Legislazione e Giurisprudenza, Libertà costituzionali -  Redazione P&D - 2013-08-24

IL TAR LOMBARDIA BOCCIA I TALEBANI DELL'INGLESE - Tar Lombardia, 23.5.2013 - Francesco PICOZZI

Con sentenza depositata il 23 maggio, il Tar Lombardia ha ricostruito  normativamente il rapporto fra Italiano e lingue straniere  nell"insegnamento universitario.

La questione è sorta in quanto gli organi decisionali del Politecnico  di Milano – al fine di rafforzare l"internazionalizzazione degli studi –  hanno stabilito di tenere, a partire dal 2014, tutti i corsi di Laurea  magistrale e di Dottorato esclusivamente in Inglese, con conseguente  preclusione all"uso dell"Italiano nelle lezioni e negli esami.

La reazione non si è fatta attendere: intellettuali e giornalisti  hanno mosso dure critiche a tale deliberazione e oltre centocinquanta  docenti dell"Ateneo milanese si sono rivolti al Tar che, riconoscendo  pienamente le ragioni dei ricorrenti, ha annullato le illegittime  decisioni del Politecnico.

LA SENTENZA

Il Tar ha sviluppato il proprio ragionamento muovendo dal principio –  di rango costituzionale – per cui l"Italiano è la "lingua ufficiale  della Repubblica", pertanto, in nessun campo dell"azione statale, il suo  ruolo può essere subordinato ad altri idiomi.

Coerentemente con tale principio, nell"ambito dell"istruzione  universitaria è tutt"ora vigente l"art. 271 del R.D. n. 1592/1933, che  definisce l"Italiano "lingua ufficiale dell"insegnamento e degli esami".

Questo "primato della lingua italiana" non è fine a se stesso, ma  tende a garantire la conoscenza e la diffusione del patrimonio culturale  di cui l"Italiano è espressione. La lingua, infatti, non è un mezzo di  comunicazione neutrale, ma uno strumento intimamente legato alla cultura  di un popolo.

Svolta tale premessa, i Giudici hanno evidenziato i profili di  invalidità delle scelte dell"Ateneo milanese, chiarendo, innanzitutto,  che – ai sensi della l. n. 241/2010 – è legittima l"istituzione di  insegnamenti e persino di interi corsi di laurea in lingua straniera.  Ciò che non è consentito ad un Ente pubblico di istruzione è la messa al  bando – in maniera aprioristica e indiscriminata – dell"Italiano dalla  fase più avanzata della formazione universitaria.

Tale irragionevole impostazione lede non solo il principio del  primato della nostra lingua ma anche la libertà di insegnamento (art. 33  Cost.) e il correlato diritto allo studio. Infatti, l"eventuale rifiuto  di un docente di esprimersi in Inglese comporterebbe la perdita  dell"insegnamento nel corso specialistico, mentre agli studenti  intenzionati a completare la loro formazione presso il Politecnico si  imporrebbe senz"altro di rinunciare ad apprendere in Italiano.

Tutto ciò viola anche il principio generale di proporzionalità, che  impone alla Pubblica Amministrazione di perseguire un determinato  obiettivo minimizzando il sacrificio degli altri interessi  giuridicamente tutelati. Nel caso in esame, per ottenere lo scopo di  aprire l"Ateneo al confronto con l"estero, è sufficiente la  disponibilità di un"adeguata offerta formativa in altre lingue, senza  giungere ad imporre ingiustificate restrizioni a chi vuole utilizzare  l"Italiano.

Anche il modo di intendere l"internazionalizzazione universitaria da  parte dei vertici del Politecnico è stato severamente censurato.

Infatti, da un lato, si è fatto notare come l"internazionalizzazione  non vada intesa a senso unico, cioè soltanto come recepimento nella  didattica italiana di valori stranieri, ma consista in uno scambio,  volto anche a far conoscere all"estero la nostra cultura.

D"altro lato, si è ricordato che l"utilizzazione della sola lingua  inglese non è coerente con l"obiettivo dell"internazionalizzazione,  poiché comporta un"apertura limitata alle sole culture anglofone. Non si  tratta certo di disconoscere la diffusione dell"idioma anglo/americano,  quanto di rammentare che la legge mira ad un"apertura al pluralismo  culturale non certo limitata ad una sola lingua e alla Weltanschauung di cui questa è portatrice.

CONCLUSIONI

Si condivide pienamente la sentenza sin qui riassunta, sia perché  offre un"equilibrata tutela alla lingua italiana sia perché dimostra una  sensibilità per l"apertura e il confronto fra le culture assai più  sincera rispetto all"impostazione seguita dai vertici del Politecnico di  Milano.

Occorre, dunque, salutare con soddisfazione questa débâcle giudiziaria dell"integralismo anglofono.

(Già pubblicato in www.leggeweb.it)



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