Articoli, saggi, Risarcimento, reintegrazione -  Redazione P&D - 2015-03-09

IL DANNO DA NASCITA INDESIDERATA RIMESSO ALLE SEZIONI UNITE (PER LE RAGIONI SBAGLIATE) - Giuseppe CRICENTI

Sottoponiamo all'attenzione dei lettori un interessante commento all'ordinanza della Cassazione n. 3569/2015 sul danno da nascita indesiderata, redatta dal dott. Giuseppe Cricenti e pubblicata nella Rivista Diritto civile contemporaneo

La Terza Sezione Civile con ordinanza n. 3569 del 23 febbraio 2015 ha  rimesso al Primo Presidente, per l"eventuale assegnazione alle Sezioni  Unite, le questioni, oggetto di contrasto, collegate al danno da nascita  indesiderata per mancata informazione sull"esistenza di malformazioni  congenite del feto, e relative all"onere di allegazione e al contenuto  della prova a carico della gestante, nonché alla legittimazione, o meno,  del nato a pretendere il risarcimento del danno.

Giuristi, filosofi e teologi hanno molto speculato sulla questione se la nascita possa costituire un danno.

Non mancano controversie giudiziarie nelle quali il problema è  sottoposto ad una qualche corte, la quale quasi sempre dichiara la  propria impotenza davanti ad una questione che essa ritiene metafisica e  non giuridica, quella di stabilire se il nascere malato sia meglio del  non nascere affatto.

Conclusione, questa, cui induce la particolarità della fattispecie.  Una coppia si rivolge ad un medico per sapere se il concepito sia  affetto o meno da patologie gravi che lo rendano inabile una volta nato,  e fa presente al medico che nel caso in cui sia così, l"intenzione è  quella di abortire. Il medico sbaglia la diagnosi e rassicura la coppia  quanto allo stato di salute del concepito, cosi che la gravidanza viene  portata a termine, ma il bambino nasce malato.

Contro il medico, ritenuto colpevole di non avere diagnosticato la  malattia e dunque di non avere avvertito la coppia del futuro stato di  salute del concepito, agiscono sia i genitori che il nato. Nel caso di  azione intentata dai genitori si parla di wrongful birth, in quella fatta a nome del figlio, per il danno connesso al fatto di essere nato malato, si parla allora di wrongful life.

La particolarità di questo caso è nel fatto che la malattia è  contratta dal concepito per vie naturali, e non è causata da condotta  del medico. L"addebito che infatti si muove a quest"ultimo è semmai di  non essersi accorto della malattia, errando nella diagnosi.

La questione è diversamente trattata dagli ordinamenti stranieri (per una ricognizione, sia pure sintetica, v. G. CRICENTI, Meglio non essere mai nati? Il diritto a non nascere rivisitato, in Riv crit. dir. priv.,  2013, 315) e fino ad ora si registrano in Italia due orientamenti  contrapposti. Entrambi ammettono la legittimazione dei genitori, e  dunque assumono un danno risarcibile nella condotta del medico che,  omettendo di informare la coppia, ha favorito la nascita di un figlio  malformato.

Divergono quanto alla legittimazione del figlio.

Il primo orientamento (Cass. 11.5.2009, n. 10741, Est. Spagna Russo, in Nuov. giur. civ. comm.,  2009, p. 1258) nega che il fatto di essere nato malformato, per una  malattia contratta naturalmente, ma di cui il medico non si sarebbe  accorto, possa costituire un danno. In sintesi, si osserva che  l"alternativa (ossia se il medico si fosse accorto della malattia) non  sarebbe stata la guarigione, bensì la non nascita, poiché i genitori  avrebbero abortito. Conseguentemente, il danno starebbe nell"essere  nato. Ma una tale evenienza (nascere anziché non nascere affatto) non  può costituire un pregiudizio risarcibile. Non si darebbe nel nostro  ordinamento un diritto di non nascere.

Il secondo orientamento (sostenuto in dottrina da G. CRICENTI, Il concepito soggetto di diritto ed i limiti dell"interpretazione, in Nuov. giur. civ. comm., 2009, 1268 ss.; oggi anche in ID. Wrongful Life, La Ley, Buenos Aires, 2014, 1-10) è stato fatto proprio da una decisione più recente (Cass. 2.10.2012, n. 16754, Est. Travaglino, in Giur. It,  2013, 820), la quale ha osservato che il figlio non si duole del fatto  di essere nato, bensì della malattia contratta. In pratica, sarebbe  fuorviante impostare il problema in termini di diritto di nascere,  affermazione che tra l"altro postula un concepito titolare. Il concepito  invece non è soggetto di diritto. Piuttosto, si tratta di un danno alla  salute che si determina durante la gravidanza e che viene fatto valere  dal neonato dopo la nascita.

Questo contrasto è ora rimesso alla Sezioni Unite, cosi come quello  relativo ad un altro aspetto della lite. Se infatti i genitori si  dolgono della circostanza che, non avendoli il medico informati della  malformazione, essi hanno perduto la possibilità di abortire, ne deriva  che in tanto la condotta del medico può aver procurato un danno (mancato  aborto e dunque nascita indesiderata) in quanto è dimostrato che i  genitori avrebbero abortito.

In difetto di tale prova l"omissione del medico non è rilevante. Se  per ipotesi fosse certo che i genitori avrebbero comunque portato avanti  la gravidanza, l"errore del medico, di non accorgersi della  malformazione, non avrebbe conseguenze negative.

Se invece l"intenzione dei genitori era di abortire, questo interesse  è stato pregiudicato dalla omissione del medico, che, non accorgendosi  della malformazione, ha indotto invece i genitori al parto.

Anche su questo punto si registrano due contrastanti orientamenti.

Il primo, più convincente, assume che è sufficiente che risulti la  scelta della donna di sottoporsi ad indagine medica, ossia ad  un"indagine volta ad accertare lo stato di salute del feto. Da questa  scelta si deduce che la donna avrebbe deciso di abortire se l"indagine  avesse riscontrato una malformazione. Solo in caso di contestazione  della controparte sorge l"onere di provare che l"omessa informazione  circa le condizioni del feto ha creato nella donna uno stato depressivo  suscettibile di essere qualificato come "grave pericolo per la salute  fisica o psichica della donna" (art. 6 lett. b), L. 194/1978). E tale  prova segue il criterio del più probabile che no (Cass. n. 22837 del  2010).

Secondo invece altro orientamento, non basta allegare semplicemente  di essersi sottoposti ad indagine sul feto, che di per sé è elemento  insufficiente da cui poter dedurre la volontà della donna di abortire in  caso di esito infausto. L"avere effettuato una indagine diagnostica sul  feto nulla dice circa la volontà della donna di abortire in caso di  accertata malformazione del feto. Occorre o la dimostrazione di avere  espressamente dichiarato al medico la volontà di interrompere la  gravidanza in caso di malformazione del feto (Cass. n. 16754 del 2012),  oppure la prova che, pur non avendolo dichiarato, era comunque  intenzione della gestante di abortire in quel caso (Cass. n. 7269 del  2013).

In sostanza, mentre la prima tesi ritiene adempiuto l"onere della  prova allegando la richiesta di diagnosi, dalla quale si deduce la  volontà di abortire in caso di risultato negativo, la seconda ritiene  insufficiente il solo fatto di avere richiesto una diagnosi, occorrendo  la dimostrazione della volontà di abortire.

Tutto sommato, la seconda di queste tesi richiede non solo la  dimostrazione che l"omessa informazione del medico ha inciso sul diritto  di abortire (che entrambe le impostazioni del resto riconoscono, dando  per ammesso che la malformazione del feto è causa di grave pericolo per  la salute della donna), ma anche che tale diritto sarebbe stato  esercitato. Dunque non basta che la donna dimostri: a) di avere un  diritto di abortire; b) che tale diritto è stato leso, in astratto,  dalla omessa informazione, inferenza questa che può dirsi lecitamente  fondata sulla richiesta di accertamento diagnostico. Occorre invece  l"ulteriore prova della effettiva volontà di abortire, ossia di un  elemento estraneo (l"effettivo esercizio del diritto leso) allo schema  del danno risarcibile. Conseguentemente questa tesi pare pretendere  l"onere di una prova non necessaria.

Si noti che assolto l"onere probatorio relativo alla volontà di  abortire si ritiene provata anche la sussistenza delle condizioni  previste dalla legge sull"aborto (c.d. diritto di abortire). Secondo  entrambi gli orientamenti è infatti pacifico che la nascita di bambino  malformato è causa di grave danno alla salute della donna, e  dunque giustifica l"aborto.

L"altra questione attiene al tipo di pregiudizio lamentato dal minore e dunque alla legittimazione di quest"ultimo.

Secondo una prima tesi, il minore fa valere un <> che sarebbe in realtà inesistente. Poiché l"errore del  medico ha determinato la nascita (in quanto se il medico si fosse  accorto della malformazione la madre avrebbe abortito) sembra ovvio  concludere che è di quella che il minore si duole, avendo preferito non  nascere affatto, anziché esserlo in quelle condizioni. Il precedente  giudiziario in termini, così si esprime <>.

La decisione successiva invece parte da una prospettiva diversa, già  suggerita in dottrina. Chi nasce malato per via di un fatto lesivo  ingiusto occorsogli durante il concepimento non fa valere la lesione del  diritto a nascer sano o del diritto a non nascere affatto. Fa valere  ora per allora la lesione della salute, fa cioè valere ora una lesione  infertagli quando era nascituro. Il <> è un falso diritto del concepito. Qui invece non agisce  il concepito, ma chi è già nato, ed egli si duole della malattia e non  della nascita.

Nelle decisioni che hanno ammesso il risarcimento, compreso l"affaire Perruche,  non si discuteva, come gli avversari della ipotesi sostenevano, di un  diritto di non nascere, corrispondente al diritto di essere eliminato  mediante aborto, bensì del diritto, una volta nato, di dolersi non della  nascita ma dello stato di infermità (Per uno sguardo comparatistico, v.  in particolare G. DEMME – R. LORENTZ, Responsbailité civile et naissance d"un enfant. Apercu comparatif, in Rev. intern. droit comp.,  2005, 104). Qui in pratica viene consentito a chi è nato di agire per  una malattia contratta durante la vita prenatale. Si consente a chi  nasce (e solo ovviamente a partire da quel momento) di dolersi del danno  riportato durante la condizione precedente. Non c"è bisogno di  inventare un diritto (<>) a vantaggio di chi  non è ancora nato, in quanto è chi è già nato che fa valere un diritto  al risarcimento del danno alla sua salute. Non c"è bisogno di dire che  il concepito ha un diritto a nascere sano nel momento in cui è ancora  nascituro. E" il nato che, una volta tale, fa valere un diritto attuale  sul suo corpo di soggetto nato ed esistente, e dunque un diritto alla  salute (non già a nascere sano). Vale qui la nozione, sperimentata, e  non seriamente discutibile di danno futuro. Nessun ordinamento rifiuta  il risarcimento sul presupposto che il danno si è verificato a distanza  di tempo dall"evento lesivo. In nessuna fattispecie di danno il nesso di  causalità è caratterizzato temporalmente.

Piuttosto, l"ordinanza di rimessione trascura l"aspetto decisivo  della controversia, che è quello relativo al nesso di causalità.

Se infatti la malattia è contratta per cause naturali, come può  essere riferita alla condotta del medico? Il sanitario non si accorge  della malformazione (che il concepito contrae per cause naturali); ma  anche se se ne accorgesse, la malformazione rimarrebbe. La malattia non è  conseguenza di un errore medico. Questo è un dato pacifico. Se il  minore si duole della malattia, allora non può farne carico al medico.  Comunque si intenda il nesso di causalità, sembra non esservi alcun  legame di tipo eziologico tra la condotta del medico (che non si avvede  della malformazione) e la malattia del concepito, contratta per cause  naturali.

L"ultima delle decisioni sul caso (Cass. 2.10.2012, n. 16754, Est. Travaglino, in Giur. it,  2013, 820 ss.) aggira il problema attraverso una sorta di ragionamento  analogico. Poichè rispetto al danno lamentato dai genitori la condotta  del medico è causalmente rilevante, in quanto l"omessa diagnosi  impedisce alla madre di abortire, il neonato beneficia di una sorta di  applicazione analogica a suo favore di tale nesso di causalità. Una  soluzione di politica del diritto, più che altro.

Si deve allora riconoscere che la questione non è di ontologia  radicale (è meglio nascere malato che non nascere affatto?), ma è una  questione solamente giuridica.

In queste vicende il pregiudizio non è costituito dalla differenza  che in ipotesi passa tra il nascere malato ed il non nascere affatto.  Non si tratta invero di capire se la nascita in sé sia un danno rispetto  alla diversa ed ipotetica situazione del non nascere affatto. Si tratta  di capire se quel danno alla salute, riportato dal minore, possa essere  addebitato al medico. Un bambino nasce danneggiato nella salute per un  errore diagnostico, ed agisce per il risarcimento di tale danno. Il vero  problema qui non è quello della natura del danno, ma semmai quello del  nesso di causalità. Invero, si obietta, la malattia non è causata dalla  condotta del medico, ma deriva da cause naturali. Piuttosto l"omessa  diagnosi da parte del medico impedisce di scoprirla e dunque impedisce  alla madre di abortire.

Qui gli schemi usuali della causalità potrebbero non funzionare. Se  il bambino agisce per il danno alla sua salute, sembra di poter dire che  la causa non è la colpa del medico, posto che la malattia è contratta  naturalmente. Non si può imputare al medico la malattia, semmai gli si  può imputare di non averla diagnosticata.

A questo punto scatta però l"equivoco. Se si dice che la colpa del  medico è solo nella omessa diagnosi, si deve ammettere che la condotta  alternativa lecita (ossia la corretta diagnosi) non avrebbe certo  portato ad evitare la malattia (che già era in essere), quanto a far  nascere il minore, così che la condotta del medico non è causa della  malattia, ma della nascita, ed allora, si finisce con il dire, ciò di  cui si duole il minore è, per l"appunto, il fatto di essere nato, che  però non è pregiudizio risarcibile.

I modelli correnti in tema di nesso di causalità adottano criteri  naturalistici, e se la questione è vista da un punto di vista  naturalistico, il danno contratto dal minore è causato dalla malattia  presa in natura piuttosto che dalla condotta del medico che  semplicemente non se ne è accorto.

La questione però va vista da un diverso punto di vista. Non si  tratta ovviamente di rivedere i più accreditati modelli di spiegazione  causale; si tratta di considerare che il nesso di causalità che  interessa il diritto non è (solo) il legame di tipo naturalistico tra  una condotta ed un evento.

Il diritto civile guarda alla procreazione come ad un fatto naturale,  biologico, e dunque tale da escludere responsabilità. Degli accadimenti  di natura non si può dire che taluno sia responsabile. L"atteggiamento  tradizionale continua a riferirsi all"antico modello di irresponsabilità  in fatto di vita, mentre invece il progresso delle tecniche di  fecondazione e di parto implica sempre di più l"intervento umano. Quale è  allora il punto di vista da adottare?

Si rimane nell"ambito delle valutazioni puramente naturalistiche se  si obietta che la condotta alternativa lecita (la corretta diagnosi) non  avrebbe comunque impedito la malattia. Certo è che se si guarda alla  procreazione come ad un fatto non già esclusivamente biologico ma  piuttosto ad un fatto umano che implica responsabilità, non si può  negare che la condotta colpevole del medico è causa (anche se non  naturalisticamente) del danno subito dal neonato.

Questa conclusione si può comprendere se si considera che nel  medesimo essere sono presenti due soggetti distinti, l"essere concreto  ed il soggetto di diritto; come essere umano l"interessato è  handicappato dall"origine, per ragioni naturali; come soggetto di  diritto è vittima di un pregiudizio, per effetto di una colpa altrui. In  un medesimo avvenimento sono separate due linee di causalità, quella  naturale e quella giuridica. Ciò sulla base di una lecita quanto  strumentale finzione (cfr. il bellissimo articolo di Y. THOMAS, Fictio legis. L"empire de la fiction romaine et ses limites médiévales, in Droits, 1995, p. 17 e ss.)

Ma la questione può porsi in altri termini.

In parte il problema deriva dal fatto che la questione del nesso di  causalità è affrontata con il criterio contrafattuale tradizionale,  quello per cui si dovrebbe confrontare la nascita con la non nascita,  dal momento che solo della prima il medico può essere responsabile.

Questo modo di effettuare la valutazione differenziale va ripensato, quanto, almeno, a due aspetti.

Il primo riguarda la formulazione del paradosso contrafattuale che  impedisce, come si è visto, alla maggior parte delle corti, di ammettere  l"azione fatta per conto del figlio. Paradosso che si formula in  prevalenza in questi termini. Il danno presuppone una valutazione  differenziale tra la condizione attuale del danneggiato e quella che si  sarebbe verificata se non ci fosse stata la condotta illecita.

Se il medico avesse agito correttamente più che la malattia si  sarebbe evitata la nascita e dunque il confronto va fatto tra la  condizione di essere vivente ma malato, e la non esistenza.

E questa analisi differenziale, basata su questo preciso  contrafattuale, è ritenuta impossibile dalle corti, e dunque non  valutabile. E" impossibile in pratica dire se sia meglio nascere malati  che non nascere affatto.

Ma, come si è visto, questo contrattuale è fallace. Chi nasce malato  non invoca un diritto di non nascere e non si duole del fatto di essere  nato, ma si duole della malattia. Non è in questione un diritto di non  nascere, ma un diritto alla salute.

Il contrafattuale va allora riformulato in un modo in cui il nesso di causalità risulta invece evidente.

Se il danno non è la nascita, ma la malattia, l"analisi del nesso  causale cambia totalmente. Certamente, infatti, se il medico avesse  fatto una corretta diagnosi, il concepito sarebbe stato abortito e la  malattia non ci sarebbe stata. Se il giudizio contrafattuale è formulato  correttamente, sulla base della esatta individuazione del danno  lamentato (la malattia e non la nascita) appare evidente che il medico  ne è causa, posto che un suo diligente operato avrebbe evitato il danno  (la malattia), sia pure attraverso l"aborto.

Può dirsi in pratica che la condotta del medico è causa della  malattia nel senso che se egli se ne fosse accorto questa sarebbe stata  evitata, evitando la nascita. E si ripropone il paradosso retorico qui  contestato se si obietta che è come se il malato chiedesse di venire  guarito facendosi uccidere, oppure che si elimina la malattia eliminando  il malato, che è chiaramente un artificio lontano dalla realtà dei  fatti. Non si tratta infatti di eliminare la malattia ma di risarcire il  malato, nel caso in cui nessun altro rimedio è ormai possibile.

L"analisi differenziale evita quindi di fare ricorso a paradossi  metafisici, del tipo è meglio nascere malati che non nascere affatto, e  mira a verificare se la condotta alternativa lecita (ossia la corretta  diagnosi) avrebbe evitato il danno effettivo (la malattia) non quello  costruito come tale in sede retorica (la nascita).

Appare allora evidente che l"errore del medico è causa della  malattia, posto che la sua errata diagnosi ha consentito che essa si  manifestasse alla nascita, mentre la corretta diagnosi avrebbe evitato  questo evento attraverso l"aborto del concepito.

Il contrafattuale della malattia è la corretta diagnosi, che avrebbe  consentito di impedire la malattia, impedendo la nascita. E dunque chi  agisce non lamenta di essere nato, ma lamenta lo stato di malattia che  di fatto lo affligge (per tale impostazione G. CRICENTI, Meglio non essere mai nati? Il diritto a non nascere rivisitato, in Riv crit. dir. priv., 2013, 315 ss.).



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