Articoli, saggi, Generalità, varie -  Fabbricatore Alfonso - 2014-07-30

IL DANNO DA PERDITA DELLA VITA: ASPETTANDO LE SEZIONI UNITE – Alfonso FABBRICATORE

Con una sentenza di inizio anno la Cassazione è tornata, nuovamente, ad affrontare il controverso argomento del risarcimento del danno da perdita della vita. La grande novità è che, tra luci ed ombre, viene finalmente riconosciuta protezione aquiliana al bene supremo della persona, la vita, mettendo da parte gli asfittici criteri adoperati negli anni dalla giurisprudenza per ovviare ad evidenti lacune del sistema risarcitorio.

La perdita della vita a causa del fatto illecito del terzo rappresenta, difatti, il pregiudizio più grave al valore uomo inteso nella sua complessità, di conseguenza far dipendere la possibilità e l"opportunità di tutelare tale bene soltanto qualora sia possibile individuare un apprezzabile lasso temporale tra evento lesivo e decesso, o a seconda dell"intensità della lucida sofferenza interiore della vittima, appare tutt"al più un triste calcolo dell"agonia sofferta dal danneggiato il quale sia, in tutti i casi, nella condizione  di poter avvertire il dissolversi della propria esistenza.

La sentenza della III sezione civile, che può essere suddivisa in due passaggi fondamentali, si pone in linea con i più moderni orientamenti sia giurisprudenziali che, soprattutto, dottrinali, volti a riconoscere alla vita umana una valenza assoluta anche in ambito risarcitorio. La stessa CEDU, intervenuta sull"argomento nel 2000 (Gül v. Turkey del 14 dicembre 2000, appl. 22676/93per violazione degli art. 2 e 13 della Convenzione; si veda anche Kiliç v. Turchia, appl. 22492/93) si è espressa a favore della risarcibilità del danno da perdita della vita iure hareditario a favore dei congiunti, ponendo a carico degli Stati Membri un obbligo positivo di protezione e di tutela della vita.

Tuttavia l"opera dei giudici di legittimità riapre, de facto, altre suggestive quanto delicate questioni in merito alla natura del danno risarcibile, se questo possa essere inteso come solo danno-conseguenza o se ci sia ancora spazio (e soprattutto la possibilità) di intendere, e quindi risarcire, taluni pregiudizi come danni in re ipsa.

La stessa Corte, che si affretta a ricordare come "il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, bensì quale pena privata per un comportamento lesivo", al tempo stesso perviene ad un risultato in parte diverso, individuando quale danno-evento la lesione del diritto alla vita ("orbene, non è chi non veda che il ristoro del danno da perdita della vita costituisca in realtà ontologica ed imprescindibile eccezione al principio della risarcibilità dei soli danni-conseguenza").

E" innegabile che un simile pensiero rischi di compromettere le logiche risarcitorie poste alla base dell"intero sistema della responsabilità civile, tra l"altro in evidente contrasto con il dictum delle ormai note sentenze di San Martino del novembre 2008.

Autorevole dottrina (mi riferisco principalmente a Ziviz,  Riflessioni sulla perdita di chances di sopravvivenza, in Resp. civ. prev., 2014, 242 ss.) ci ricorda come sia possibile, viceversa, inquadrare anche il danno da perdita della vita come danno-conseguenza, evitando pericolose forzature del sistema risarcitorio tradizionalmente accolto. In questo senso potrebbe trovare accoglimento la teoria della perdita di chance di vivere più a lungo: in tal guisa a rilevare non è la morte in sé dell"individuo, ma quella prerogativa della persona, ingiustamente lesa, a poter proseguire la propria esistenza.

A venir meno, in questo modo, sarebbe la possibilità in capo alla vita di "continuare a vivere la propria vita".

Del resto è utile osservare, oltretutto, che la morte rappresenta, sempre, il momento ultimo di una concatenazione causale che si innesca nel momento stesso in cui si verifica la lesione dagli esiti infausti.

Va infine ricordato che siamo tutt"ora in attesa di conoscere i futuri sviluppi dell"annosa questione: Le Sezioni Unite, riunitesi nel mese di Giugno a seguito dell"ordinanza interlocutoria del mese di marzo (n. 5056 del 4 marzo 2014) con la quale la stessa Corte ha rimesso gli atti al Primo Presidente, devono ancora esprimersi sulla vexata questio del danno da perdita della vita.

Un nuovo passo falso dei giudici di legittimità riproporrebbe, giocoforza, il quadro di assoluta incertezza venutosi a delineare negli ultimi decenni; e riproporrebbe, similmente, uno scenario surreale, dovendoci, ancora, chiedere se sia opportuno far dipendere la tutela anche in ambito risarcitorio del bene supremo vita dall"individuazione dell"esatto momento della morte; se questa sopraggiunga contestualmente alla lesione o se si verifichi un secondo, un minuto, un"ora dopo.

Se sia logico risarcire anche lesioni di minima entità al bene salute e se si debba, invero, escludere che possa essere tutelato in ambito aquiliano il diritto alla vita.

Se, infine, sia ragionevole prevedere un rimedio risarcitorio solo qualora la vittima sia capace di avvertire l"imminenza della morte ed escluderlo quando questa, anche nei casi in cui lo stato di incoscienza sia conseguenza dell"illecito stesso sulla propria persona, non possa percepire lo shock del trapasso.



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