Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Russo Paolo - 2015-02-18

IL DANNO ESISTENZIALE E RISARCIBILE ANCHE CON IL DANNO BIOLOGICO – Trib. Venezia, 17.02.2015 - Paolo RUSSO

Tribunale Venezia, sez. Lavoro, 17 Febbraio 2015, G.U. Bortolaso Eccoci di fronte ad una sentenza che, pur riconoscendo (correttamente) l"illecito subito dalla ricorrente (in questo caso, il mobbing di cui era stata vittima la dipendente di una Ulss), del tutto erroneamente (purtroppo) decide di liquidare, unicamente, il danno biologico subito dalla lavoratrice, nulla riconoscendole per le altre voci di danno non patrimoniale (il danno morale e, soprattutto, il danno esistenziale).

Sono proprio sbagliati i presupposti, le fondamenta, della pronuncia in argomento.

Non è vero, infatti, contrariamente a quanto dichiarato il giudice veneto, che nelle ipotesi di lesione del bene salute il pregiudizio all"integrità fisica "trova ristoro complessivo nel riconoscimento del danno biologico e non residua, perciò una risarcibilità" delle altre voci di danno non patrimoniale, tra cui il danno esistenziale, "quale voce a sé stante".

Stupisce, in particolare, che il tribunale poggi tale decisione limitandosi a richiamare una non meglio identificata "articolata casistica ricostruibile sulla base della giurisprudenza di merito, soprattutto del Tribunale di Milano, ma anche di Napoli, Forlì, Pisa", anziché attingere a piene mani dalla più recente giurisprudenza di legittimità, che pure chiarisce definitivamente il contrario.

Sarebbe allora stato più opportuno affermare, come ad esempio ha fatto la Suprema Corte nella sentenza n. 20292/2012, la centralità della persona e l"integralità del risarcimento del valore uomo, ed evidenziare come proprio tale principio affronti e risolva positivamente la questione della risarcibilità di tutte quelle situazioni soggettive costituzionalmente tutelate in cui siano lesi diritti anche diversi dalla salute, incisi dalla condotta del danneggiante "oltre quella soglia di tollerabilità indotta da elementari principi di convivenza".

Sarebbe stato più opportuno rammentare, come bene ha fatto la Suprema Corte nella sentenza n. 9231/2013, che ove se l'illecito abbia gravemente compromesso il valore persona, il danneggiato è titolare di un autonomo diritto al risarcimento, oltre che del danno biologico, "di tutto il danno, morale (cioè la sofferenza interiore soggettiva sul piano strettamente emotivo, nell'immediatezza dell'illecito, ma anche duratura nel tempo nelle sue ricadute, pur se non per tutta la vita), e dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale"), consistente nel peggioramento delle condizioni e abitudini, interne ed esterne, di vita quotidiana".

Sarebbe stato doveroso ricordare, come giustamente ha fatto la Suprema Corte nella sentenza n. 19402/2013, che "esistenziale è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, sì, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile".

Sarebbe stato più opportuno evidenziare, ancora e per concludere, come ottimamente ha fatto la Suprema Corte nella sentenza n. 23147/2013, che "il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale", e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l"illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta con il principio di unitarietà del danno non patrimoniale sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, giacchè quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti".

Ma nella fattispecie, purtroppo (grave occasione persa), non è andata così.

Non ha, infatti, tenuto conto, il tribunale veneziano, del fatto che proprio la Cassazione obbliga il giudice di merito a "dare conto - in rapporto alla domanda giudiziale davanti a lui proposta ed alla luce delle prove raccolte - di aver tenuto presente i diversi aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche "vuoti" risarcitori".

Ebbene, con la pronuncia in commento è purtroppo accaduto proprio questo, ed è così stato tradito il sacrosanto principio secondo cui soltanto il riconoscimento di tutte le poste del danno non patrimoniale (ove presenti: e qui lo erano senza dubbio) è in grado di assicurare alla vittima un ristoro davvero integrale, e giusto, del pregiudizio da essa patito.



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