Legislazione e Giurisprudenza, Consenso informato -  Todeschini Nicola - 2013-10-01

IL PAZIENTE NON è UN PACCO DA SPEDIRE, MA UNA PERSONA DA INFORMARE - Nicola TODESCHINI

La sintesi contenuta nel titolo di questo contributo è volutamente ad effetto ma credo corrisponda, per quanto in estrema sintesi, al monito che la III sez. civile della Corte di Cassazione (con la pronuncia del 19.02.2013, n. 4029) lancia alla Corte d'Appello di Roma, rea di non aver tenuto conto (ma quando le Corti d'Appello cominceranno a farlo sistematicamente?) di alcuni percorsi ermeneutici che la stessa III sezione propone ormai da tempo e che, in alcuni casi, sono pure contenuti in noti arresti delle sezioni unite.

Il caso, risalente al 1991, a proposito della rapidità con la quale le vicende giudiziarie nel nostro Paese trovano soluzione (tra l'altro ancora non definitiva), riguarda un trattamento di stimolazione ormonale che un ginecologo di fiducia di una giovane ventenne prescrive per la cura di irregolarità mestruali che non consentivano la gravidanza della giovane.

Successivamente lo specialista di fiducia invia la paziente, senza informativa adeguata né nei confronti della paziente né nei confronti dei colleghi di una casa di cura, per un intervento che comporta, purtroppo, l'asportazione di entrambe le ovaie e condanna alla sterilità la giovane. Quest'ultima agisce avanti il Tribunale di Roma che in accoglimento della domanda, il 24/03/2003, condanna lo specialista, unico convenuto, al risarcimento del danno; la Corte d'Appello di Roma, successivamente adita da quest'ultimo, con sentenza del 13/04/2010 accoglie l'appello dello specialista, ritenendo che sia escluso il nesso di causalità tra il trattamento ormonale da quest'ultimo prescritto ed il successivo intervento chirurgico praticato invece nella casa di cura ove lo specialista invia, tra l'altro con necessità d'urgenza, la paziente, ritenendo che l'evento dannoso, e la conseguente sterilità, fossero integralmente dovuti all'imprudenza con la quale i chirurghi della casa di cura sottoposero la paziente, praticando un intervento eccessivamente demolitivo quando v'erano le chance per una sua esecuzione decisamente meno pregiudicante, che avrebbe conservato la facoltà di procreare della giovane.

Contro tale decisione, la giovane, ormai cresciuta, deposita ricorso in Cassazione.

Il punto nodale è rappresentato dall'ermeneusi del contributo offerto dal ginecologo di fiducia all'errore commesso, per imprudenza, dai medici della casa di cura ce successivamente intervengono, come si apprende, in via d'urgenza.

Secondo la difesa del ginecologo il successivo errore dei chirurghi della casa di cura priva di rilevanza la condotta del ginecologo medesimo; secondo la ricorrente e la stessa III sezione della Corte di Cassazione così non è, poiché nella condotta del ginecologo non c'è il semplice errore commesso per la predisposizione della terapia consigliata, ma pure una condotta omissiva e negligente che consiste nel consigliare un ricovero, inviando il "pacco" (sia consentita la licenza linguistica che spiega la ragione del titolo del presente contributo) ad una destinazione senza spiegare quanto fragile fosse.

La Corte di Cassazione infatti rileva il difetto d'informazione, gravante sul ginecologo, che si deve orientare sia verso la paziente, informandola compiutamente della consistenza della cura, dei suoi rischi, della particolare delicatezza della diagnosi successiva e quindi della possibilità di eseguire un intervento non demolitivo, per un verso; per l'altro, invece, verso i successivi curanti che, in mancanza delle necessarie informazioni anche anamnestiche non rese dal medico curante, si trovano nella condizione di non comprendere, peraltro pure per una quota di loro responsabilità, che fosse possibile evitare un intervento ablatorio su un soggetto giovane ed integro ed in grado quindi, se correttamente curato, di procreare.

Il ginecologo di fiducia, secondo i giudici della III sezione, ha prescritto cure a rischio di complicanza senza mai dar conto della stessa pericolosità, violando quindi la diligenza, a lui richiesta ex art. 1176, II° comma, c.c., nell'esecuzione della prestazione professionale, come ben può dedursi dall'analisi delle consulenze tecniche d'ufficio depositate nei due gradi di giudizio.

Mi è particolarmente caro questo passaggio, occupandomi spesso del rilievo del dovere di informazione nella prestazione sanitaria, perché mette in luce, risolvendo un caso specifico di una certa delicatezza ma di frequente verificazione, che il dovere d'informare del medico (in questo caso del ginecologo di fiducia, primo curante) non consiste in un optional che rende più carezzevole la prestazione, quindi più simpatico il medico che la esegue, ma ha una duplice finalità che non si estingue soltanto, si fa per dire, nel consentire al paziente di autodeterminarsi consapevolmente alla cura, ma produce i propri effetti pure a vantaggio dei curanti, che successivamente trattano la paziente, e che possono essere indotti in errore, seppur potendovi partecipare colposamente, allorché il flusso informativo, questa volta di carattere squisitamente tecnico e ad altri sanitari destinato, non pervenga a questi ultimi e getti le basi per il loro errore.

Ancora una volta emerge, in tutta la sua importanza, la natura contrattuale del dovere d'informare e, se violato, determina di per sé solo il fallimento del sinallagma travolgendo princìpi di indubbio carattere costituzionale, quali il diritto di libertà, autodeterminazione, conservazione della salute; può ben prescindere, quindi, nella ricerca dei motivi della richiesta riparatoria, dall'esistenza di altro errore, di carattere squisitamente tecnico, nell'esecuzione dell'intervento stesso.

In tale caso l'errore del ginecologo di fiducia non consiste tanto nella scelta della terapia, ma nella mancata indicazione, alla paziente ed ai successivi sanitari, della particolare pericolosità di detta scelta terapeutica e dell'effetto che quest'ultima può arrecare anche quando si debba interpretare correttamente il caso per porvi rimedio, tanto più se in via d'urgenza.



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