Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2015-05-14

IL SUPERIORE INTERESSE DEL MINORE E LA CONTROVERSA PAS - Maria TANGARI

La PAS e le sue problematiche

Il ruolo del giudice

Conflitti giurisprudenziali sull'esistenza o meno della PAS

Il principio cardine del diritto di famiglia - affermato con la legge n. 54 del 2006 e confermato con la riforma della filiazione sul finire del 2013 - è il superiore interesse del minore, che deve costituire il criterio guida per il giudice quando pronuncia i provvedimenti in materia di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi a figli nati fuori dal matrimonio.

Proprio nell'interesse della prole minorenne viene infatti valutata la possibilità che i figli siano affidati ad entrambi i genitori e, in ogni caso, vengono determinate modalità di visita e frequentazione tali da assicurare il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori; di ricevere cura, educazione, istruzione ed assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

È evidente come il compito di regolamentare, in via d'urgenza, l'esercizio della responsabilità genitoriale sia uno dei più complicati per il giudice, che si trova a dover affrontare prospettazioni della realtà familiare spesso diametralmente opposte, con proposte, anche per la gestione quotidiana della prole, che tendono ad escludere l'altro, mettendolo in cattiva luce anche per gli aspetti che hanno a che fare con la genitorialità.

In un tale contesto, il genitore ancora "coinvolto" in una storia affettiva, vivrà le frustrazioni e le rabbie tipiche di questa, con i corollari dell'attacco all'altro e della sua denigrazione.

Una tale dinamica comportamentale naturalmente non è governabile con i canoni della civiltà, della cultura o della educazione civica, ed ha, purtroppo, l'effetto collaterale di coinvolgere, nella dinamica oppositiva, i figli della coppia.

Alla giurisdizione resta il compito di intervenire nella vicenda disgregativa della coppia dettando le regole che serviranno per gestire il fenomeno. I giudici, chi più chi meno, si occupano della "taratura" dei provvedimenti a tutela dei figli.

Di interesse due pronunce che costituiscono i due paradigmi opposti di regolamentazione della relazione interpersonale in crisi: la prima della IX Sezione del Tribunale di Milano del 13.10.14 e la seconda della Prima Sezione del Tribunale di Roma del 27.6.14.

a) Il decreto milanese: la PAS non esiste!

Nell"ambito di un giudizio relativo ai conflitti tra genitori nell"esercizio della responsabilità genitoriale sul minore (art. 316 c.c.), il Tribunale di Milano ha negato rilievo alla cosiddetta sindrome da alienazione parentale (PAS), poiché si tratterebbe di un disturbo non riconosciuto a livello scientifico.

La patologia in questione si manifesta con il rifiuto, da parte di un bambino, di uno dei genitori, senza alcuna giustificazione; atteggiamento che si fa derivare dall'indottrinamento posto in essere dall'altro genitore. Si parla di bambini "programmati" o che subiscono un "lavaggio del cervello", cosa che può accadere in caso di aperta ostilità tra i genitori che si risolva in continuo conflitto, tanto da spingere uno dei due a manifestare apertamente il proprio astio nei confronti dell"ex partner, denigrandolo e svalutandone la figura. La conseguenza è che il minore comincia a respingere la figura genitoriale senza che ciò corrisponda ai suoi reali sentimenti.

In sede processuale le parti fanno spesso riferimento a questo tipo di comportamento, considerato "patologico", chiedendone l"accertamento in giudizio mediante una perizia da eseguirsi sul minore.

Tuttavia in ambito scientifico quest"alienazione non è riconosciuta come disturbo psicopatologico, non essendo inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Proprio per questo motivo, si dubita che la PAS possa essere posta alla base di un provvedimento giudiziale che riguardi l'affidamento dei minori. L"assenza di un riconoscimento scientifico, infatti, è causa di diffidenza e perplessità tra gli operatori del diritto, poiché la PAS potrebbe essere facilmente utilizzata da un genitore nei confronti dell'altro come falso strumento di accusa e di rivalsa in un giudizio per l'affidamento dei figli.

Il Tribunale di Milano, con il citato provvedimento, ha dichiarato inammissibile l"accertamento istruttorio relativo all"esistenza della PAS, in quanto tale patologia non è ancora riconosciuta sul piano scientifico. Infatti, si legge nel provvedimento, il comportamento "alienante" può rilevare sotto altri e diversi profili, ma non come "patologia" del minore, che quindi non deve essere sottoposto ad accertamenti diagnostici per il solo fatto che i genitori "litigano".

A supporto della decisione assunta, il giudice milanese ha citato il precedente costituito dalla sentenza 20 marzo 2013, n. 7041, con cui la Corte di Cassazione, pur non negando espressamente l"esistenza del fenomeno, aveva affermato che non può essere il solo ed essenziale elemento sulla cui base prendere decisioni particolarmente incisive nella vita dei minori coinvolti in ipotesi di crisi familiare. La tutela del minore deve assumere sempre valore primario e l'astratta presenza del disagio non può essere posta, in maniera automatica, a fondamento di un provvedimento di affidamento o di decadenza dalla potestà, essendo necessaria una scelta giudiziale ponderata e verificata anche alla luce di tutte le eventuali censure e contraddizioni mosse dalle parti processuali o rilevabili nella comunità scientifica.

Nel merito, in realtà, gli studiosi del mondo della psicologia, che si occupano da oltre 20 anni dello studio degli effetti della "negazione della figura di un genitore in vantaggio dell'altro", hanno rilevato l'esistenza di più di un profilo di danno e di pericolosità per la salute psicologica del minore e per il sereno sviluppo dello stesso.

Gli studiosi che si sono occupati del fenomeno comportamentale della "alienazione genitoriale" possono essere così brevemente ricordati: W. Reich (1949) che per primo ha evidenziato l'effetto sui figli di un comportamento genitoriale che "si vendica del partner rubandogli la benevolenza del figlio"; Wallersterin e Kelly (1980) hanno descritto studi su minori che prima della separazione avevano buoni rapporti con entrambi e poi venivano "travolti dalla rabbia di un genitore contro l'altro" descrivendo il fenomeno come "allineamento del minore con un genitore"; Byrne (1989) ha descritto il comportamento dei genitori che "coinvolgono i figli in una sorta di gara di lealtà" oppositiva al partner; Jacobs (1988) ha definito come "complesso di Medea" il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli nell'evento separativo; Turkat (1995 e 1999) che ha analizzato il medesimo fenomeno teorizzando la "sindrome della madre malevola".

Ma quello che appare importante sottolineare è il numero e la rilevanza degli esponenti della comunità scientifica che riconoscono la dannosità della "negazione genitoriale": consesso scientifico che è certamente più ampio e di maggior spessore del semplice richiamo al lavoro del tanto bistrattato Gardner (1985), sostanzialmente "creatore" del "fortunato" acronimo Parental Alienation Sindrome.

Quanto poi alla citazione, nel decreto del Tribunale di Milano, del DSM 5 - per sottolineare il mancato inserimento nella nuova edizione del noto Manuale, tra le malattie o le sindromi, della PAS - non si può non rilevare come proprio nello stesso DSM 5 le "complicazioni parentali ed i blocchi comunicazionali che ne conseguano" sono trattate in più voci (Parent-child problem, Child psycological abuse, Child affected by parental relationship distress).

b) La sentenza romana e l'implicito riconoscimento della PAS

Dal canto suo, la sentenza 27 giugno 2014 del Tribunale di Roma (Giudice Galterio), nell'esaminare un'ipotesi di alienazione genitoriale, senza aderire in alcun modo alle tesi favorevoli o contrarie alla PAS, ha affermato come "lo sbilanciamento della minore verso l'area materna" costituisca il motore delle difficoltà relazionali della figlia con il padre.

Nella fattispecie concreta, naturalmente, è stata espletata una consulenza tecnica d'ufficio che ha consentito di acquisire agli atti del processo, con gli idonei accertamenti diagnostici sui componenti di quella famiglia, un quadro completo sullo stato della genitorialità.

Il giudice romano ha parlato espressamente di "un'opera di triangolazione" posta in essere dalla madre nei confronti della figlia, avendo sostanzialmente la figlia finito di introitare, ritenendolo proprio, il punto di vista materno, nei confronti della figura paterna.

Il provvedimento giudiziale prosegue rilevando come sulla minore "lo sbilanciamento verso la sfera materna muova da lontano, traendo la sua origine da epoca antecedente l'introduzione del presente giudizio" quando la nuova gravidanza della madre, intervenuta con il nuovo compagno di vita "ha innescato nella figlia la paura di una perdita affettiva della madre, paura che l'ha inevitabilmente portata a fare corpo unico con quest'ultima, mutuando, in un evidente tentativo di compiacimento l'atteggiamento di disistima e sfiducia" dalla madre, nutrito in danno del padre.

Questa situazione ha fatto ritenere, per il Tribunale, violato il preciso riferimento normativo all'affido condiviso nel superiore interesse del minore: "sarebbe stato precipuo onere della madre, quand'anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, attivarsi al fine di consentire il giusto recupero, da parte della figlia, del ruolo paterno, che nella tutela della bigenitorialità, cui è improntato lo stesso affido condiviso, postula il necessario superamento delle mutilazioni affettive della minore, da parte del genitore per costei maggiormente referenziale, nei confronti dell'altro: non soltanto spingendola verso il padre, anziché avvallando i pretesti per venir meno agli incontri programmati, o peggio ancora facendosi portatrice di programmi alternativi, al fine di dissuadere indirettamente la figlia a recarsi agli incontri suddetti, ma altresì recuperando la positività della concorrente figura genitoriale, nel rispetto delle decisioni da quest'ultima assunte, e comunque della sue caratteristiche temperamentali".

La sentenza prosegue affermando la centralità delle figure genitoriali, entrambe, per la serena e completa crescita della minore, e la necessità "che ogni possibile intervento terapeutico non possa che avere quale obbiettivo centrale la stessa minore, che deve poter essere aiutata ad interfacciarsi ed accettare le diversità delle due figure genitoriali, la cui compresenza e la cui co-referenzialità, costituiscono elementi imprescindibili per un sereno sviluppo della sfera emozionale ed affettiva della minore stessa".

Proprio per evitare, escludere, o meglio ridurre la reiterazione del comportamento ablativo sulla minore, il giudice ha accolto la richiesta paterna statuendo come segue: "Al fine di assicurare la puntuale osservanza che comporta la imprescindibile collaborazione della madre, del progetto di recupero psicoterapeutico dei rapporti tra la figlia ed il padre, ritenuto da questo Collegio fondamentale al fine di tutelare il diritto alla bi-genitorialità in capo alla stessa, in quando prodromico alla sua corretta rappresentazione della realtà relazionale e funzionale a prevenire l'insorgenza di più gravi disturbi di natura psicologica, si commina alla madre la sanzione di € 150,00, da corrispondersi alla controparte, per ogni singola violazione delle prescrizioni e del mancato accompagno della ragazza, alle sedute fissate dallo psicoterapeuta".

A completamento, nel rilevare come il comportamento materno avesse concretizzato una vera e propria condotta volta ad ostacolare il precetto normativo dell'affido condiviso "con atteggiamenti sminuenti e denigratori la figura paterna, tali da aver indirettamente indotto la figlia a disattendere il calendario degli incontri con il padre, ed in misura ancor più marcata, e comunque diretta, a contrastarne aprioristicamente il contributo decisionale, senza neppure coinvolgerlo in buona parte delle risoluzioni riguardanti l'educazione, l'istruzione e la crescita della figlia" il Tribunale ha applicato, d'ufficio, l'ammonizione prevista dall'art. 709-ter c.p.c.

In sostanza è stata applicata alla madre la sanzione amministrativa in favore della Cassa delle Ammende di € 5.000, al preciso scopo di "dissuaderla, in forma concreta, dalla protrazione delle condotte poste in essere, la cui persistenza, potrà per altro in futuro dare adito a sanzioni ancora più gravi, ivi compresa la revisione delle condizioni dell'affido".



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