Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Valeria Cianciolo - 2017-01-23

Il divieto di sculacciata in Francia e luso del battipanni in Italia – di Valeria Cianciolo

Nota a Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 7 dicembre 2016 – 19 gennaio 2017, n. 2669

In Francia vi è stata gran discussione intorno a quello che i giornali hanno chiamato l"interdiction de la fessée, cioè, appunto il "divieto di sculacciata", con sondaggi, approfondimenti, dibattiti e pareri di esperti e opinionisti su tutti i principali giornali francesi. Se ne parla da più di due anni: il dibattito è nato dopo la richiesta alla Francia da parte del Consiglio d"Europa di vietare le punizioni corporali, a marzo 2015.

Niente sculacciata o punizione corporale nei confronti dei minori.

Il Comitato lo stesso, per capirci, che nel maggio 2014 aveva rampognato l"Italia perché la legge 194 riconosce il diritto all"obiezione di coscienza, ha sancito che Parigi non rispetterebbe l'articolo 17 della Carta sociale europea perchè non ha nel proprio ordinamento un divieto chiaro, vincolante e preciso delle punizioni corporali.

A chiedere la condanna della Francia era stata l'ong britannica Approach (Associazione per la protezione di tutti i bambini), che ha presentato ricorsi per lo stesso motivo anche contro l'Italia e altri cinque Stati membri del Consiglio d'Europa (Irlanda, Slovenia, Repubblica Ceca, Cipro e Belgio). Tra i Paesi che ancora non soddisfano i requisiti anti-sculacciata figura anche il Regno Unito dove non è ufficialmente riconosciuto il divieto di picchiare i bambini in casa né la totale inutilità educativa delle punizioni corporali ormai universalmente accettata a livello pedagogico in Europa e non solo. E" la Patria di Dickens che su come venivano trattati i bambini nella sua Inghilterra ne sapeva qualcosa. L'ong britannica Approach che ha chiesto la condanna della Francia, lo sa?

Ad ogni modo, in Francia adesso è legge. Niente sculacciata. Cosa cambia? Poco o niente!

Titola Le Monde: "La disposition ne s"accompagne « d"aucune sanction pénale nouvelle à l"encontre des parents », prend soin de préciser la ministre. Les violences sur les enfants sont en effet déjà punies par le code pénal. Dans les faits, seules les violences les plus graves sont réprimées.
a disposition, inscrite dans le code civil, est symbolique. « Elle énonce un principe clair, qui a vocation à être répété aux pères et mères, et à imprégner leur comportement futur », affirme l"exposé des motifs de l"amendement."
In 51 Paesi le punizioni corporali sono considerate inutili. Di più: dannose.

La prima a schierarsi contro la sculacciata è stata la Svezia nel 1979 seguita nel 1983 dalla Finlandia. Quindi negli anni sono arrivati la Tunisia, la Polonia, il Lussemburgo, l'Irlanda, l'Austria e molti altri Stati in tutto il mondo. Ultimi della lista, nel 2016, Mongolia, Paraguay e Slovenia. Nel 2014 è toccato alla nostra vicina di casa, la Repubblica di San Marino.
E in Italia? Pur non esistendo un'apposita norma, una sentenza della Corte Costituzionale del 1996 si è espressa contro l'uso di percosse (sculacciata compresa) nei confronti dei bambini. Anche se per un quarto dei genitori italiani, secondo una ricerca di Save the Children del 2012, la sculacciata è ancora considerata come un valido gesto educativo.

Il nostro Paese è molto sensibile ed attento sul punto.

Più volte la Corte di cassazione si è trovata nella necessità di adeguare le norme contenute nel titolo XI del codice penale al mutato contesto culturale, sociale e, anche, normativo. L"opera non sempre è stata agevole.

Le norme del codice penale ricomprese nei delitti contro la famiglia si rivelano, difatti, particolarmente arretrate in quanto espressione della peculiare concezione che il legislatore aveva della famiglia, basata sull"autorità del paterfamilias che, nella disciplina ed educazione dei minori, poteva anche essere delegata ad altri. Non è un caso che i delitti di abuso dei mezzi di correzione e di maltrattamenti in famiglia, ad onta della collocazione sistematica, possono essere commessi anche da persone non facenti parte della famiglia, da educatori, ad esempio, cui si delega in contesti diversi da quello della famiglia, - quale ad esempio la scuola - il potere di educare e, se del caso, correggere i minori.

La sentenza della Cassazione (dep. 19 gennaio 2017, n. 2669) ci fa riflettere sull"uso dei mezzi di correzione da adottare nei riguardi di un minore.

Questo il fatto.

Una donna era condannata per il reato di cui all'art. 571, primo e secondo comma, cod. pen., per aver ripetutamente abusato dei mezzi di correzione in danno di un minore affidato a lei e al marito dal Tribunale per i minorenni, anche utilizzando un battipanni ed un mattarello e procurando alla vittima un politraumatismo guaribile in 5 giorni.

Ed il battipanni è oggetto certamente atto ad offendere e non suscettibile di essere portato in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo, secondo gli Ermellini.

La Cassazione sul punto non ha dubbi. La donna ha commesso un reato verso il minore.

Resta insuperato il principio più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 6, Sentenza n. 4904 del 18/03/1996 Ud. (dep. 16/05/1996 ) Rv. 205033; Sez. 5, Sentenza n. 10841 del 09/05/1986 Ud. (dep. 14/10/1986 ) Rv. 173956) secondo cui, relativamente a minori, il termine "correzione" va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo. E non può ritenersi tale l'uso della violenza finalizzato a scopi educativi: ciò sia per il primato che l'ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di connivenza utilizzando un mezzo violento che tali fini contraddice.

Secondo questa impostazione, ormai dominante ma anche la più accreditata dottrina, la Costituzione, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino e l"intero sistema del diritto di famiglia impongono di intendere il termine «correzione» nel significato di «educazione», «con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo in cui è coinvolto un bambino». Si tratta di un"interpretazione dettata dalla riconsiderazione che la figura del fanciullo ha ricevuto per effetto dei citati interventi normativi da parte del legislatore italiano, nonché dell"impegno posto a livello internazionale nel collocare al centro di ogni attenzione la figura del bambino, considerato, oltre che come soggetto i cui diritti sono meritevoli di incondizionata tutela, anche e soprattutto in quanto essere umano, dotato, al pari di ogni altro, di piena dignità.

Più precisamente, se fino al 1996[1] si era concordi nel sostenere che la fattispecie di abuso dei mezzi di correzione implicitamente riconoscesse, alle persone che esercitavano su altre un potere di supremazia, il diritto ad imporre limitazioni della libertà personale e di far uso della violenza fisica e morale, successivamente si è asserito fermamente che una tale impostazione deve ritenersi superata alla luce dell"evoluzione culturale e del nuovo assetto normativo che concepisce il minore "non più come oggetto di protezione e tutela, ma un soggetto di diritto, le cui inclinazioni, potenzialità e caratteristiche devono essere incoraggiate e valorizzate".

Il minore è, in altri termini, considerato anche quale soggetto titolare di diritti e non più , come avveniva in passato, solo quale mero oggetto di protezione.

Pare non rinviabile una riforma dei delitti contro la famiglia in armonia con le importanti indicazioni che si traggono dalla Carta Costituzionale e dalle Convenzioni Internazionali,  dal momento che il legislatore non solo ha varato nel 1975 una riforma del diritto di famiglia che poggia su un modello in linea con la nuova realtà sociale e culturale, ma soprattutto perché è profondamente mutato il modo di concepire il soggetto minore: il riconoscimento dei diritti inviolabili, la sua considerazione come persona in formazione e come soggetto di diritti che la Costituzione repubblicana indica e che la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo ribadisce impongono un deciso cambiamento di rotta.

E, tra i punti salienti della riforma vi potrebbe essere anche l"abolizione del delitto di abuso dei mezzi di correzione, non certo per sguarnire di tutela penale il bene dell"integrità psicofisica del minore, quanto perché tale bene possa ricevere una protezione piena, non indebolita, come accade sotto il vigente regime normativo, da una presunta "minorità" della vittima di questo reato.



[1] La svolta è sancita in modo particolare dalla sentenza della Cassazione penale, sez. VI, 18 marzo 1996, n. 4904, Cambria, in Cass. pen., 1997, 31



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