Legislazione e Giurisprudenza, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2015-02-11

IL GATTO DEL VICINO, LESASPERAZIONE, LA MINACCIA – Trib. Taranto, 25.11.2014, Dott. Madaro – Annalisa GASPARRE

- Liti tra condomini

- Animali in condominio

- Attenuanti generiche perché la condotta è (non giustificata ma) attenuata dalla fastidiosa allergia al pelo

- Bilanciamento tra circostanze irrilevante ai fini del riconoscimento di un'aggravante da cui dipende la procedibilità d'ufficio

La sentenza che si propone riguarda il giudizio di merito avente ad oggetto minacce di morte, motivate dal disagio provocato dalla presenza di un gatto.

Andiamo con ordine.

Il contesto è quello condominiale, meglio, quello delle liti che si generano e, così, turbando la convivenza tra condomini.

Un vicino vive con un gatto al settimo piano.

Un piano più sotto vive la vicina che è allergica al pelo del gatto.

Più volte la vicina aveva insultato il condomino perché aveva un gatto lamentando di essere allergica al pelo.

Fino a che un bel giorno la vicina sale al settimo piano e fa suonare alla porta dal figlio – che il condomino non conosce – nascondendosi dietro l'uomo. Aperta la porta, i due si sono introdotti nell'abitazione dell'uomo colpevole di ospitare un gatto.

Entrati cercavano il gatto, la donna altresì brandiva un martello in mano minacciando di morte il padrone di casa.

Secondo la ricostruzione del giudice di merito, la vicina aveva programmato di andare dal condomino per verificare se era ancora in possesso dell'odiato convivente felino, astutamente facendosi accompagnare dal figlio, probabilmente per dotarsi di una carica intimidatrice o comunque per rafforzare la propria invasione nell'appartamento del vicino, considerato che il figlio era sconosciuto alla vittima che quindi aveva percepito il pericolo solo dopo aver aperto la porta.

A madre e figlio è stato contestato il reato di violazione di domicilio in concorso, perché, nonostante l'espressa volontà contraria del proprietario, si introducevano nella sua abitazione con illecite intenzioni. Alla sola madre è stato contestato il reato di minaccia aggravata perché, impugnando un martello, minacciava la persona offesa di un danno ingiusto.

Le vicende di vicinato, come è noto, sono complesse anche dal punto di vista dei delicati equilibri che ogni azione comporta.

La persona offesa rimetteva la querela e gli imputati accettavano la remissione.

Tuttavia, il giudice evidenzia che solo il reato di violazione di domicilio è punibile a querela, mentre le minacce aggravate sono punibili d'ufficio. Ne consegue che il giudice ha dovuto prima verificare che non vi fosse spazio per un'assoluzione nel merito rispetto alla prima imputazione, onde pervenire, tratto il giudizio negativo sul punto, a sentenza di non doversi procedere per intervenuta estinzione del reato, quale effetto del venir meno della condizione di procedibilità (querela).

Quanto al delitto contestato alla sola madre, correttamente rileva il giudice che si tratta di fattispecie che intende tutelare la tranquillità individuale ed è funzionale alla salvaguardia della libertà morale dell'individuo, nel senso di libertà di autodeterminarsi rispetto ai condizionamenti illeciti altrui.

Reato di condotta, la minaccia si configura quando vi è prospettazione di un male futuro e ingiusto, la cui verificazione dipende dalla volontà dell'agente minacciante. Deve trattarsi di una prospettazione idonea a turbare la libertà psichica della vittima. Varie possono essere le forme in cui si manifesta la minaccia: esplicita, tacita, diretta, indiretta, reale, simbolica. Altrettanto variegato è il ventaglio degli strumenti con cui può estrinsecarsi: parole, gesti, scritti, disegni, atteggiamenti.

Per danno ingiusto si intende la lesione o messa in pericolo di un interesse giuridicamente rilevante del soggetto passivo e contra ius.

L'idoneità intimidatrice deve essere valutata ex ante, avuto riguardo alle circostanze soggettive ed oggettive conoscibili all'agente sulla base di un criterio di carattere medio che rispecchi le reazioni dell'uomo comune.

Nel caso di specie, si è rilevato che la condotta dell'imputata era stata del tutto idonea ad intimidire il vicino che aveva percepito la minaccia.  Dal punto di vista dell'agente, l'elemento psicologico del dolo – coscienza e volontà – di minacciare altri di un danno ingiusto sussisteva pacificamente: sia avuto riguardo alla percezione della minaccia da parte del minacciato sia con riferimento all'ingiustizia del danno. Entrambi gli aspetti si rappresentavano ed erano voluti all'agente che voleva proprio intimidire l'uomo.

Quanto alla gravità della minaccia che è prevista quale circostanza aggravante e che conduce alla procedibilità d'ufficio, è stato precisato che il concetto di gravità riguarda non solo l'ipotesi in cui il danno minacciato sia di notevole entità ma anche quello in cui sia il turbamento psichico della vittima ad essere particolarmente intenso.

Nel caso di specie la vittima aveva temuto un grave danno. Le modalità con cui si sono svolti i fatti rendono comprensibile la percezione. Infatti, la vicina si era introdotta contro la sua volontà nell'abitazione della persona offesa, dopo essersi occultata dietro ad un soggetto sconosciuto al proprietario di casa, armandosi di un martello. Inoltre, l'episodio costituiva l'apice di un comportamento litigioso dei giorni precedenti i fatti, caratterizzato da insulti e parolacce.

La donna è stata quindi riconosciuta responsabile del reato ascritto.

Tuttavia, in sede di definizione del trattamento sanzionatorio, il giudice, applicando i parametri di cui all'art. 133 c.p., ha ritenuto che il dolo non fosse di massima intensità, perché la minaccia è stata proferita in esito ad una discussione dovuta alla presenza del gatto.

Alla donna, il giudice ha riconosciuto altresì le circostanze attenuanti generiche perché il comportamento illecito è stato motivato dall'allergia al pelo di gatto e, pertanto, secondo il giudice, l'animo sarebbe stato esasperato dai numerosi fastidi che un'allergia è in grado di provocare.

Le attenuanti sono state riconosciute equivalenti all'aggravante contestata. Sul punto, interessante è notare che il giudice precisa che il giudizio di bilanciamento – che può condurre alla equivalenza o alla prevalenza – produce effetto solo ai fini della determinazione della pena da applicare in concreto, mentre alcun rilievo esplica l'equivalenza con riguardo all'aggravante su cui si fonda la procedibilità d'ufficio.

Sull'argomento, volendo, su questa Rivista, "ANIMALI IN CONDOMINIO: TUTTA LA VERITA' ", 9.12.2012

Trib. Taranto Sez. II, Sent., 25-11-2014

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TARANTO

Seconda Sezione Penale

(...)

in composizione monocratica

Il Giudice Dr. Ivan Madaro all'udienza del 18.11.2014

con l'intervento del Pubblico Ministero Dr.ssa Maria Paciariello

l'assistenza del Cancelliere dott.ssa Maria Tagliente.

Ha pronunciato e pubblicato la seguente

SENTENZA

con motivazione contestuale

Nel processo penale a carico di:

F.E., nata a T., il (...), ivi residente, Via ., , libera, contumace;

S.D., nato a T., il (...), ivi residente, Via , libero, presente;

difesi di fiducia dall'avv. _____

IMPUTATI

Del reato di cui:

F.E.:

a) all'art. 612, comma 2, c.p. poiché, impugnando un martello, minacciava un danno ingiusto a S.F., dicendogli: "ti ammazzo";

F.E. e S.D.:

b) agli artt. 110-614 c.p. perché, in concorso tra loro, nonostante l'espressa volontà contraria di S.F., si introducevano nella sua abitazione con intenzioni illecite.

in Taranto, il 27.10.2011

(prescrizione massima: 16.11.2019)*.

*sospensione dei termini di prescrizione dal 14.5.2013 al 3.12.2013 (203 giorni)

PARTE CIVILE:

S.F., nato a P. il (...), assente, costituito con il patrocinio dell'Avv. Flavia Albano, assente.

Svolgimento del processo

Con decreto emesso in data 5.5.2012, il Pubblico Ministero ha disposto la citazione in giudizio di F.E. e S.D. per rispondere dell'imputazione innanzi indicata.

Di seguito il prospetto riepilogativo del processo.

DATA ATTIVITÀ

2.10.2012 Costituzione delle parti; dichiarazione di contumacia degli imputati; costituzione di parte civile di S.F.; dichiarazione di apertura del dibattimento; ammissione delle prove:

- PM: ammissione dei testi di lista (S.F.; M.S.; Mar. B.E.);esame imputato

- IMPUTATO: esame imputato

14.5.2013 Rinvio su richiesta delle parti. Sospensione dei termini di prescrizione.

4.6.2013 Rinvio su richiesta delle parti. Sospensione dei termini di prescrizione.

3.12.2013 Rinvio per assenza testi

8.7.2014 Assegnazione processo al dott. Madaro. Regressione del procedimento alla dichiarazione di apertura del dibattimento a seguito di mutamento della persona fisica del giudicante; dichiarazione di apertura del dibattimento; richiesta ed ammissione delle prove già indicate all'udienza del 2.10.2012.

Acquisizione di atto di remissione di querela dell'8.7.2014 e di contestuale accettazione della remissione.

Ascolto teste F.S..

Revoca ordinanza ammissiva testi M.S. e B.E. ex art. 495, comma 4 bis, c.p.p..

18.11.2014 Dichiarazioni spontanee dell'imputato S.D.. Dichiarazione di chiusura del dibattimento. Discussione. Lettura di sentenza.

In fatto

Al fascicolo del dibattimento è stata acquisita la documentazione - rilevante ai fini della decisione - di seguito indicata:

- Verbale di remissione di querela e contestuale accettazione dell'8.7.2014, redatto dinanzi alla Sezione Polizia Giudiziaria dei Carabinieri della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto. F.S. ha personalmente rimesso la querela sporta nei confronti di F.E. e S. in relazione al proc. pen. n. 10672/11 RGNR PM e l'avv. Daniele LOMBARDI, munito di procura speciale (allegata al verbale), in nome e per conto di F.E. e S.D. ha dichiarato di accettare la remissione.

Di seguito, si sintetizza il contenuto delle deposizioni dibattimentali o acquisite al fascicolo del dibattimento:

- F.S. ha dichiarato di abitare in Via ___ a Taranto al settimo piano e che F.E. abita al sesto piano dello stesso stabile. Nei giorni precedenti al 27 ottobre 2011, la F. gli aveva riferito che era allergica al pelo del gatto; lo insultava poiché egli deteneva un gatto. Il 27.10. una persona a lui sconosciuta ha suonato alla porta di casa. Egli ha aperto e, nascosta dietro all'uomo, c'era anche la F.. In seguito ha appreso che l'uomo era S.D., figlio della F.. Appena ha aperto la porta F. ed il figlio sono entrati, gridando "cerchiamo, cerchiamo". Lo hanno spinto e sono entrati in casa. Lui ha chiesto loro di andare via ma, ciò non ostante, si sono intrattenuti per qualche minuto (non più di dieci) per cercare tale gatto. La F. aveva qualcosa in mano. Su contestazione del Pubblico Ministero, ha confermato che dinanzi ai Carabinieri ha riferito che ciò che aveva in mano era un martello; all'esito di diversi tentennamenti ha. riferito che si trattava di un martello. La F. gli ha detto "ti ammazzo". Il teste è stato male ed il giorno dopo si è rivolto ai carabinieri. In quel frangente ha temuto che la situazione potesse degenerare anche perché non conosceva la persona che accompagnava la F.. Inoltre la F. già da tempo lo insultava, con parolacce, ogni volta che lo incontrava nel palazzo;

- S.D., imputato, ha reso spontanee dichiarazioni ed ha riferito che la madre è allergica ai gatti, ragione per la quale aveva avuto diverbi con il S.. Si sono recati presso l'abitazione del S. per verificare se questi aveva ancora il gatto. La madre aveva in mano uno strumento utilizzato per fare la pasta in casa. Voleva trovare il gatto. La madre era entrata, S. le ha detto di uscire e lui ha preso la madre ed è andato via. Qualunque frase abbia riferito la madre, era rivolta al gatto.

Motivi della decisione

Dall'istruttoria dibattimentale è emerso che F.E. ed il figlio S.D., il 27.10.2011 si sono recati presso l'abitazione di F.S.. Hanno suonato alla porta e F. ha aperto. F. non sapeva di chi si trattava, poiché davanti alla porta c'era solo S.. La F. (a lui nota in quanto abitante nello stesso edificio condominiale) era nascosta dietro colui che S. ha successivamente appreso essere il figlio. Nei giorni precedenti, S. era stato ripetutamente insultato dalla F., per essere in possesso di un gatto. La F. lamentava di essere allergica al pelo di gatto. Aperta la porta, i due hanno spinto S. e sono entrati, cercando il gatto. La F., con un martello in mano, ha minacciato di morte S.. Questi li ha esortati a uscire ma loro sono andati via solo dopo qualche minuto in cui si sono trattenuti nell'abitazione contro la volontà del proprietario.

Tale ricostruzione è emersa dalla deposizione della persona offesa, che va ritenuta attendibile. Ciò in quanto la deposizione è stata lineare, logica e non contraddittoria. S. ha esitato solo nella descrizione dell'oggetto tenuto in mano dalla F.: ha affermato che aveva avuto l'impressione si trattasse di un martello. In vero, all'esito di contestazione, avendo riferito, nel corso delle indagini, ai Carabinieri, che si trattava di un martello (e non che aveva avuto l'impressione che si trattasse di martello) ha riconosciuto che la F. aveva in mano tale strumento.

Tale imprecisione non è sufficiente a scalfire la credibilità del teste, poiché l'intero racconto è stato del tutto coerente e agevolmente inquadrabile in una delle tante liti che turbano la convivenza fra condomini.

Non può invece ritenersi credibile la versione dell'imputato S.: egli ha reso le spontanee dichiarazioni dopo che era stata rimessa la querela in relazione al capo di imputazione che lo riguardava, relativo ad un reato certamente perseguibile a querela.

Solo dopo tale evento, ha deciso di rendere le dichiarazioni, avendo cura di descrivere l'oggetto tenuto in mano dalla madre come un utensile necessario a fare la pasta fatta in casa. Il che non è credibile: in un contesto di massimo astio, con alta tensione, non si vede perché la madre sarebbe andata dal S. con tale utensile in mano. Ella ha preordinato di andare dal condomino per verificare se aveva ancora il gatto; ha fatto in modo di farsi accompagnare dal figlio per dotarsi di una sorta di carica intimidatrice; del tutto compatibilmente con quanto sostenuto dal S., per lo stesso motivo si è dotata di un martello. La versione dell'utensile è priva di ogni fondamento e si comprende con l'intenzione del figlio di tutelare la madre, "alleggerirne" la posizione, ai fini di una decisione di proscioglimento.

La persona offesa, come detto, ha rimesso la querela sporta nei confronti degli imputati, i quali hanno accettato la remissione.

Ad entrambi gli imputati è contestato il delitto di violazione di domicilio. Non sono emersi elementi tali da rendere evidente la loro non colpevolezza. Non è possibile pervenire, quindi, ad una immeditata assoluzione.

L'intervenuta remissione della querela con accettazione della stessa comporta, però, l'estinzione del reato in quanto procedibile a querela di parte. Le spese processuali rimangono a carico degli imputati, come per legge.

Alla sola F. è poi contestato il delitto di minaccia aggravata, perseguibile d'ufficio in ragione della contestata aggravante.

L'art. 612 c.p. tutela la tranquillità individuale ed è funzionale alla salvaguardia della libertà morale dell'individuo, intesa come libertà di autodeterminarsi al riparo da condizionamenti illeciti altrui.

Si tratta di reato comune, in quanto realizzabile da chiunque.

La condotta incriminata consiste nel minacciare ad altri un male ingiusto. Per minaccia s'intende la prospettazione di un male futuro, la cui verificazione dipende dalla volontà minacciante. Tale prospettazione deve essere idonea a turbare la libertà psichica della vittima.

Attesa la natura generica e sussidiaria, il delitto si configura quando la minaccia rileva autonomamente ex art. 612 c.p., non costituendo mezzo di costrizione rilevante quale elemento costitutivo di altre e più gravi fattispecie.

La minaccia può estrinsecarsi nelle forme più diverse, esplicitamente o tacitamente, direttamente o indirettamente, in modo reale o simbolico. Altrettanto è a dirsi dei mezzi con cui può realizzarsi: parole, gesti, scritti, disegni, atteggiamenti etc. Ciò che viene richiesto è che la minaccia sia idonea ad incutere timore nel soggetto passivo.

L'idoneità intimidatrice va valutata ex ante, in relazione alle circostanze oggettive e soggettive conoscibili dall'agente sulla base di un criterio di carattere medio che rispecchi le reazioni di un uomo comune (Cass. Pen, sez. V, 21 novembre 2011, n. 42935).

La minaccia deve avere ad oggetto un danno ingiusto. Per danno si intende la lesione o la messa in pericolo di un interesse giuridicamente rilevante del soggetto passivo; l'ingiustizia viene riferita ai danni che siano contra ius, in quanto oggettivamente illeciti.

Tanto chiarito, va rilevato che la F. ha posto in essere la condotta contestata: ella ha minacciato di morte il S., approfittando della presenza del figlio (sconosciuto alla persona offesa) e avendo con sé, visibile al S., un martello.

S. ha avuto timore: ciò sia per la presenza dello sconosciuto che per il fatto che la F. da tempo lo insultava a causa del suo gatto.

La condotta dell'imputata è stata quindi del tutto idonea a produrre un effetto intimidatorio.

La condotta minatoria, perché possa potenzialmente intimidire il soggetto passivo, deve essere da questo percepita.

L'elemento psicologico consiste nella coscienza e volontà di minacciare ad altri un danno ingiusto. Deve investire sia la percezione della minaccia da parte del soggetto passivo, sia l'ingiustizia del danno. Sotto entrambi i profili, la volontà della F. è stata proprio quella minacciare il danno ingiusto, volendo che la persona offesa si sentisse intimidita.

Il secondo comma dell'art. 612 c.p. prevede la circostanza aggravante della "gravità" della minaccia e rinvia, altresì, alle circostanze indicate nell'art. 339 c.p. Quando ricorrono le circostanze, la procedibilità è d'ufficio.

Il concetto di " gravità" della minaccia va inteso in senso ampio: in essa va compresa non solo l'ipotesi in cui il danno prospettato sia di notevole entità, bensì anche quella in cui ad essere di particolare intensità sia il turbamento psichico della vittima, come desumibile dalle circostanze del caso concreto, dalle modalità della condotta e dalle condizioni in cui si trovano i soggetti.

Nel caso concreto, S. ha temuto un danno grave. E ciò è assai comprensibile alle luce delle modalità in cui si sono svolti i fatti. La F. si è introdotta contro la sua volontà nell'abitazione della persona offesa, con martello in mano ed in compagnia di persona sconosciuta al S.. Questi ha provato a convincere i due ad andare via ma questi si sono trattenuti, contro la sua volontà e nella sua casa, per diversi minuti. Da ultimo, l'episodio è stato l'appendice di un comportamento sviluppatosi nei giorni precedenti, caratterizzato da insulti e parolacce proferiti dall'imputata al S..

La minaccia essendo stata di morte, va ritenuto sussistente il delitto contestato al capo a) dell'imputazione.

In applicazione dei parametri di cui all'art. 133 c.p., posto che la minaccia è stata proferita al culmine della discussione per il gatto e quindi il dolo non è stato di massima intensità, si stima equa l'applicazione della pena di mesi uno di reclusione.

Alla F. vanno riconosciute le circostanze attenuanti generiche, equivalenti alla contestata aggravante, poiché ella ha tenuto quel comportamento a seguito di un'allergia al pelo di gatto (circostanza non messa in discussione in dibattimento), sicché il suo animo è risultato esasperato dai numerosi fastidi che un'allergia è in grado di provocare.

Come è noto "nell'ipotesi di concorso eterogeneo di circostanze aggravanti e attenuanti, il codice penale (art. 69) prevede che il giudice debba compiere un giudizio di bilanciamento che può condurre all'equivalenza o alla prevalenza delle une sulle altre. Tale giudizio, peraltro, è destinato a produrre effetto ai soli fini della determinazione della pena, sicché l'equivalenza di attenuanti con una circostanza aggravante non fa venir meno la procedibilità d'ufficio dipendente dalla sussistenza dell'aggravante" (Cass. Pen., Sez. Fer., 1.8.2006, n. 27869).

La pena va quindi definitivamente determinata, in Euro 30,00 di multa.

Ricorrendo i presupposti di cui all'art. 175 c. p., infine, si dispone che non sia fatta menzione della presente condanna nel certificato del casellario giudiziale dell'imputata, spedito a richiesta di privati, non per ragione di diritto elettorale.

All'odierna udienza, la parte civile non ha rassegnato le proprie conclusioni: per l'effetto, la costituzione deve intendersi revocata ai sensi dell'art. 82, comma 2, c.p.p.

P.Q.M.

Letti gli artt. 533 e 535, c.p.p.,

dichiara F.E. responsabile del reato ascritto al capo a) dell'imputazione e, concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, la condanna alla pena di Euro 30,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Letto l'art. 531 c.p.p.

dichiara non doversi procedere nei confronti di F.E. e S.D. per intervenuta estinzione del reato di cui al capo b) dell'imputazione, a seguito di remissione di querela e accettazione della stessa.

Condanna F.E. e S.D. al pagamento delle spese del procedimento.

Motivazione contestuale.

Così deciso in Taranto, il 18 novembre 2014.

Depositata in Cancelleria il 25 novembre 2014.



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