Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2013-10-14

IL NOBEL PER LA LETTERATURA AD ALICE MUNRO. – Maria Rosa PANTÉ

Sono contenta. Ho letto due suoi libri di racconti. È ammaliante.

Sono contenta perché è un'autrice schiva. I migliori sono spesso schivi. La scrittura ha bisogno di una certa selvatichezza, mi pare.

Sono contenta perché è un po' periferica: il Canada. Ma non un'autrice da premiare perché del terzo mondo o perché del mondo in via di sviluppo o perché perseguitata. È un premio alla letteratura e basta e mi fa piacere.

Le sue donne sono così ordinarie, comuni, senza nessuna particolarità appariscente.

Sono madri, ragazze in crescita, anziane, donne malate, donne straniere e migrate in Canada, donne di tutte le età, ma nessuna che faccia un lavoro originale, che sia particolarmente bella, che sia chissà quanto intelligente. Paiono donne normali.

Ma poiché normalità è una parola vuota, cosa sia normale nessuno lo può e lo sa dire, queste donne grazie alla scrittura diventano eccezionali, ritratti di donne che potrebbero essere di ogni luogo della terra, donne eterne.

L'analisi dei sentimenti è sottile, precisa, le descrizioni sono tali che il personaggio esce dalla pagina come scolpito, anzi, come nato in carne e ossa di fronte a noi che stiamo leggendo.

Ci sono anche gli uomini, certo, e anche gli uomini sono delineati con finezza, acutezza di osservazione e straordinaria capacità di scrittura, ma i racconti partono quasi sempre da una donna, che può essere l'io narrante o una donna che narra di altre donne.

La Munro inoltre scrive racconti brevi. I racconti brevi sono un genere letterario che in Italia non "tira" dal punto di vista editoriale. Sono ben pochi da noi gli scrittori che esordiscono coi racconti, perché le case editrici li rifiutano. Peccato, non solo perché io scrivo racconti, è la mia misura, ma soprattutto perché il racconto è alla fin fine un'invenzione italiana.

Nasceva nel 1313 un tal Giovanni Boccaccio che scrisse la prima e forse ancor oggi insuperata raccolta di racconti (detti anche novelle) che poi è il Decameron. Un libro ripreso da tutta la letteratura posteriore, di tutto il mondo. Abbiamo inventato il racconto, abbiamo avuto grandi scrittori di racconti, fino a Verga, Pirandello, ma anche le Operette Morali di Leopardi e però da noi il racconto è genere negletto, genere minore. A dire il vero non so bene perché.

Il racconto richiede una grande abilità e una scrittura raffinata, in cui la parola sia evocatrice perché lo spazio non è tanto, non ci si può diffondere in lunghe pagine di descrizioni e dissertazioni. I personaggi devono essere presentati in modo tale che senza nulla dire del loro passato, se non pochi tratti, si capisce di loro quasi tutto. Anche i particolari fisici devono essere pochi, ma così distribuiti da farci immaginare il personaggio. E tutto inizia in medias res, non c'è tempo per dilungarsi e si deve narrare un momento particolare della vita del protagonista e dunque anche quel momento deve essere scelto con cura dal narratore.

I racconti sarebbero poi importanti per incentivare la lettura. In un paese dove si legge poco i racconti sarebbero un interessante viatico, il lettore neofita non sarebbe spaventato da una serie di racconti, e anche il lettore frettoloso potrebbe vedere la fine del racconto in un tempo certo più consono della Recherche di Proust.

Naturalmente è una battuta.

In ogni caso perché i racconti siano viatico alla lettura, che poi spazi dal saggio alla poesia, al racconto, al romanzo, devono essere belli, scritti bene, capaci in un breve spazio di aprirti l'infinito.

I racconti della Munro sono così. Esci dal Canada, esci dalla pelle delle protagoniste, esci dal tempo in cui i racconti sono ambientati e ti ritrovi nell'infinito mondo della vita narrata, cioè della letteratura. E te la godi, quanto te la godi!



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