Articoli, saggi, Inizio vita, fecondazione assistita -  Redazione P&D - 2014-07-29

IL DECRETO ZINGARELLI SULL'OBIEZIONE DI COSCIENZA: UNA RISPOSTA SBAGLIATA - Salvatore CURRERI

Benché salutate con favore da (certa) stampa, le indicazioni "in merito all"esercizio dell"obiezione di coscienza" all"interruzione volontaria di gravidanza (IVG) contenute nelle recenti Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari emanate dal Presidente della Regione Lazio, nella sua qualità di commissario ad acta (allegato 1 al decreto n. U00152 del 12.5.2014, in B.U.R., 22.5.2014, n. 41, suppl. n. 1), destano a mio parere, sotto il profilo giuridico, non poche perplessità.

Preso atto della diffusione dell"obiezione di coscienza, in particolare tra i medici ginecologi (69,3%), "si ribadisce come questa riguardi l"attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento" dell"IVG, sicché – "si sottolinea" – essa non può essere invocata dal "personale operante nel Consultorio Familiare", il quale "non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare l"IVG".

Sotto l"apparente natura confermativa ("si ribadisce", "si sottolinea"), tali linee di indirizzo intendono in realtà innovare in materia (come conferma, peraltro, il clamore mediatico da esse suscitato), allo scopo di limitare l"obiezione di coscienza (mai qualificata nel testo come diritto) del personale sanitario al solo compimento "delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l"interruzione della gravidanza". Di conseguenza, esso non potrebbe essere esonerato "dall"assistenza antecedente e conseguente all"intervento" (art. 9.3. l. 194/1978, d"ora in poi sottintesa); assistenza antecedente in cui – qui sta la portata innovativa – andrebbe inclusa anche l"attività di attestazione e di certificazione occorrente per legge per praticare l"IVG presso una delle sedi autorizzate (art. 5). In definitiva, secondo tale interpretazione, l"obiezione di coscienza sarebbe limitata al solo intervento abortivo, escludendola per tutto ciò che lo precede o lo segue; di conseguenza, i medici obiettori operanti nei consultori familiari o nelle strutture socio-sanitarie a ciò abilitate non potrebbero rifiutarsi di rilasciare l"apposita certificato necessario per abortire.

Si tratta di un"interpretazione non nuova, e che ha peraltro ricevuto conferma in sede giurisprudenziale nella sentenza con cui il Tar Puglia (3477/2010), aveva sì accolto il ricorso di un gruppo di medici obiettori contro il bando regionale che riservava ai soli non obiettori l"accesso ai consultori familiari, ma sol perché al loro interno l"esercizio dell"obiezione di coscienza era "assolutamente irrilevante", dato che non vi si praticava "l"interruzione volontaria di gravidanza per la quale unicamente opera l"obiezione di coscienza". Di conseguenza, il bando doveva essere aperto a tutti, obiettori e no, perché "anche il medico obiettore legittimamente inserito nella struttura del consultorio è comunque tenuto all"espletamento di quelle attività istruttorie e consultive (come il rilascio dell"attestato di gravidanza)" previste dalla legge.

Interpretazione non nuova, quindi, su un problema, peraltro, diffuso non solo alle nostre latitudini, se è vero che su di esso in Germania si è registrato nel 2000 un grave contrasto tra Stato e mondo cattolico nonché al suo interno circa il diritto (poi negato) degli obiettori di continuare ad offrire la loro consulenza all"interno delle strutture pubbliche, senza però essere costretti a rilasciare anche in tal caso il certificato che consentisse l"aborto (Ceccanti, Una libertà comparata, 2001, 225 ss.).  

Premesso che ci troviamo, in materia di esercizio dell"obiezione di coscienza, di fronte ad un atto d"indirizzo, come tale non vincolante (v. quanto dichiarato da Cecilia D"Elia, consulente del Presidente Zingaretti sui temi legati ai diritti e alle pari opportunità), a me pare che l"interpretazione proposta si ponga in contrasto con quanto stabilito chiaramente dal precedente primo comma dello stesso articolo 9, il quale solleva gli obiettori dal "prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7", cioè esattamente da quelle attività antecedenti l"intervento abortivo, consistenti come detto nell"attività di consulenza sanitaria e sociale che porta al rilascio della certificazione necessaria per poter ottenere l"IGV.

Tale interpretazione, oltreché fondarsi su un dato letterale che a me pare inequivoco, risponde alla differente sedes materiae dei due commi dell"articolo 9: nel primo si tratta della parte sanitario-amministrativa, ammettendo in toto l"obiezione di coscienza; nel terzo, invece, si tratta dell"intervento abortivo in senso stretto, preoccupandosi di precisare che l"obiezione di coscienza si riferisce strettamente ad esso, e non all"assistenza medico-sanitaria ante e post-intervento.

Pare evidente quindi che il legislatore, accogliendo le istanze provenienti (oggi come allora) prevalentemente (ma non solo) dal mondo cattolico, abbia voluto dare ampio riconoscimento al diritto all"obiezione di coscienza (art. 9), coprendo l"intero arco della procedura che va dalla fase della certificazione fino alla fase dell"intervento medico (comma 1), preoccupandosi piuttosto (comma 3) di escludere quanto non rientra in essa, e cioè l"assistenza sanitaria antecedente e conseguente all"intervento che il personale sanitario, in ossequio ai suoi doveri deontologici e professionali, deve prestare (anche se non è certo agevole in pratica distinguere l"intervento da tali attività), tanto più "quando, data la particolarità  delle  circostanze,  il  loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo" (comma 5).

Ma al di là della contestata legittimità, non pare che sia questa la strada da percorrere per risolvere il problema delle oggettive difficoltà che le donne incontrano per abortire a causa dell"elevato numero di medici obiettori. E non solo perché – considerazione fin troppo banale –a nulla vale obbligare gli obiettori a rilasciare i certificati, se poi  il numero dei medici che praticano le IGV rimane inalterato. Né certo si può pensare, in modo costituzionalmente credibile e legittimo, d"introdurre un numero massimo di obiettori o un periodo di tempo entro cui tale diritto vada esercitato.

Piuttosto la strada da percorrere per evitare che il diritto all"aborto risulti di fatto non effettivo a causa dell"eccessivo numero di obiettori, motivo per cui siamo stati condannati dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d"Europa (10.3.2014 ric. n. 87/2012), è quella indicata dallo stesso Tar Puglia, nella citata sentenza n. 3477/2010, come soluzione ragionevole, e cioè la possibilità in sede di bandi di concorso delle Usl di riservare una quota di posti, fino al 50%, ai medici non obiettori.

Sotto questo profilo, per evitare atteggiamenti fraudolenti, tesi a sfruttare quelle che in talune zone del paese si rivelerebbero ben presto "corsie preferenziali", nell"ovvia impossibilità costituzionale di vietare a costoro di divenire obiettori, si potrebbe ipotizzare financo la risoluzione del contratto di lavoro per inosservanza di una clausola essenziale. Mi lasciano invece perplesso altre soluzioni, quali ad esempio la previsione di prestazioni più onerose (Prisco) oppure di penalizzazioni sotto il profilo retributivo o di carriera (Grandi). Tali soluzioni, volte in qualche modo a penalizzare coloro che, assunti nella qualità di non obiettori, poi lo diventino, sebbene mosse da intenti condivisibili quando si tratti di contrastare fenomeni fraudolenti, mi pare corrano il rischio di risolversi in forme sanzionatorie nei confronti di coloro che esercitano un diritto fondato sugli artt. 19 e 21 della Costituzione, e che come tali non meritano disparità di trattamento, come tali giudicate irragionevoli dalla Corte costituzionale (il pensiero va ovviamente alla sentenza 470/1989 con cui fu giudicato incostituzionale gli otto mesi in più di leva obbligatoria imposti agli obiettori di coscienza).

La diffusione sociale dell"obiezione di coscienza, anziché essere derubricata a espressione di una mirata strategia politica volta a sabotare l"applicazione della legge (Mancini),  dovrebbe piuttosto costituire motivo di ulteriore riflessione in un contesto normativo (europeo e no) in piena evoluzione (Prisco). Quello dell"obiezione di coscienza, infatti, è solo uno degli aspetti di una legge che, a più di 35 anni di distanza, meriterebbe di essere riesaminata serenamente, laicamente, senza steccati o pregiudizi ideologici, anche alla luce delle conoscenze mediche nel frattempo intervenute, partendo da quella parte di essa – proprio quella dell"attività svolta nei consultori familiari – rimasta negletta a causa delle scarse risorse finanziarie loro destinate.

Il "decreto Zingaretti" sull"esercizio dell"obiezione di coscienza all"aborto: una risposta sbagliata ad un problema serio
Autore: Salvatore Curreri

17 luglio 2014

Tratto da Confronticostituzionali.it



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