Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Redazione P&D - 2016-09-16

Il principio in claris non fit interpretatio nei proc.ti di qualificazione e interpretazione contrattuale - Cass. Civ. 14432/16 - C. Nicoletti

Diritto civile

Contratti e intepretazione degli stessi: "La chiarezza non va intesa come semplice chiarezza lessicale, bensì come chiarezza delle intenzioni dei contraenti."

Il fatto, in breve: un bene immobile, rientrante nell"attivo di un fallimento, veniva trasferito a un privato attraverso la stipula di un atto transattivo.

L"acquirente agiva in giudizio chiedendo la condanna degli occupanti del bene immobile al rilascio dello stesso nonché al pagamento di una indennità di occupazione. I convenuti si costituivano e chiedevano in via riconvenzionale che venisse dichiarata nulla la compravendita del predetto immobile per vizi della vendita fallimentare.

In primo grado il negozio stipulato fra attore e Curatela veniva dichiarato nullo per violazione dell"art. 108 L. Fall. per essere stata la vendita conclusa a seguito di semplice trattativa privata; il fatto che le parti avessero stipulato una transazione e non una compravendita non era, secondo il Tribunale, dirimente poiché, al di là del nomen iuris utilizzato, nessun negozio, attraverso cui si realizzi un trasferimento, si sottrae all"applicazione dell"art. 1419 c.c..

Le parti, infatti, non avevano voluto porre fine o prevenire una lite riguardo la titolarità del bene, ma avevano avuto come obiettivo quello di evitare controversie divisorie, mentre nessun dubbio sussisteva in merito alla titolarità del diritto in capo al cedente. Di conseguenza il titolo dedotto in giudizio è nullo e, quindi, improduttivo di effetti nei confronti dei convenuti.

Avverso tale decisione proponevano appello la Curatela fallimentare e l"acquirente, ma il Giudice di secondo grado confermava che, al di là del nomen utilizzato, nell"atto vi erano numerosi ed espliciti riferimenti allo schema della compravendita e, quindi, aderiva alle conclusioni del Giudice di prima istanza.

Viene, dunque, proposto ricorso in Cassazione sostenendo la violazione e falsa applicazioni degli artt. 108 L.. fall. e 12 delle preleggi.

Secondo i ricorrenti la Corte avrebbe erroneamente applicato l"art. 108 in quanto il contratto concluso non poteva essere qualificato come una vendita, bensì come una transazione (seppur traslativa) la quale è ammessa dall"art. 1965, 2° comma, c.c..

La Suprema Corte, sempre secondo i ricorrenti, avrebbe altresì contraddetto una pronuncia della stessa Cassazione del 2008, numero 25136, nella quale si era affermata l"inapplicabilità dell"art. 108 L. fall. ove il trasferimento avvenga mediante una transazione autorizzata dal giudice delegato.

Viene denunciata, in secondo luogo, la violazione dell"art. 12 delle Preleggi per avere esteso analogicamente la norma eccezionale di cui all"art. 108 L. fall. al contratto tipico di transazione disciplinato dall"art. 1965 c.c. e viene ribadita, da parte dei ricorrenti, la natura transattiva del negozio stipulato.

Le parti, infatti, avevano come obiettivo quello di evitare che nascessero controversie nel corso del giudizio di divisione dell"immobile, atteso che il trasferimento, della cui natura si discute, riguardava metà dello stesso.

La Corte d"appello, secondo la tesi dei ricorrenti, avrebbe violato il criterio di interpretazione letterale degli atti non considerando che gli altri criteri interpretativi hanno un ambito di applicazione sussidiario rispetto a quello letterale.

I motivi sollevati vengono rigettati.

La Cassazione parte dal sottolineare la differenza fra interpretazione e qualificazione del contratto precisando che la prima precede logicamente la seconda.

L"interpretazione è volta a ricostruire la comune volontà dei contraenti, il passaggio successivo è quello della sussunzione del negozio in una fattispecie astratta tra quelle tipiche delineate dal Legislatore per stabilire quale sia la disciplina in concreto applicabile.

L"attività di interpretazione è riservata al giudice di merito, mentre quella di qualificazione può essere oggetto di verifica in sede di legittimità.

La ricerca della volontà delle parti, necessaria per qualificare il negozio, si basa sulle norme di cui agli artt. 1362 e ss c.c., le quali sono ordinate secondo un criterio gerarchico. I canoni strettamente interpretativi prevalgono, infatti, su quelli interpretativi integrativi; questi ultimi, quindi, non si applicano quando appare chiara la volontà delle parti.

La Cassazione precisa, però, che il dato testuale riveste un ruolo centrale ma non decisivo per l"interprete poiché quest"ultimo non può basarsi esclusivamente su di esso, ma deve indagare su quale sia la comune intenzione dei contraenti anche tramite il loro comportamento complessivo.

Bisogna, pertanto, dare una corretta interpretazione al principio secondo cui "in claris non fit interpretatio": la chiarezza non va intesa come semplice chiarezza lessicale, bensì come chiarezza delle intenzioni dei contraenti.

Di conseguenza, non si potrà applicare tale principio nel caso in cui il testo negoziale sia chiaro ma non coerente con ulteriori ed esterni indici rivelatori della volontà dei contraenti.

Nel caso di specie, infatti, sussistevano evidenti indici circa il riferimento ad una vendita (si indicavano le parti come alienante ed acquirente, ci si riferiva ad una cessione e ad un acquisto, etc.), non risultando, poi, esservi contropartite tipiche della transazione.

La Suprema Corte, quindi, ritiene che il negozio sia stato correttamente qualificato come atto di compravendita e, conseguentemente, rigetta la domanda confermando quanto statuito sia in primo grado, sia in appello.



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