alta:

[…attraverso uno squarcio fra le cime dei pini in basso, lontanissimo,vedevo un ritaglio di mare di un celeste intenso; nel mezzo una barca, minuscola. Come se mi aspettasse…] (Simonetta Agnello Hornby cit.)

Ecco. Per tante donne che hanno guardato oltre il mare c"è stata una barca che le ha portate lontano per combattere quello che non è giusto. Lontananza materiale, lontananza spirituale che consente di seminare nuove piante nel luogo stesso delle proprie radici, radici inaridite nelle "terre dei fuochi".

La Donna che aveva telefonato e bevuto "la cafiata"ora sorride: lei ne ha due città d"elezione e le ha viste dall"alto con il mare celeste pallido e verde azzurro e una barchetta: una è Palermo la città del cuore, l"altra è Trieste la città della mente. Hanno un"anima queste città e le ha portate e le porterà sempre dentro di sé: "dove va, va". (g.t.)



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