Articoli, saggi, Urbanistica, edilizia -  Mazzon Riccardo - 2014-02-24

IL REATO URBANISTICO E' REATO PROPRIO O COMUNE? - Riccardo MAZZON

Nonostante le recenti, nuove, formulazioni dei reati urbanistico-edilizi possano indurre a considerare questi ultimi, sotto il profilo dei soggetti attivi potenzialmente responsabili, quali reati comuni, occorre tener presente che i requisiti soggettivi impliciti nella descrizione della fattispecie sembrano denotare, al contrario, la presenza di reati propri:

"la natura di reati "propri" degli illeciti previsti dalla normativa edilizia (art. 44, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) non esclude che soggetti diversi da quelli individuati dall'art. 29, comma primo, del decreto medesimo, possano concorrere nella loro consumazione, in quanto apportino, nella realizzazione dell'evento, un contributo causale rilevante e consapevole. (Nella specie si trattava degli operai, materiali esecutori dei lavori abusivi)" Cassazione penale, sez. III, 23/03/2011, n. 16571 Rigetta, App. Palermo, 01/02/2010 I. e altro CED Cass. pen. 2011, rv 250147 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto.

Ciononostante (e operato un doveroso rinvio al trattato "Il concorso di reati e il concorso di persone nel reato", edito nella medesima collana del presente volume, Cedam 2011), è necessario segnalare l'esistenza di pronunce

"in parziale riforma della decisione del primo Giudice, la Corte di Appello di Salerno, con sentenza 19 aprile 2006, ha ritenuto T.A. responsabile dei reati previsti dalla L. n. 47 del 1985, art. 20, comma 1, lett. c - L. n. 1086 del 1971, artt. 1, 2, 4, 13, 14 - D.Lgs. n. 490 del 1999, art. 163 - L. n. 394 del 1991, art. 30 e l'ha condannata alla pena di giustizia. Per giungere a tale conclusione, la Corte ha ritenuto che la illecita edificazione fosse attribuibile alla T. in quanto proprietaria del suolo e notiziata della esecuzione dell'opera; inoltre, la imputata nulla aveva eccepito alla consegna del verbale di sequestro. La Corte ha, infine, disatteso la prospettazione della difesa secondo la quale la parte civile, Regione Campania, non avesse diritto al risarcimento dei danni per mancanza di impatto ambientale causato dai reati. Per l'annullamento della sentenza, l'imputata ha proposto ricorso per Cassazione deducendo difetto di motivazione e violazione di legge. Lamenta di essere stata ritenuta responsabile per la sola qualità di proprietaria del suolo in carenza della dimostrazione che fosse la committente o avesse concorso con l'autore materiale della edificazione. La deduzione è meritevole di accoglimento e tale conclusione, per il suo carattere assorbente, esonera il Collegio dallo esaminare le residue censure dell'atto di ricorso. La Corte rileva come secondo la maggioritaria giurisprudenza di legittimità le contravvenzioni edilizie,realizzate con la costruzione di un manufatto, siano reati a soggettività ristretta delle persone, tra le quali non è annoverato il proprietario, individuate dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29; pertanto, questi soggetti (committente, titolare del permesso di costruire, direttore dei lavori) sono costituiti dal Legislatore garanti del rispetto dello esercizio della attività edificatoria alla relativa normativa e soli possono rispondere dei reati previsti dal successivo art. 44 lett. b e c. La conclusione non collide con la possibilità che il proprietario- estraneo (cioè privo delle qualifiche soggettive specificate nello art. 29) possa fornire un contributo doloso alla altrui abusiva edificazione secondo le regole generali sul concorso nei reati" Cass. pen. 22.11.07, n. 47083, sez. III, CEDCP, 2008, 238471

affermanti che, in tema di disciplina urbanistica ed edilizia, i reati previsti dall'art. 44 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 devono essere qualificati come reati comuni e non come reati a soggettività ristretta, salvo che per i fatti commessi dal direttore dei lavori e per la fattispecie di inottemperanza all'ordine di sospensione dei lavori impartito dall'Autorità amministrativa:

"la ricordata giurisprudenza è stata messa in discussione da una recente sentenza la cui conclusione il Collegio condivide ed alla cui elaborata motivazione rimanda (Cassazione sezione terza n 8407/2007) che ha rilevato come i reati edilizi - con esclusione di quelli del direttore e dell'ipotesi di inottemperanza allo ordine di sospensione dei lavori - siano reati comuni per le seguenti ragioni. Il testo delle norme incriminatici è formulato impersonalmente (sì da comprendere colui che esegue i lavori in proprio che non può essere considerato committente); il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29 limita l'ambito della responsabilità al capo 1 del titolo 4 ove non è prevista la disciplina penale; l'oggetto della tutela si incentra principalmente sulla salvaguardia degli usi pubblici e sociali del territorio che può essere offeso anche dai soggetti che non hanno le posizioni soggettive specificate nell'art. 29" Cass. pen. 22.11.07, n. 47083, sez. III, CEDCP, 2008, 238471

Ne consegue che anche il proprietario "estraneo" (ovvero privo delle qualifiche soggettive specificate all'art. 29 del richiamato decreto: committente, titolare del permesso di costruire, direttore dei lavori) può essere ritenuto responsabile del reato edilizio, purché risulti un suo contributo soggettivo all'altrui abusiva edificazione, da valutarsi secondo le regole generali sul concorso di persone nel reato, non essendo sufficiente la semplice connivenza, attesa l'inapplicabilità dell'art. 40, comma secondo, cod. pen., in quanto non esiste una fonte formale da cui far derivare un obbligo giuridico di controllo sui beni finalizzato ad impedire il reato:

"seconda questa impostazione, il proprietario del terreno risponde in proprio se è l'esecutore della opera, o l'ha commissionata, oppure a titolo di concorso con le persone qualificate. Nel caso in esame, nessuna emergenza processuale consente di ritenere accertata la prima ipotesi per cui la imputata può essere ritenuta responsabile delle contravvenzioni edilizie, a sensi del combinato disposto dell'art. 113 c.p. e del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, se ha fornito un contributo causale agevolante la abusiva edificazione. A tale fine, i Giudici di merito avrebbero dovuto verificare la esistenza di comprovati comportamenti, negativi o positivi, dai quali si potesse ricavare elementi di una compartecipazione, al livello materiale o morale, della proprietaria della area nella altrui condotta illecita (Cassazione Sezione terza sentenze n. 10284/2000, 17752/2001, 31130/2001, 18756/2003, 9536/2004, 24319/2004, 216/2005, 26121/2005, 32856/2006, 79/2006, 8407/2007). Tra gli elementi sintomatici del concorso, la giurisprudenza ha enucleato, ad esempio, la destinazione del manufatto, i rapporti di parentela o affinità o coniugio con l'esecutore dell'opera, la vigilanza nella esecuzione dei lavori, la richiesta di provvedimenti abilitativi successivi. Tali emergenze non sono riscontrabili dal testo della sentenza impugnata: la Corte territoriale ha ritenuto la imputata responsabile in considerazione del rilievo che l'abusivismo non era opera di terzi estranei (come risulta dalla presenza del marito sul luogo della edificazione) e della accettazione "tranquilla" della notifica del verbale di sequestro. Questa ultima circostanza non è di univoca interpretazione e non consente di concludere che l'imputata abbia apportato un concreto e consapevole contributo alla altrui illecita edificazione. La residua circostanza - che può solo fare ragionevolmente ritenere la conoscenza da parte della ricorrente dello illegale intervento - non è sufficiente a sorreggere una declaratoria di responsabilità" Cass. pen. 22.11.07, n. 47083, sez. III, CEDCP, 2008, 238471.

In motivazione la Corte, nell'enunciare il predetto principio, ha ulteriormente precisato che la tesi è confortata dalla previsione dell'art. 192 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 che impone al proprietario del sito, oggetto di abbandono di rifiuti, azioni ripristinatorie solo nel caso in cui la violazione gli sia ascrivibile a titolo di dolo o di colpa:

"sul punto, la Corte intende ribadire il costante orientamento giurisprudenziale secondo il quale il proprietario del terreno non risponde penalmente ipso jure, per la sola qualifica soggettiva, del reato edilizio anche se è edotto che altri svolgono interventi abusivi sul suo fondo. Il proprietario non può essere ritenuto responsabile, a sensi dell'art. 40 cpv. c.p., per la mera connivenza non esistendo una fonte formale dalla quale fare derivare l'obbligo giuridico di controllo sui beni finalizzato ad impedire il reato. La tesi è confortata dalla previsione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192 che impone al proprietario del sito, oggetto di abbandono di rifiuti, azioni ripristinatorie solo nel caso in cui la violazione gli sia ascrivibile a titolo di dolo o di colpa. Per le esposte considerazioni, la Corte annulla senza rinvio la sentenza in esame non sussistendo la prova che sia imputabile alla ricorrente la commissione dei reati edilizi e, di conseguenza, di quelli connessi." (Cass. pen. 22.11.07, n. 47083, sez. III, CEDCP, 2008, 238471).

In ogni caso, pur tenendo presente quanto esposto nel paragrafo che precede, anche nel caso si voglia considerare il reato urbanistico-edilizio quale reato proprio, destinato cioè a coinvolgere esclusivamente figure determinate e qualificate, v"è comunque da aggiungere che chiunque può concorrere con tali soggetti nella commissione del reato, come, d"altra parte, nei casi analoghi:

"in tema di false comunicazioni sociali, qualora la redazione di falsa contabilità serva di supporto alla falsa rappresentazione della realtà sociale offerta dal bilancio, chiunque, benché estraneo, contribuisca a tali artifici contabili, nella prospettiva della futura dissimulazione di una riserva occulta nei bilanci di esercizio di una società, offre un contributo causale determinante alla condotta criminosa punita dall'art. 2621 c.c., e ciò a maggior ragione quando le sue capacità tecniche professionali siano tali da rassicurare l'amministratore sull'efficacia del risultato dissimulatorio"Cass. pen. 21.1.98, sez. V, n. 1245, GP, 1999, III, 145; RTDPE, 1998, 913; IP, 1999, 309; CP, 1997, 2050).

In altri termini, è sufficiente che uno dei concorrenti nel reato rivesta la qualifica richiesta dalla norma, perché tutti di tale reato ne rispondano:

"il disposto dell'art. 117 c.p. altro non è che l'applicazione di un principio generale, per il quale anche gli "estranei" concorrono in un reato proprio quando conoscano che altro partecipe si trova in condizione da determinare il mutamento del reato o addirittura l'incriminazione "ex novo" dell'azione collettiva altrimenti lecita" Cass. pen. 19.3.92, sez. II, RIDPP, 1996, 322.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati