Changing Society, Opinioni, ricerche -  Sisto Patrizio - 2013-11-13

IL COLORE DEI CONFINI – Patrizio SISTO

Scriveva il semiotico Charles Sanders Peirce, fautore di una visione della realtà aperta alla dimensione del possibile, orientata a riconoscere e al contempo trascendere il dato materiale più immediato delle cose, che osservando un foglio diviso in due porzioni di differente colore, una blu e l"altra rossa, sarebbe interessante provare a domandarsi di quale colore sia la linea divisoria, quella grazie alla quale i due colori in quanto eventi cromatici specifici e distinti assumono una loro propria realtà e sussistenza differenziata.

A ben vedere l"interrogativo non è ozioso né apprezzabile solo da ristrette cerchie di accademici dediti a raffinate questioni metafisiche: ha, infatti, il pregio di introdurci a un tipo di pensiero dagli esiti estremamente concreti. Ma invece di soffermarsi sugli elementi della realtà percettiva presi in modo scontato come separati e autosussistenti, questa prospettiva assume la dimensione originaria della loro costituzione, chiamando in causa l"aspetto relazionale, quel luogo "tra", in sé imprendibile, che funziona come operatore al contempo di divisione e separazione ma anche di imprescindibile coesistenza delle singole realtà fra loro differenziate. Le quali in questa prospettiva smettono di rimanere del tutto disgiunte, per divenire a un tempo effetti e condizioni della linea che le definisce reciprocamente.

Una modalità di pensiero, quella qui richiamata, che potrebbe forse aiutare a riconsiderare anche la questione dei confini geografici e politici che si ripropongono nella loro drammaticità, con gli sbarchi e i naufragi di persone provenienti dalle coste africane, nella recente cronaca italiana. Soprattutto può servire a scorgere l"intreccio di componenti cognitive ed emozionali che ruotano attorno all"individuazione e percezione della propria identità e appartenenza da parte di chi vive ai due lati delle linee divisorie che sulle mappe separano Europa e Africa, linee di fatto sempre più permeabili, mobili, osmotiche.

Ultimamente sulla spinta delle catastrofi al largo delle coste siciliane si è potuto assistere nel discorso pubblico e specificamente politico a un cruciale ampliamento di visuale, nel senso di una diversa categorizzazione appunto dei confini che fanno da cesura fra il mare mediterraneo e prima ancora le coste africane su un versante, e l"Italia e l"Europa sull"altro.

Lo spostamento decisivo è stato quello di pensare e asserire che approdare alla terra siciliana significa de facto approdare all"Europa, con tutto ciò che storicamente e culturalmente l"idea di Europa sul piano politico, economico, geografico, mentale, spirituale, significa e comporta. Sembra affacciarsi così un allargamento di prospettiva, come uno zoom che progressivamente inquadra una porzione di spazio sempre più ampia rispetto alle immediate porzioni di mare e terra toccate da queste tristi vicende, e getta una luce differente su quello che si credeva di avere già da sempre visto come realtà circoscritta data e scontata, assunta nella sua ovvietà.

Una sottile linea di confine, per di più liquida come può essere il mare mediterraneo, può divenire in questo senso molte cose: luogo di affondamento e morte, luogo di scambio e salvezza, luogo per definizione fluido e mobile che distinguendo e separando mette anche, per ciò stesso, in contatto, in in uno scontro-incontro possibile terre, persone, risorse materiali e immateriali. Last but not least, può diventare spazio di passaggio e comunicazione di menti e affetti, in una dimensione sovraordinata per ciò stesso alle singole appartenenze territoriali ed etniche.

Ma può anche, in altro modo, aprire a una visione alternativa della realtà degli eventi, che faccia sentire a chi ne è coinvolto di riflesso, come i cittadini europei, di essere parte dell"area privilegiata del pianeta, con le relative responsabilità connesse, oppure fornisca il senso dell"essere appartenenti alla categoria più inclusiva del genere umano, in un"amplificazione del senso del "noi" che potrebbe arrivare addirittura ad abbracciare l"audace ipotesi di "Gaia", nella quale il pianeta è visto come un organismo vivente unitario.

E l"idea di Europa, se non rimane astrattamente sulla carta, in tale quadro si pone verosimilmente come un passo verso un senso di appartenenza capace di mediare fra differenti culture, popoli e bisogni. Un"idea che di per sé, nel portato della propria storia, chiama all"accoglienza e alla mescolanza ma al contempo al rispetto di regole e di un modus vivendi improntato alla convivenza nella diversità, in un movimento di appartenenze molteplici.



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