Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2015-05-08

IL DIRITTO DI AUTODIFESA NON PUO' TRAVALICARE NELLA CALUNNIA - Cass. Pen. 18755/15 - F.M. BERNICCHI

- Diritto penale

- Reato di calunnia ed esimente dell'esercizio del diritto di difesa giudiziaria

- Integra il reato calunnia l'imputato che travalica il rigoroso rapporto funzionale tra tale sua condotta e la confutazione dell'imputazione

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione sez. VI Penale, sentenza 16 aprile – 6 maggio 2015, n. 18755 relativa al tema del reato di calunnia e dell'esimente del diritto di difesa giudiziaria ricompreso e disciplinato dall'articolo 51 c.p.

Il fatto, in breve: il Tribunale di Milano, in data 30 settembre 2014, dichiarava il non doversi procedere nei confronti di G.S. per il reato di calunnia in rubrica ascrittogli. Detta pronuncia si rendeva necessaria poichè la condotta veniva scriminata dalla causa di giustificazione dell'esercizio del diritto di difesa giudiziaria di cui all'art. 51 c.p..

Il ricorrente in Cassazione, in via recisamente contraria, deduceva la violazione degli artt. 51 c.p. e 425 c.p.p., in relazione all'art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p., in ragione dell'erronea applicazione della causa di giustificazione dell'esercizio del diritto di difesa, per essere stato accusato dall'imputato - nell'atto di appello avverso la sentenza del Tribunale penale di Pavia n. 234 dell'8 aprile 2011 - di avere commesso un reato nella sua qualità di funzionario tecnico presso il settore di Polizia locale del Comune di Pavia, e in particolare di aver falsificato, alterato, manomesso ovvero manipolato dei registri di contabilità introducendosi negli uffici nottetempo, e di avere reso falsa testimonianza in sede dibattimentale, circostanze, queste, illogicamente considerate dal G.i.p. come una semplice negazione della verità sfavorevole all'imputato.

Per i giudici di Piazza Cavour il ricorso è fondato

Infatti, secondo un pacifico insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 1333 del 16/01/1998, dep. 04/02/1998, Rv. 210648; Sez. 2, n. 2740 del 14/10/2009, dep. 21/01/2010, Rv. 246042), in tema di rapporto tra diritto di difesa e accuse calunniose, nel corso del procedimento instaurato a suo carico l'imputato può negare, anche mentendo, la verità delle dichiarazioni a lui sfavorevoli ed in tal caso l'accusa di calunnia, implicita in tale condotta, integra un'ipotesi di legittimo esercizio del diritto di difesa e si sottrae perciò alla sfera di punibilità in applicazione della causa di giustificazione prevista dall'art. 51 cod. pen.

Quando però l'imputato, travalicando il rigoroso rapporto funzionale tra tale sua condotta e la confutazione dell'imputazione, non si limiti a ribadire la insussistenza delle accuse a suo carico, ma, al contrario, assuma ulteriori iniziative dirette a coinvolgere l'accusatore - di cui pure si conosce l'innocenza - nella incolpazione specifica, circostanziata e determinata di un fatto concreto, sicché da ciò derivi la possibilità dell'inizio di una indagine penale da parte dell'autorità, si è al di fuori del mero esercizio del diritto di difesa e si realizzano, a carico dell'agente, tutti gli elementi costitutivi dei delitto di calunnia.
Ne discende che integra il delitto di calunnia, senza che possa invocarsi la scriminante dell'esercizio dei diritto di difesa, l'imputato che, negata la sussistenza del fatto addebitatogli, accusi terzi di fatti criminosi, in modo da determinare la possibilità che inizi nei loro confronti un procedimento penale (Sez. 2, n. 28620 del 01/07/2009, dep. 13/07/2009, Rv. 244730).

Nel caso in esame, si ravvisa tutto quanto declinato dai principi sueposti.

Sul punto, inoltre, deve rammentarsi che, ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere, il G.u.p., in presenza di fonti di prova che si prestino ad una alternatività di soluzioni valutative, deve limitarsi a verificare se tale situazione possa essere superata attraverso le verifiche e gli approfondimenti propri della fase del dibattimento, senza operare valutazioni di tipo sostanziale che spettano, nella predetta fase, al giudice naturale (Sez. 6, n. 6765 del 24/01/2014, dep. 12/02/2014, Rv. 258806; Sez. 5, n. 41162 del 19/06/2014, dep. 03/10/2014, Rv. 262109).
Sulla base delle su esposte considerazioni, conclusivamente, l'impugnata sentenza deve essere annullata con rinvio per nuova deliberazione al Tribunale di Milano (v., al riguardo, Sez. Un., n. 25695 del 29/05/2008, dep. 24/06/2008, Rv. 239701), che nella piena libertà delle valutazioni di merito di sua competenza dovrà porre rimedio alle rilevate carenze motivazionali, uniformandosi al quadro dei principi di diritto in questa Sede stabiliti.



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