Articoli, saggi, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2015-11-04

IL DANNO ESISTENZIALE: LA FATICOSA EVOLUZIONE GIURISPRUDENZIALE - Antonio ARSENI

- Il sistema bipolare della responsabilità civile

- esiste il danno esistenziale e come si configura?

- i criteri di liquidazione del danno non patrimoniale idonei ad evitare duplicazioni ma anche vuoti risarcitori

I PRECEDENTI

L"attuale assetto risarcitorio del danno alla persona, prende le mosse, nel nostro ordinamento, allorché con una nota sentenza del 1986 (n° 6607 del 11 novembre) la Cassazione accolse la domanda, avanzata a titolo personale, da un marito che aveva visto la moglie, per un deprecabile errore medico, asportarsi l"utero  con gravi ripercussioni fisiologiche che avevano inciso anche sull"uomo, compromettendone l"attività sessuale e, quindi, la relativa libertà di esplicazione.

Nell"occasione la Cassazione sostenne che "il comportamento illecito del terzo, che cagiona ad una persona coniugata l"impossibilità di avere rapporti sessuali, è direttamente ed immediatamente lesiva, sopprimendolo, del diritto dell"altro coniuge a tali rapporti, che quale diretto dovere reciproco e inerente alla persona ed insieme agli altri diritti-doveri reciproci ne struttura il rapporto di coniugio. La soppressione di tale diritto, menomando la persona del coniuge nel suo modo di essere e nel suo svolgimento nella famiglia, comporta un danno che rientra nella previsione dell"art. 2043 C.C. ed è di per sé risarcibile, quale modo di riparazione di quel diritto della persona".

In buona sostanza, il diritto reciproco di ciascun coniuge ad avere rapporti sessuali con l"altro coniuge, è un diritto inerente alla persona, un aspetto del suo essere e svolgersi nella famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, formazione sociale ove si svolge la personalità dell"uomo i cui diritti inviolabili sono costituzionalmente riconosciuti e garantiti: un diritto che, come tale, va equiparato al diritto della persona alla integrità psico-fisica, determinando, laddove leso a causa della impossibilità dei rapporti sessuali, un danno risarcibile non come danno patrimoniale né non patrimoniale, bensì come menomazione del modo di essere e di svolgimento della persona.

LA SVOLTA DEL 2003

Ma la vera svolta avviene anni più tardi, allorché la Cassazione e la Consulta (rispettivamente, con le  decisioni 8827-8828/2003 e 203/2003) riconducono simili pregiudizi sotto la tutela garantita dell"art. 2059 C.C.  che permette la risarcibilità del danno non patrimoniale estendendola anche ai casi non previsti come reato o da specifiche disposizioni di legge  ma presidiati da valori costituzionali laddove attengono più propriamente a quelli che riguardano i diritti inviolabili della persona.

A partire dal 2003, quindi, una interpretazione costituzionalmente orientata dell"art. 2059 C.C. "benedetta ", per così dire, dalla Cassazione, ha reso possibile un adeguato ristoro a tutti i pregiudizi non patrimoniali (biologico, morale, esistenziale) capaci di compromettere i valori fondamentali della persona umana, individuati dalla Corte Costituzionale tra cui, in primo luogo, nell"art. 2. Cost.

Senonché l"eccessiva proliferazione di liti anche "bagatellari", introdotte a tutela di generici danni alla persona o di scarso rilievo, o perché ricompresi nel danno biologico o morale, come il danno esistenziale, quello alla vita di relazione, quello estetico etc., indusse la Cassazione a porre un freno, dettando regole precise " in una sorta di Statuto per il danno non patrimoniale alla persona nel  nuovo millennio".

LE SENTENZE DI S.MARTINO 2008. PERSONALIZZAZIONE DEL QUANTUM DEBEATUR

In particolare, le c.d. sentenze di S. Martino, segnano la fine del c.d. danno esistenziale affermandone l"inesistenza come categoria autonoma ,"su cui non è dato più discorrere".

Il giro di vite della S.C., vista con favore dalle Compagnie di Assicurazione, deluse le aspettative della dottrina che iniziò una campagna informativa a favore del danno esistenziale, seguita da una parte della giurisprudenza, la quale mostrò una certa resistenza nell"applicare le direttive della S.C..

Si ravvisarono, in particolare, nelle buone intenzioni del Giudice di legittimità – rappresentate, come  noto,  dalla esigenza di evitare duplicazione del danno, le cui voci avrebbero soltanto un valore descrittivo, lungi dal costituire una categoria autonoma del danno non patrimoniale, considerato nella sua unitarietà – elementi di criticità in quelle situazioni in cui effettivamente sono compromesse le molteplici attività realizzatrici della persona umana.

Comunque, per effetto delle più volte ricordate decisioni di S. Martino 2008 e della immediata successiva giurisprudenza (v. Cass. 557/2009, Cass. 794/2009), il quadro che ne uscì può così sintetizzarsi.

La responsabilità  aquiliana si basa su un sistema bipolare in  cui si distinguono danni patrimoniali e non patrimoniali.

Trattasi di due categorie spesso definite  macrocategorie unitarie,  all"interno delle quali tanto il danno patrimoniale che quello non patrimoniale possono annoverare varie forme per la loro capacità di incidere su vari beni e/o interessi.

La esistenza e misura di tale incidenza determina i criteri di accertamento e liquidazione che, stante la impossibilità di moltiplicare le voci del danno, in quanto aventi funzione meramente descrittiva può essere adeguatamente personalizzata sulla base del caso concreto, iuxta alligata et probata partium.

L"avvertimento dei Giudici di Legittimità  a quelli di merito fu nel senso, dunque, che questi ultimi avrebbero dovuto ben valutare che all"illecito ingiusto debba ripararsi con un giusto ristoro, che eviti, si, duplicazioni ma anche vuoti risarcitori.

IL  RITORNO DEL DANNO ESISTENZIALE

Sistemato così il danno esistenziale ma anche quello morale, ricompresi insieme al biologico nella macrocategoria del danno non patrimoniale, negli anni successivi, dal 2010 in poi soprattutto, si assiste nella giurisprudenza ad una ulteriore evoluzione, ponendosi in evidenza come il principio della omnicomprensività dovesse  cedere il passo a quello della diversità ontologica tra le varie voci o aspetti o sintagmi del danno non patrimoniale, non potendosi assumere, ad esempio, che il danno biologico assorba sempre e comunque quello morale o quello esistenziale (come affermato, al contrario, soprattutto in Cass. 25236/2009 e Cass. 3906/2010).

La questione andrebbe affrontata caso per caso, così potendosi affermare, ad esempio,  che il diritto alla sessualità debba essere inquadrato fra i diritti inviolabili della persona (v. Cass. 13547/09), come modus vivendi essenziale per l"espressione e lo sviluppo della  stessa,  di cui occorre tener conto insieme al  danno biologico conseguente alla lesione, imponendo una liquidazione globale  personalizzata. Così il c.d. danno per la perdita del rapporto parentale, ben definito da Cass. 10107/2011, secondo la quale esso consiste "nel significativo sconvolgimento delle abitudini di vita provocato dal vuoto che deriva dalla morte del prossimo congiunto, costituito dal non poter più godere della persona cara e dal venir meno di quei rapporti familiari basati sull"affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante relazione tra i componenti della famiglia, impediti a fare quello che per anni è stato fatto".

Soprattutto con la decisione della Cassazione 24082/2011 si comincia a porre la questione della necessità di distinguere, nell"ambito della categoria del danno non patrimoniale, il c.d. aspetto dinamico/relazionale più propriamente riguardante il pregiudizio esistenziale, dalla componente morale (ma  anche biologica – danno alla salute) alla luce della circostanza, come affermato dai Giudici di Palazzo Cavour , che "ogni vulnus arrecato ad un interesse tutelato dalla Carta Costituzionale si caratterizza per la sua doppia dimensione del danno relazionale (proiezione esterna dell"essere e del danno morale ( interiorizzazione intimistica della sofferenza)", spettando al Giudice di valutare entrambi questi differenti aspetti del danno, procedendo "ad una riparazione che caso per caso, nella unicità ed irripetibilità di ciascuna delle vicende umane che si presentano dinanzi a lui, risulti da un canto  equa, dall"altro consonante con quanto realmente patito dal soggetto, pur nella inevitabile consapevolezza della miserevole incongruità dello strumento risarcitorio a fronte del dolore dell"uomo, che dovrà rassegnarsi a vedere trasformato quel dolore in denaro". Così testualmente la recente Cass. 11851/2015 che, riprendendo quanto in precedenza affermato da Cass. 18641/2011, Cass. 20292/2012, Cass. 22585/2013 (di cui vengono riportati ampi stralci), ricorda come la indicata autonomia delle voci del danno non patrimoniale risulti non solo avere un supporto normativo fornito dagli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni (quest"ultimi posti sotto "la lente di ingrandimento" dalla Corte Costituzionale che con sentenza 235/2014 ne ha dichiarato la piena legittimità) , nonché dal DPR 37/09 e 191/2009 (successivi alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008), per quanto riguarda rispettivamente il danno biologico e quello morale, ma anche "nell"art. 612 bis C.P. laddove punisce chi, con condotta reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero di ingenerare un fondato timore per l"incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

Aggiunge, la decisione in questione, che la mancanza di danno ( recte, conseguenza dannosa) biologico in tali casi, non esclude la configurabilità di un danno morale soggettivo (la sofferenza interiore) e di un possibile danno dinamico/relazionale (c.d. esistenziale), ossia "a tutto ciò che è altro da sé rispetto alla essenza interiore della persona".

Tale orientamento si riscontra soprattutto in più di una sentenza della Cassazione, adottate nel corso del 2013, che è stato un anno, per così dire, positivo per il danno esistenziale: a cominciare dalla decisione 9231/2013, la quale ha visto riconoscere ai familiari di un giovane di 39 anni, deceduto in conseguenza di un grave incidente stradale, il danno esistenziale c.d. da perdita del rapporto parentale richiesto in via autonoma. In verità, i casi più eclatanti in cui viene riconosciuta tale  voce  di danno sono quelli che riguardano le conseguenze dannose per le vittime di riflesso o di rimbalzo di un fatto illecito, ossia i familiari del prossimo congiunto che abbiano subito un radicale peggioramento delle abitudini di vita tali da incidere sul valore costituzionale persona e nell"ambito della famiglia, formazione sociale ove si esplica la personalità dei suo componenti.

Le c.d. sentenze esistenzialiste della Cassazione non si fermano qui essendo state adottate nel 2013 altre decisioni che confermano tale orientamento. Si ricordano, al riguardo, la pronuncia 19402/2013, la già citata 22585/2013,  la 23147/2013. Interessante la numero 19963 del 30 agosto, che ha ritenuto risarcibile il danno alla vita di relazione (che non è altro che un pregiudizio dinamico/relazionale, sotto altro nome) non considerato dal Giudice di merito, il quale, nella specie, non aveva  valutato che la vittima dell"illecito (un grave incidente stradale) aveva subito un invalidità totale capace di "disintegrare la vita attiva e sociale del soggetto".

Sembra dunque che le sentenze del 2013 e quelle precedenti, ma successive alle famose decisioni  di S. Martino del 2008,  abbiano contribuito a risolvere il dilemma esistenzialista della Cassazione enunciando concetti capaci di orientare l"interprete evitando che lo stesso, attraverso il generico richiamo al principio della unitarietà del danno, possa perdere di vista la particolarità dei vari aspetti che caratterizzano il danno alla persona.

In definitiva, se va sicuramente escluso il principio secondo cui il c.d. danno esistenziale debba considerarsi automaticamente  inglobato in quello biologico, soprattutto in quelle fattispecie in cui assumono grande rilievo gli effetti pregiudizievoli sulla persona in ragione della perdita del rapporto parentale (v. Cass. 1361/2014; Cass. 5243/2014; Cass. 5243/2014; Cass. 21917/2014 - secondo la quale è generalmente implicita  nella morte di un familiare la esistenza di un danno esistenziale- e da ultimo Cass. 29/09/2015 n° 19211), può al contrario sembrare un superfluo esercizio discettare sulle differenze fra danno non patrimoniale unitario ed autonomia ontologica delle relative  voci nel momento in cui la prevalente  giurisprudenza ci dice che in ogni caso debba essere risarcito l"integrale danno in tutte le sue voci e aspetti, perché ad un ingiusto pregiudizio deve corrispondere un giusto ristoro dello stesso, comprensivo di ogni  sua componente (biologico, morale, esistenziale), purché  allegata e dimostrata. Ciò soprattutto quando nella sostanza le cose non cambierebbero ricorrendosi al c.d. criterio di personalizzazione nella liquidazione ovvero attribuendo al danneggiato un importo distinto per ogni danno salvo il riscontro, nel caso concreto, di  inammissibili duplicazioni che (e su questo vi è unanimità di consensi) vanno evitate secondo la peculiare valutazione del Giudice del merito.

Quindi, di fronte ad un illecito plurioffensivo che determina  (ad esempio e per riferirci al c.d. danno parentale) la morte di un soggetto, va sempre considerato e valutato, sulla base delle allegazioni di parte, se  sussista una pluralità di soggetti lesi (il defunto ed i familiari) e se vi sia la possibilità che il danno patito iure proprio dai prossimi congiunti derivi dalla lesione di una pluralità di interessi: oltre la perdita della relazione parentale, un vero e proprio danno alla salute medicalmente accertabile in rapporto di causa effetto con il lutto.

Interessi meritevoli tutti di tutela ove accertatane l"esistenza dal Giudice, tenuto a riscontrare la effettività della perdita che ne è derivata, procedendo poi alla quantificazione del valore presunto.

In questo senso si muove la recente decisione della Cassazione 08/05/2015 n° 9320, secondo la quale "in materia di responsabilità civile il principio della  onnicomprensività della liquidazione del danno non patrimoniale comporta la impossibilità di duplicazioni risarcitorie del medesimo pregiudizio ma non esclude, in caso di illecito plurioffensivo, la liquidazione di tanti danni quanti sono i beni oggetto di autonoma lesione, seppur facenti capo al medesimo soggetto (nella specie è stata cassata la sentenza del Giudice di merito che aveva liquidato il danno non patrimoniale patito dai familiari della vittima di un incidente stradale non attribuendo un autonomo rilievo al danno da perdita del rapporto parentale ed a quello alla salute psichica dagli stessi, pure subito in conseguenza della morte del proprio congiunto).

Precisa, al riguardo, la Cassazione 9320/2015, in apparente contrasto con la tesi della unitarietà del danno non patrimoniale, che il pregiudizio (concreto, altrimenti si sarebbe in  presenza di una iniura sine damno, come tale improduttiva di effetti) "deve essere liquidato unitariamente se la perdita abbia inciso su beni o interessi omogenei (ad esempio, la lesione dell"interesse alla integrità fisica può provocare sia un danno biologico sia un danno patrimoniale di perdita di reddito). Al contrario, se la lesione abbia inciso su interessi diversi può provocare un pregiudizio unitario (ad esempio l"uso indebito e diffamatorio del nome altrui, che pur ledendo il diritto al nome ed all"onore, provoca una unitaria ed inscindibile lesione della reputazione)".

Il dibattito, in conclusione, è destinato a continuare tra i fautori della unitarietà del danno  non patrimoniale e quelli della teoria della autonomia ontologica delle varie voci di cui si compone. Ma appare, alla luce della evoluzione giurisprudenziale ricordata, che ormai il c.d. danno esistenziale o dinamico/relazionale  che si voglia, sia  stato liberato dal c.d. letto di Procuste in cui era stato immeritatamente confinato, essendo compito del Giudice di merito, all"uopo investito della questione, valutare, sulla base delle prove raccolte, la sussistenza di pregiudizi attinenti la persona umana, le sue dinamiche relazionali incidenti considerevolmente (e non inutilmente) sulla propria vita, radicalmente mutata in ragione di quella sofferenza che l"illecito ha provocato.

Dice la S.C. (v. Cass. 11851/2015 ma anche 20292/2012) che "è lecito ipotizzare come la categoria del danno esistenziale risulti indefinita…….ma ciò è la probabile conseguenza dell"essere, la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta indefinita ed atipica"



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