Articoli, saggi, Ordinamento penitenziario -  Fiorentin Fabio - 2014-06-21

IL TRATTAMENTO DELLAUTORE DI REATO NELLA COPPIA E LA VITTIMA PRECIPITANTE -M.FADDA, R.BEZZI, F.FIORENTIN

Un saggio di grande respiro e di notevole interesse, che affronta e approfondisce il tema della vittimologia nei suoi profili teorici e nelle sue ricadute sul piano del trattamento penitenziario e rieducativo dell'autore (f.f.)

"IL TRATTAMENTO DELL"AUTORE DI REATO ALL"INTERNO DELLA COPPIA E LA VITTIMA PRECIPITANTE"

di Maria Laura Fadda e Roberto Bezzi

  1. IL RUOLO DELLA VITTIMA NEL REATO

1.1  La vittimologia                                di M.L. Fadda

1.2   Vittimologia e criminologia              di M.L. Fadda

1.3   Vittimologia e differenza di genere   di M.L. Fadda

1.4   I gradi di partecipazione della vittima nel reato (dalla vittima passiva alla Sindrome di Stoccolma) di   R.   Bezzi

  1. L"AUTORE DEL REATO E LA VITTIMA "PRECIPITANTE"      NELLE SENTENZE DI CONDANNA. ANALISI DI CASI E RIFLESSIONI SUL MATERIALE      GIUDIZIARIO

2.1  Il caso di K.V.                                   di    R. Bezzi

2.2  Il caso di F. R.                                   di    M.L. Fadda

2.3  Il materiale giudiziario nel procedimento di osservazione e di sorveglianza    di     M.L. Fadda

  1. 3.      PROBLEMATICHE E PROSPETTIVE NEL TRATTAMENTO DEL REO

3.1  Problematiche educative nel trattamento del condannato nei reati con vittima attiva   di    R. Bezzi

3.2 Prospettive e ipotesi di trattamento        di    M.L.Fadda

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CAP. 1 IL RUOLO DELLA VITTIMA NEL REATO

1.1. La vittimologia

La vittimologia è una scienza o una disciplina[1] che nasce, seppur con caratteristiche di autonomia, nell"ambito della criminologia circa sessanta anni fa, negli anni "50 e che prende in esame "La sfera bio-psicosociale della vittima, ma non solamente: essa studia il rapporto che la vittima ha avuto con il proprio aggressore (quindi anche il suo ruolo agito all"interno di questa particolare circostanza), studia il contesto ambientale (fisico e psicologico) di quella che è la realtà, la fenomenologia della vittima entro il quale è stata compiuta un"azione criminale e, nel caso di vittima sopravvissuta, studia le conseguenze fisiche (danni biologici), psicologiche (traumi a breve-medio-lungo termine) e sociali (reazioni del gruppo primario come la famiglia, del gruppo secondario, come ad esempio gli amici e delle agenzie di controllo, come le forze di polizia e i tribunali)."[2]

Il termine vittimologia venne ideato per rappresentare non soltanto l"attenzione per le esigenze delle vittime, ma anche l"interazione a volte esistente tra queste e l"autore del comportamento aggressivo o comunque vittimizzante. Tale ultima prospettiva fu per la prima volta studiata nel 1948 da H. Von Hentig con l"opera dal titolo "The criminal and his victim" he mise anche in luce come la vittima, in alcuni casi, non svolga un ruolo soltanto passivo, ma contribuisca con il suo modo di essere, il suo atteggiamento, le sue caratteristiche peculiari, a determinare l"azione lesiva.

Peraltro, sia la criminologia che la vittimologia si occupano anche di studiare le modalità più idonee per favorire il riadattamento della vittima del reato nel proprio ambiente di vita (anche tramite i centri di victim support cioè di sostegno psicologico, legale, burocratico alle vittime, presenti in Gran Bretagna da circa quarant"anni, ma in Italia limitati ad iniziative volontaristiche in alcune zone del territorio nazionale.

La criminologia è la scienza che studia i comportamenti criminosi, gli autori del reato e i meccanismi psicologici e sociologici che portano a commettere l"azione illecita[3]; all"interno della vittimologia esiste la vittimologia criminale, che riguarda, pertanto, le vittime di un reato.

Trattasi dunque di una "Scienza autonoma come studio dell"uomo leso nell"integrità della sua salute e del suo benessere inteso nella triplice dimensione e, in particolare, lo scopo dell"analisi può essere preventivo (cioè con finalità di prevenzione dei reati), diagnostiche (lo della vittima può essere importante per la diagnosi della situazione e delle problematiche connesse), riparativo in quanto consente l"attivazione di pratiche di composizione dei conflitti"[4] e riparative nei confronti della parte lesa.[5]

Inoltre, deve essere evidenziato che l"attenzione nei confronti della vittima, considerata soggetto "debole" e "vulnerabile" ha comportato l"emersione di istanze di riconoscimento di categorie sociali, in precedenza non considerate.

La vittimologia, attraverso l"analisi della vittimizzazione infantile (la Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini patrocinata dalle Nazioni Unite è del 1989)[6], femminile, degli anziani, degli immigrati, delle persone rinchiuse nelle istituzioni totali, ha studiato, e in un certo qual modo reso pubbliche, le istanze di diversi gruppi sociali, spesso svantaggiati.

Può, dunque, sostenersi che anche la vittimologia abbia dato impulso al potenziamento e allo sviluppo delle forme di tutela dei diritti umani; si parla, infatti, di vittimologia dei diritti umani per inquadrare i comportamenti lesivi (ad esempio i cd hate-crimes) commessi nei confronti di una pluralità indistinta di persona (vittimologia generale) che possono essere praticati da un determinato Stato, come la pratica della tortura o l"emissione di leggi di discriminazione razziale. In dottrina sul punto si è sostenuto che, proprio "trovando un terreno di contiguità" con la disciplina relativa alla tutela dei diritti umani, il diritto penale internazionale, avrebbe guadagnato autonomia scientifica ed evitato il rischio di costituire una mera emanazione o summa delle norme dei singoli stati[7].

La definizione di vittima adottata dall"Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 40/34 de1 28.11.1985 sui principi fondamentali di giustizia relativi alle vittime della criminalità e alle vittime di abuso di potere (Dichiarazione di Vienna) ha, infatti, un ambito significativamente ampio in quanto include non soltanto le vittime del crimine, ma anche quelle dell"abuso di potere.[8]

Così, sono definite le vittime: "Victims means persons who, individually o collectively, have suffered harm, including phisical or mental injury, emotional suffering, economic loss or substantial impairment of their fundamental rights, through acts or omissions that are in violation of criminal laws operative within Member States, including those laws proscribing criminal abuse of power".

All"interno della vittimologia, riveste però importanza particolare la vittimologia criminale detta anche vittimalistica, che, secondo la definizione offerta dalla World Society of Victimology[9] è: "Lo studio scientifico dei limiti, della natura e delle cause della vittimizzazione criminale, le sue conseguenze per le persone coinvolte e le reazioni da parte della società nei loro confronti, in particolare le forze di polizia e il sistema di giustizia penale, gli operatori sociali volontari e professionali di assistenza alle vittime". Secondo la dottrina, la vittimologia criminale può essere definita come "una disciplina che ha per oggetto lo studio della vittima di un crimine, delle sue caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, delle sue relazioni con il criminale e del ruolo che ha assunto nella genesi del crimine"[10]

La Dichiarazione di Vienna (ONU) del giugno 1993[11] riconosce altresì come diritti delle vittime:

1) il diritto ad essere trattati con rispetto e considerazione; 2) il diritto ad essere affidati a servizi di sostegno adeguati; 3) il diritto di ricevere informazioni in merito ai progressi compiuti nel caso; 4) il diritto a essere presenti ed esprimere il proprio parere nell"assunzione di decisioni; 5) il diritto di avvalersi di consulenza legale; 6) il diritto a ricevere un risarcimento, sia da parte di chi ha commesso il reato, sia da parte dello Stato.

L"Assemblea Generale dell"ONU invitava in tal modo gli Stati membri ad adottare, per affrontare il problema della criminalità, un approccio non soltanto improntato alla repressione e alla sanzione, ma anche alla prevenzione e al risarcimento morale e materiale del danno causato con il reato.

Occorre riconoscere che la vittimologia ha avuto nel tempo importanti riconoscimenti in vari campi come quello processuale, soprattutto grazie a disposizioni dell"ONU e dell"Unione Europea che ha emanato nel novembre del 1983 la Convenzione del Consiglio d"Europa relativa al risarcimento delle vittime di reati violenti da parte dello Stato nel cui territorio è stato commesso il crimine "anche se l"autore non può essere perseguito o punito"[12].

Successivamente, con la Decisione Quadro 2001/201/GAI del 15/03/2001 intitolata "Posizione della vittima nel procedimento penale"[13], si è specificato che "La vittima è la persona fisica che ha subìto un pregiudizio, anche fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni materiali causati direttamente da atti o omissioni che costituiscono una violazione del diritto" e all"art.14 ha raccomandato di provvedere alla "Formazione professionale delle persone che intervengono … entrano in contatto con le vittime, in particolare le forze di polizia". Inoltre, la Decisione prevede all"art. 9 il diritto per la vittima ad ottenere, all"interno dello stesso processo penale e non in uno procedimento separato, in un tempo ragionevole, la decisione sul risarcimento dovuto dall"autore del reato.

La stessa definizione di vittima, poi, è stata  nel tempo ulteriormente specificata, ad esempio con riferimento alle cd vittime vulnerabili, come le persone vittime di violenze reiterate nelle relazioni strette, le vittime della violenza di genere o le persone vittime di altre forme di reato anche se commesso in uno Stato di cui non hanno la cittadinanza o in cui non risiedono[14]; così la Convenzione del Consiglio d"Europa firmata a Varsavia contro il traffico di esseri umani del 16 maggio 2005[15] , entrata in vigore il  30 luglio 2010 (legge 2 luglio 2010, n. 108, di autorizzazione alla ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d"Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani[16]e la Raccomandazione sull"assistenza alla vittime di reato adottata dal Comitato Europeo sui problemi criminali del Consiglio d"Europa (sessione Plenaria 3/7 aprile 2006).

La Direttiva comunitaria 2004/80/CE del Consiglio del 29 aprile 2004[17], relativa all"indennizzo delle vittime di reato, all"art. 12 comma 2 stabilisce un sistema di cooperazione (operativo dal 1.1.2006) volto a facilitare alle vittime di reato l"accesso all"indennizzo per i reati violenti commessi nel territorio di ciascuno Stato "anche se l"autore non può essere perseguito o punito".

Successivamente è stata emessa la Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012, che introduce "norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce e innova la decisione quadro 2001/220/GAI, comprendendo, nella nozione di vittima, oltre alla persona fisica che ha subito un pregiudizio fisico, mentale, emotivo o economico a causa di reato, anche i familiari della persona la cui morte sia stata causata direttamente da un reato e che abbiano conseguentemente subito pregiudizio.[18]

Inoltre, è entrata in vigore il 23 ottobre 2012 la legge italiana di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori dall"abuso e dallo sfruttamento sessuale, adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d"Europa il 12 luglio 2007 (L'Italia è il 10° paese, su 41 che l'hanno sottoscritta, a ratificare il provvedimento[19]) al fine di ottenere dagli Stati membri un"effettiva "tutela dei diritti dei più piccoli ed il contrasto ai terribili fenomeni di cui possono essere vittime. Essa costituisce il primo strumento giuridico internazionale ad imporre agli Stati di prevenire e criminalizzare ogni forma di abuso e sfruttamento sessuale sui bambini: è per questo che è stata concepita come uno strumento natura vincolante per i Paesi firmatari, tale da rappresentare un effettivo valore aggiunto rispetto agli strumenti già esistenti."[20] Tale convenzione ha prodotto importanti modifiche del codice penale, di procedura penale e altresì dell"ordinamento penitenziario per quanto riguarda la possibilità di fruire, da pare degli autori di reati di natura sessuale contro i minori, dei benefici penitenziari.[21] In relazione a questi ultimi, l"obbligatoria effettuazione dell"osservazione della personalità condotta per almeno un anno con l"ausilio degli esperti di cui all"articolo 80, della legge 354/1975, deve essere svolta, oltre che per le originarie quattro ipotesi (articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-octies c.p.) anche per i reati previsti da altre sei norme: articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies, 609-quinquies, 609-undecies. Inoltre, l"articolo 7, comma 2, della legge 172/2012 ha aggiunto all"art. 4 bis O.P. il comma 1-quinquies secondo cui, salvi i casi previsti dal comma 1 della medesima norma, ai fini della concessione dei benefici penitenziari ai detenuti e internati per i delitti di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, anche se relativo al materiale pornografico di cui all"articolo 600-quater.1, 600-quinquies, 609-quater, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, nonché agli articoli 609-bis e 609-octies del medesimo codice, se commessi in danno di persona minorenne, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza valuta la positiva partecipazione al programma di riabilitazione specifica di cui all"articolo 13-bis della legge n. 354/1975 medesima. [22].

In materia di tutela dei minori contro gli abusi sessuali intra-familiari, appare interessane segnalare una recente pronuncia della Suprema Corte che afferma che la posizione di "garanzia" del genitore impone a quest'ultimo di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa posta in essere dall" altro genitore, che non coincide necessariamente con quello di denuncia del coniuge responsabile degli abusi sessuali, ma comprende ogni condotta comunque idonea ad impedire o far cessare la violenza, come era stato, nel caso di specie, l'allontanamento del figlio vittima di violenza sessuale dall'abitazione familiare.[23]

Ma la vittimologia ha fatto ingresso anche in altri ambiti di intervento come quello investigativo, medico, di assistenza sociale il cui ambito di azione si è definitivamente ampliato a considerare la complessa problematica della "presa in carico" della vittima.

Sono state, infatti, analizzate dalla vittimologia anche le conseguenze fisiche, morali e psicologiche che il trauma provoca sia direttamente alla vittima (vittima diretta), sia indirettamente al suo contesto parentale di prossimità (vittima indiretta). Si può affermare, dunque, che la vittimologia abbia ampliato con una prospettiva nuova l"ambito di studio della criminologia che ha storicamente riguardato soprattutto l"analisi del reato, della pena, della prevenzione del crimine, della personalità dell"autore.[24]

In passato, infatti, la tutela della vittima (diretta e indiretta), era considerata ricompresa in quella  della tutela della collettività: colpendo il reato si tutelava la società e dunque anche la vittima che ne faceva parte. Questa prospettiva appare corretta ancora oggi e rappresenta il senso del moderno contratto sociale in cui i cittadini rinunciano alla vendetta privata e delegano il mantenimento della sicurezza e dell"ordine sociale allo Stato, anzi è stato affermato che " Il diritto penale moderno è fortemente caratterizzato dalla pretesa di eliminare le forme di giustizia privata, lato sensu vendicative, degli ordinamenti premoderni"[25] ma oggi deve essere arricchita e affinata dal contributo delle scienze sociali che si sono formate nella consapevolezza della maggiore complessità delle relazioni.

Occorre, però, evidenziare che il codice penale e di procedura penale italiani, nonostante la riforma dell"art.111 della Costituzione, non contengono né una definizione[26], né una sistematizzazione organica della figura della vittima.

Il nostro codice penale e di procedura penale, infatti, non offrono una definizione della vittima del reato, anzi questo termine non viene mai usato, ma è utilizzata la nozione tecnica di persona offesa di reato cui dedica un intero titolo (Capo IV, Titolo IV, Libro I, artt.120-131, c.p.) inserito tra quelli relativi ai soggetti del procedimento. Ivi è disciplinata la querela, ossia l"atto facoltativo, generalmente rinunciabile e revocabile (a seconda della rilevanza e disponibilità del bene giuridico tutelato, ad esempio nel caso di reato ex art. 609 bis c.p. non è revocabile), con cui la persona offesa dal reato, o altro avente diritto, manifesta la volontà che si proceda penalmente, quando non ne sia prevista la procedibilità d"ufficio.

Secondo la dottrina penalistica la persona offesa dal reato coincide con il titolare del bene protetto dalla singola fattispecie incriminatrice ed è pertanto colui che patisce le conseguenze fisiche, patrimoniali o psicologiche che derivano dall"aggressione o dalla lesione perpetrata al bene stesso.[27]

Il codice di procedura penale distingue tra persona offesa dal reato e danneggiato dal reato che è colui che dal compimento dell"illecito penale subisce un danno patrimoniale o non patrimoniale. Le due posizioni normalmente, ma non necessariamente (come ad esempio nel caso dell"omicidio in cui, deceduta la parte offesa, il danneggiato dal reato è l"erede), si sovrappongono; peraltro è solo il danneggiato legittimato a costituirsi parte civile per poter chiedere il risarcimento del danno subìto, mentre la persona offesa, cui spettano poteri processuali di impulso significativi, non è parte "tecnica" del processo, cioè titolare di un diritto di azione da cui derivi per il giudice il dovere di decidere nel merito delle sue domande.

Sul punto, la recente decisione della Corte di Giustizia UE, IV Sezione,15 settembre 2011 (cause riunite C 483/09 Magatte Gueye e C 1/10 Valentín Salmerón Sánchez) ha chiarito che la decisione quadro 2001/220/GAI, sulla tutela delle vittime dei reati, non «contiene nessuna disposizione relativa alle forme ed all'entità delle pene che gli Stati membri devono prevedere nei rispettivi ordinamenti ai fini della repressione degli illeciti penali», ma elenca una serie di diritti di cui le vittime devono poter beneficiare nell'ambito del procedimento penale. Nel caso di specie, il coniuge, denunciato per maltrattamenti dalla moglie che aveva successivamente ritrattato, aveva violato l"ordine di allontanamento ed era tornato ad abitare nella dimora coniugale con il consenso della moglie. Ne consegue che le disposizioni della normativa hanno efficacia generale in quanto si applicano indipendentemente dal consenso della vittima e anche in caso di dissenso di questa. [28]

In qualità non di parte processuale in senso tecnico, ma di soggetto del procedimento, la vittima del reato può esercitare poteri di "impulso" e/o di "controllo"  dell"operato del pubblico ministero e/o del giudice ex artt 410, 413 c.p.p., presentando la querela o l"istanza, presentare memorie o indicare elementi di prova ex artt. 90 e ss. del c.p.p.; poteri "partecipativi" nell"azione procedimentale (come essere sentito in qualità di testimone o richiedere l"incidente probatorio).

La Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, con la sentenza n. 47473 ud. 27/9/2007[29], sottolineando la funzione di stimolo e controllo dell'attività del pubblico ministero da parte della persona offesa, non costituita ancora parte civile nel processo penale, hanno affermato che la stessa ha facoltà di nominare un difensore nelle forme semplificate previste per l'imputato e senza che sia necessaria una procura speciale per l'impugnazione del provvedimento di archiviazione.
Di maggior rilievo, per i reati di competenza del Giudice di Pace,[30] dei quali molti procedibili a querela tra i quali le percosse, le lesioni personali, l"ingiuria, la diffamazione, ecc., i poteri della parte offesa, indipendentemente dal fatto che sia anche danneggiata, che appaiono più ampi in quanto sia di tipo sollecitatorio (può proporre ricorso immediato al Giudice e di controllo (può impugnare anche agli effetti penali la sentenza di assoluzione dell"imputato).

In sede europea, invece, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto anche alla vittima il diritto ad un equo processo di cui all"art. 6 CEDU, qualora si sia costituita parte civile e ha individuato in capo ad essa una serie di poteri di partecipazione, di impulso e di controllo sia nella fase delle indagini che in quella processuale (sentenza Perez c. Francia 12.2.2004)[31].

A seguito della citata giurisprudenza della Corte europea, possiamo oggi affermare che oltre alla pubblica accusa e all"imputato, un altro personaggio è sulla scena del processo, la vittima, la quale agisce un diritto suo proprio allo svolgimento del processo penale, e alla sua qualità di processo giusto e adeguato. La vittima dunque non può essere considerata né solo una fonte di prova, né solo un ausilio alla pubblica accusa, ma come un soggetto che porta nel processo la domanda di tutela di diritti fondamentali.

1.2 Vittimologia e criminologia

La criminologia, disciplina che si occupa del reato, il comportamento e la personalità del suo autore, le caratteristiche socio-ambientali della devianza[32] non può più fare a meno di considerare anche l"altro estremo, il destinatario dell"atto deviante e cioè la persona offesa; entrambe, infatti costituiscono le due parti di un rapporto che deve essere considerato unitariamente.

E" stata così acquisita, a livello concettuale, la consapevolezza del cd carattere interattivo del crimine[33]e che, pertanto, deve essere considerato, per meglio comprendere ed eventualmente intervenire, anche il ruolo eventuale che la vittima ha avuto nella criminogenesi e criminodinamica del reato.

Il concetto di coppia criminale[34] rappresenta, dunque, un paradigma che ribalta la focalizzazione esclusiva sul reo, poiché autore e vittima sarebbero legati da una relazione significativa che li rende complementari in quanto, spesso, si strutturano segni, messaggi, gesti significativi che contribuiscono alla commissione del reato.

Tale consapevolezza è assolutamente lontana dalla logica di una giustizia dal carattere vendicativo: "la logica della vendetta, del protagonismo non mediato della vittima, trae con sé, tendenzialmente, spirali di azione e di reazione, in una catena che può protrarsi indefinitamente. Ogni vittima di offesa diviene autore di una nuova offesa. Alle radici del formarsi di istituzioni di giustizia vi è anche l"esigenza di fermare spirali di questo genere, nelle quali le parti di vittima e di responsabile si intrecciano e c"è bisogno di arrivare a una parola fine secondo regole di giustizia e di razionalità".[35]

Come è evidente, non è questa la logica che ispira la vittimologia; al contrario, il ruolo della vittima non "serve" ai fini vendicativi o retributivi, ma a "chiarire" e approfondire le ragioni di una relazione complessa e a volte anche ambigua. L"idea forte che la vittimologia trasmette, in un certo senso, alla criminologia è che tutti, indistintamente, possono essere potenziali vittime o potenziali criminali.

Il deviante dunque non è più, o non è solo, colui che ha subito un deficit educativo, economico, sociale e di integrazione, ma colui che coglie "l"opportunità" di delinquere. Le teorie delle opportunità definiscono, infatti, la criminalità come un fenomeno che avviene perché conviene che avvenga o perché vi sono sufficienti opportunità che avvenga: il riflesso non di un deficit sociale, ma dell"aumento di occasioni sociali a delinquere. Secondo queste teorie si spiegherebbe la criminalità diffusa di natura predatoria, non a caso definita opportunistica, in conseguenza delle molteplici possibilità offerte dalla società di commettere illeciti. La tesi implica, anche che la vittima non sia più un soggetto predestinato in quanto debole, ma tutti, casualmente, possiamo essere vittime, quantomeno potenziali.[36]

Dalla consapevolezza della "casualità" nel rivestire la posizione di vittima è derivata, soprattutto negli anni "70, l"introduzione di politiche sociali in cui la vittima era assunta come soggetto del to care, in particolare con l"attribuzione di un diritto ad un indennizzo pubblico con cui fosse lo Stato a risarcire la vittima della violenza. È l"Inghilterra il primo paese europeo a promuovere una legge che disciplina l"indennizzo pubblico, seguita da Stati Uniti, Australia e Paesi Scandinavi.[37]

In realtà, la vittimologia, seppure estende la possibilità di diventare vittima non solo ai cd soggetti deboli, rifiuta l"idea di una "casualità" indistinta, anzi, al contrario, analizza minuziosamente le differenti tipologie personologiche e le caratteristiche comportamentali anche in rapporto al reo, delle varie tipologie di vittime.

Gli obiettivi della vittimologia sono due: la prevenzione (attraverso la ricerca di particolari categorie a rischio) e la riduzione dei danni fisici e psicologici sia a breve che a lungo termine.[38]

1.3 Vittimologia e differenza di genere

 

 

Le iniziali perplessità collegate al diffondersi di una logica in cui le ragioni delle vittime erano state espressione di istanze "giustizialiste" o "vendicative", sono state superate dagli ulteriori sviluppi della disciplina e dalla constatazione che, in realtà, la voce che voleva essere raccolta e tutelata era soprattutto quella di un soggetto debole e vulnerabile. Per quanto riguarda le donne si riconosce che i reati violenti nei loro confronti sono commessi anche a causa della loro vulnerabilità e questo dovrebbe impegnare gli Stati a predisporre accorgimenti efficaci di protezione, principio ripetuto nelle numerose pronunce della Corte Europea dei diritti dell"uomo di condanna degli Stati membri per violazione dei diritti fondamentali

Esemplificativamente, deve segnalarsi la recente sentenza 26 marzo 2013, Valiuliene c. Lituania, considerata innovativa dalla dottrina[39]poiché ha applicato alla fattispecie della cd violenza domestica, l"art. 3 CEDU, in considerazione della intollerabilità della violenza psicologica inflitta alla donna, mentre in precedenza era stato contestata agli Stati l"art. 8 CEDU per inadempimento degli obblighi di protezione (A c. Croazia 14.10.2010). Le reiterate offese da parte del compagno, la  compressione della sfera di autodeterminazione, merita tutela quando la donna si trova in stato di assoluta soggezione.[40]; nella sentenza Opuz c. Turchia 9.6."09 [41]era stato applicato (unico caso stante l"eccezionale gravità della violenza) l"articolo 2 (diritto alla vita), 3 (proibizione della tortura) e 14 CEDU (divieto di discriminazione). La Corte, inoltre, aveva redatto un elenco di criteri in base ai quali uno Stato deve intervenire in caso di ritiro della denuncia.

Deve ricordarsi che l"Italia ha approvato definitivamente, il 19 Giugno 2013 (è stata la quinta nazione a ratificare  la Convenzione dopo Turchia, Montenegro, Albania e Portogallo), la Convenzione di Istanbul (che però diventerà operativa dopo la ratifica da parte di  almeno 10 Stati di cui 8 componenti del Consiglio d'Europa) sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne che: riconosce espressamente "che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione". Si riconosce, dunque, espressamente, che  la violenza contro le donne, altro non è che uno dei meccanismi sociali utilizzati per costringere le donne ad una posizione subordinata rispetto agli uomini. Significative le disposizioni che prevedono il ristoro economico della vittima: all"art. 30 si prevede che "1 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime abbiano il diritto di richiedere un risarcimento agli autori di qualsiasi reato previsto dalla presente Convenzione.2 Un adeguato risarcimento da parte dello Stato è  accordato a coloro che abbiano subito gravi pregiudizi all'integrità fisica o alla salute, se la riparazione del danno non è garantita da altre fonti, in particolare dall'autore del reato, da un"assicurazione o dai servizi medici e sociali finanziati dallo Stato. Ciò non preclude alle Parti la possibilità di richiedere all"autore del reato il rimborso del risarcimento concesso, a condizione che la sicurezza della vittima sia pienamente presa in considerazione". Pertanto, in caso di incapienza del responsabile, le vittime (anche di violenza psichica) o i loro eredi, possono chiedere il risarcimento allo Stato. L" art.33 della Convenzione (violenza psicologica) prevede che "le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l'integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce".

Costituisce dato statistico non confutabile che soprattutto la donna sia vittima di reati, in particolar modo a caratterizzazione violenta contro la persona, dai maltrattamenti all"omicidio, tanto che orami da tempo viene usato termine di "femminicidio" dall"inglese femminicide , oppure di "ginocidio".[42] prima causa di morte di donne nel mondo tra i 16 e i 44 anni. Con riferimento al nostro Paese, solo nel 2012 i casi di femminicidio sono stati 124[43]. Questo recentissimo neologismo, ormai sempre più diffuso anche nel nostro paese e coniato con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico, ha ora una valenza universale perché consente di individuare il filo rosso che segna, a livello globale, la matrice comune di ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della dignità delle stesse come persone. Non rispettare i diritti delle donne lede l'umanità[44], ecco perché si chiede il riconoscimento del femminicidio come crimine contro l'umanità. La donna è vittima in quanto viene percepita come maggiormente vulnerabile e "costretta" in una visione stereotipata formata dalle distorsioni cognitive dell"immaginario maschile che attraversa orizzontalmente le società, quale che sia il grado di emancipazione della donna. Anzi, la vittimizzazione della donna sembra aumentare con modalità direttamente proporzionale alla sua affermazione paritaria nella società. E" stato scritto che vi è una differenza tra il concetto di "ruolo" e quello di "posizione sociale". Mentre la seconda, che si riferisce al complessivo ambito delle nell"insieme di libertà e prerogative riconosciute nella sfera sociale e lavorativa, può dirsi o quasi, pari alla posizione sociale dell"uomo, per quanto riguarda i ruoli, invece, sussiste ancora la cd divisione dei ruoli all"interno della famiglia e nei rapporti con l"altro sesso. Dunque, è solo mutato l"aspetto relativo all"emancipazione lavorativa e sociale della donna, ma non il suo ruolo familiare.[45]

Per rappresentare la gravità ed estensione del fenomeno della violenza contro le donne è stato usato il termine femminicidio.

E" stato detto che "Femminicidio è un termine politico. Parlare di femminicidio implica guardare in faccia alla realtà, e chiamare le cose con il proprio nome, ponendo l"attenzione non sul carnefice e sui suoi problemi, ma sulla vittima, che è sempre la donna. Parlando di femminicidio si vuole includere in un"unica sfera semantica di significato, ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all'integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori."[46] Tante sono le forme di violenza che la donna può subire nella sua esistenza: fisica, sessuale, psicologica, economica o di tipo persecutorio. Su quest"ultimo punto la legge 38/2009 ha introdotto nel nostro codice penale l"art. 612 bis (atti persecutori); trattasi di un reato nuovo per il nostro sistema giuridico che così si è adeguato ad altre nazioni quali gli Stati Uniti, il Canada, e in Europa il Regno Unito, la Germania, l"Austria, il Belgio la Danimarca e l"Irlanda. Peraltro, occorre considerare che moli stalker sono recidivi e continuano anche dopo la denuncia a perseguitare la vittima.

La violenza agita contro le donne sembra rappresentare una vera e propria emergenza, in quanto negli ultimi due decenni è cresciuta esponenzialmente mentre, nel mondo, la violenza ed i conflitti armati sono in calo. E" evidente, infatti, che ancora oggi, l"emergenza costituita dalla violenza contro le donne, benché quantificata, non viene percepita nella sua gravità come fenomeno mondiale, presente come comune denominatore a culture e società, anche diversissime tra loro.

E" stato giustamente osservato che "il non–detto è indicatore politico di indifferenza e oscurantismo verso realtà problematiche, che generano un dolore non riconosciuto e non quantificato e in quanto tale non guaribile".[47]

Il femminicidio è dunque un problema con radici politiche, economiche, giuridiche e culturali che tocca le donne di tutto il mondo. Fino quando sarà discriminata dallo Stato, dalle leggi, dai giudici, dalla società, dal mercato, la donna avrà una vita precaria, in condizioni d"inferiorità in determinate relazioni sociali -familiari, lavorative.[48] Infatti, se vero è che nelle società moderne, in una certa fase storica, il monopolio del controllo della violenza è passato allo Stato, però, questo non è successo per il monopolio del controllo della violenza sulle donne che è rimasto all"interno della famiglia patriarcale, con consequenziale diritto per il pater familias, o per il marito, di praticarla.

Fino ad un recente passato, le donne non erano soggetto di diritti: non potevano compiere negozi giuridici sino al 1919, non potevano votare sino al 1946 e il loro ruolo era confinato nel privato; la cd sfera pubblica era composta da uomini che si rivolgevano ad altri uomini, nel 1963 è abolito lo ius corrigendi del marito nei confronti della moglie, nel 1975 la riforma del diritto di famiglia sancisce la parità dei coniugi all"interno della famiglia abolendo la parità maritale, l"abolizione dell"omicidio per causa d"onore nel 1981, l"emanazione della legge sulla violenza sessuale del 1996 e quella sullo stalking nel 2009. Di converso, sono fioriti sin dagli anni "80 nei paesi anglosassoni, i cd gender study vale a dire una visione femminista di varie discipline, tra cui quella giuridica, [49]che evidenziano l"angolatura "sessista" del diritto.

Ancora oggi, in ogni caso, l"aggressione, la violenza nei confronti della donna avviene soprattutto in famiglia o comunque all"interno di una relazione cd privilegiata tra l"autore e la vittima, così come approfonditamente studiato dalla dottrina.[50]

La consapevolezza che la famiglia, da nido protettivo, sia diventata luogo di pericolo, si sta facendo lentamente strada nella nostra cultura, poiché la cd geografia della paura, secondo cui l"aggressore è prevalentemente un estraneo, che agisce di notte, per strada, è radicata nell"immaginario collettivo, e viene da lontano; nasce con lo sviluppo della civiltà industriale e delle città nell"ottocento; gli spazi e i ruoli sociali erano rigidamente stabiliti e oltrepassarli, per le donne, era pericoloso oltre che indecente (la donna borghese non poteva uscire da sola): la strada era di tutti, ma non per tutti.

Del resto, le violenze intrafamiliari sono sempre esistite, tra genitori e figli, tra fratelli o sorelle etc. e gli stessi autori tragici greci ne hanno parlato.

La criminologia anglosassone, inserita in un contesto culturale di tradizione sociale risalente (la prima legge che prevedeva l"arresto dei mariti violenti e pene più severe per i recidivi[51] risale alla fine del"800), ha definito questi delitti "date e acquaintance rape". Rappresenterebbero "eventi sintomatici delle difficoltà di relazione tra i generi che caratterizza i contesti sociali occidentali e che si associa da un lato ad una crisi d"identità rispetto ai ruoli maschili e femminili e problemi di comunicazione e frequenti fraintendimenti tra soggetti di sesso diverso".[52]

Anche le definizioni utilizzate in criminologia segnalano il mutamento delle caratteristiche della famiglia e dei rapporti tra i sessi: dalla definizione in uso sino agli anni "70 di "battered women" e "marital violence", si passa fino agli anni "90 a quella di "domestic violence" sino a "intimate partner violence" che indica non solo il mutamento dei rapporti tra i sessi dove al coniugio si sostituisce il rapporto d"intimità, ma anche che la violenza può essere tra partner dello stesso sesso.[53]

Dunque, anche in italiano, il termine "violenza domestica" starebbe ad indicare la violenza tra partners, mentre quello di "violenza intrafamiliare" quella tra gli altri membri della famiglia.

E" stata anche istituita, il 25 novembre, la giornata mondiale dedicata alle donne che negli ultimi 365 giorni sono state uccise dalla violenza degli uomini. In Italia le donne uccise per mano di un uomo sono state 84 nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 119 nel 2009, 115 nel 2010, 137 nel 2012[54]. La maggior parte di queste è italiana, così come gli autori  dei delitti e trattasi prevalentemente di mariti, amanti, compagni e parenti.

Il dato statistico, invero impressionante, indica un"inversione di tendenza rispetto a quello generale relativo alla commissione degli omicidi non commessi sulle donne, che ha registrato, invece, un costante calo degli stessi[55].

Gli studi sulla personalità e sul comportamento criminale chiamati "Teoria dell"apprendimento sociale" o "social learning theory" elaborata nel 1973 da E. Bandura evidenziano che la persona impara osservando gli altri ricevere ricompense o punizioni per il loro comportamento.[56] S"impara ad essere violenti attraverso i modelli sociali di comportamento, maschilisti e aggressivi, diffusi in famiglia (cd trasmissione intergenerazionale della violenza) o dai mass media, soprattutto dalla televisione.

Peraltro, non deve essere sottaciuto un dato che ormai da tempo è analizzato, soprattutto nei paesi anglosassoni, per cui la donna o l"adolescente è anche autrice di comportamenti violenti che spaziano dal bullismo agli omicidi. Gli omicidi commessi dalle donne sono per lo più perpetrati nei confronti di membri del nucleo familiare, soprattutto di sesso maschile, mariti o padri. E" stato individuato un filo rosso di sofferenze e ingiustizie subite che poi esplode in gesti estremi in cui non vi è pietà neppure per i più deboli, presente sin dall"inizio dei tempi in figure tragiche come Clitennestra, Elettra, Medea [57].

La famiglia, dunque, è anche il luogo ove la donna da vittima può diventare carnefice, ove agisce il proprio disagio psichico; la famiglia rappresenta ancora l"area che mette più in difficoltà la vita della donna, in cui si passa dal disagio psichico al reato e tale circostanza attraversa le società e le etnie orizzontalmente.

Rispetto a tale problematica, che vede le donne autrici di reato violento o omicidario, peraltro, la vittima scatenante la reazione femminile è spesso la vittima persecutrice, il tormentatore, appunto rappresentato da figure parentali autoritarie e violente contro cui, spesso d"improvviso, si scatena la violenza femminile.

Trattasi, dunque, di un tipo di "precipitazione" particolare, non sufficientemente studiato in un"ottica di genere, anche se la dottrina ha evidenziato che, spesso, la devianza femminile, invece che concretizzarsi in commissione di reati verso la società, si dirige contro se stessa, come forma di disagio psichico o comunque viene inquadrata come tale: "Le donne s"inquadrano meglio nella tesi patologica causa delle stereotipo culturale che le riguarda[58]

Peraltro, sebbene non siano infrequenti i casi in cui la donna sia autrice di reati come l"incesto e la pedofilia (secondo alcuni dati rappresenterebbero il 17% del totale e sarebbero in crescita)[59], manca totalmente un"ottica di genere nella predisposizione dei criteri diagnostici, come quelli elaborati dai DSM, che sembrano unicamente rivolti ad un paziente uomo e altresì nelle pratiche di cura ad eccezione di quelle farmacologiche, [60]anche se vi sono studi in ordine alla distribuzione delle patologie nei due sessi[61]

1.4 I gradi di partecipazione della vittima nel reato (dalla vittima passiva alla Sindrome di Stoccolma)

Nella sensibilità sociale comune la vittima di un reato (verso la quale si ha generalmente un approccio empatico) viene sempre identificata come una persona che passivamente subisce il danno e alla stessa non viene pertanto attribuito alcun ruolo attivo, né riconosciuta alcuna possibilità d"autodeterminazione. Tale condizione è in effetti comune alla maggior parte delle parti offese che, spesso casualmente, sono oggetto di violenza (o comunque di un danno) da parte di persone non conosciute (si pensi alle morti sulle strade, alle rapine che sfociano in omicidi, a molti delitti le cui vittime sono completamente al di fuori del "mondo" del carnefice).

La percezione della vittima come totalmente passiva è supportata anche dall"analisi linguistica del termine "vittima" (dal latino victima) che evidenzia quale primo significato attribuito quello di essere vivente, animale o uomo, che viene consacrato alla divinità e ucciso nel sacrificio[62].

Da un lato dunque chi agisce contro l"altro (e vale a dire chi ha potere, chi decide) e dall"altro chi subisce; il male contro il bene.

Nei reati tra persone che hanno tra loro una relazione, però, l"analisi non può limitarsi a prendere atto delle posizioni finali (danneggiatore/danneggiato) dato che il fatto-reato si colloca all"interno di una relazione e probabilmente proprio in questa (pur in termini patologici) prende forma e trova significato.

Il tema dell"attenzione – criminogenetica – verso la vittima è un pericoloso terreno attraverso il quale si può giungere allo screditamento della parte offesa e alla sua colpevolizzazione per alleviare la posizione del reo e spesso anche le ricerche vittimologiche hanno dato spazio ad interpretazioni pro reo, soprattutto laddove hanno evidenziato delle responsabilità della vittima per i suoi atteggiamenti, per i luoghi che frequenta, per le sue caratteristiche.

La natura del presente scritto non intende deresponsabilizzare il reo o attribuire colpe alla vittima, ma analizzare le sfumature socio-psicologiche rintracciabili in quelle situazioni in cui le due parti costruiscono insieme (pur con diversi livelli d"intensità) il fatto-reato.

Per compiere un"analisi di questa casistica si deve uscire da stereotipi e tipizzazioni, allontanarsi da moralismo e senso comune, per inoltrarsi in situazioni complesse nelle quali la vittima partecipa al reato. Questo approccio è auspicabile da parte di tutti gli organi che intervengono quando la vicenda da privata (e pertanto vissuta come lecita) diventa giudiziaria (e illecita). In particolare, durante la cognizione, sarebbe opportuna un"analisi sistemica della relazione tra le due parti, utile sia per determinare il livello di responsabilità dell"imputato sia per la sollecitazione di servizi per il supporto della parte offesa o per attivare eventuali interventi di ricomposizione del conflitto. Tali attenzioni avrebbero poi una ricaduta positiva anche durante l"esecuzione penale, poiché fornirebbero agli operatori penitenziari e agli uffici di sorveglianza importanti elementi anamnestici sulla storia del reato.

All"interno delle relazioni umane non è possibile ridurre il conflitto alla mera contrapposizione tra ragione e torto, dato che esso attiene a complessi e diversificati meccanismi psicologici legati alla gestione delle emozioni, alla cultura di sé e dell"altro e al livello di emancipazione delle persone coinvolte.

Le relazioni per definizione afferiscono alla reciprocità e per tale motivo nascondono legami d"interdipendenza che spostano di volta in volta i ruoli dei due partecipanti.

Tra le innumerevoli "possibilità" di vivere una relazione, che ha sempre una dimensione di potere al suo interno, vi sono anche condizioni di forte subordinazione di un partner verso l"altro, di modalità comunicative aggressive, di rapporti sessuali violenti, di minacce d"abbandono e ricatti emotivi. Il legame può trasformarsi dunque in una relazione tra una vittima e un carnefice, in un"accezione, però, non immobile dei ruoli.

Per avvicinarsi al rapporto vittima-carnefice, nella di7mensione della dipendenza affettiva e della co-dipendenza, si può attingere alle discipline filosofiche e in particolare a Hegel, che ha formulato una teoria sulla relazione servo-signore.

Secondo il filosofo se inizialmente, in tale relazione, il padrone è il padrone ed il servo è il servo, con ruoli distinti e contrapposti, il successivo sviluppo della relazione porta il padrone ad essere dipendente dal servo, poiché non possiede più l'autosufficienza. Questo processo, se non viene interrotto dal padrone stesso tramite l'acquisizione di una consapevolezza circa il proprio stato di uomo dipendente dal lavoro di un altro uomo, può essere fatale. Ecco allora che il padrone diviene schiavo ed il servo, pur non divenendo mai realmente padrone, potrebbe comunque avvalersi del suo potere per trarne cospicui vantaggi.

Le visione hegeliana serve per introdurre un primo concetto fondamentale nell"analisi del fenomeno e cioè la mutabilità dei due ruoli.

Una dinamica di questo tipo, collocata all"interno di una coppia, traduce i "vantaggi" in senso relazionale ed emotivo in quanto, sopratutto laddove sono presenti problematiche di dipendenza o codipendenza, conferisce alla vittima (cioè a chi ricopre in quel momento lo status di "servo") un"elevata dose di potere nell'ambito della relazione.

Nella coppia questa relazione fa sì che il partner "carnefice" misuri il proprio valore dall'oppressione del partner "vittima" e l"unica modalità per non correre il rischio di diventare vittime è sottomettere l'altro, in una sorta di circolo vizioso interminabile ed è chiaro come tale dinamica accentui (e renda "unico") il legame tra i due partners e, pertanto, al contempo quasi indissolubile.

Un assetto simile può essere lo scenario di un reato e in queste circostanze è necessaria un"analisi dei livelli di responsabilità delle due parti in causa.

Lo studio delle vittime dei reati e la connessa nascita della vittimologia, ha fatto emergere un interesse sempre maggiore verso il ruolo della vittima, in primis come strumento di prevenzione sociale e per orientare le scelte di politica criminale, dato che tale disciplina è in grado di analizzare (quantitativamente e qualitativamente) le tipologie di vittime e cioè di indicare persone e luoghi maggiormente a rischio. Infatti, sapere che talune categorie di persone sono più facilmente vittimizzate induce ad alzare il livello d"attenzione verso alcuni luoghi, comportamenti, classi sociali.

La disciplina ha poi cercato di comprendere i motivi alla base dell"esposizione al rischio di vittimizzazione.

Sin dai primi studi vittimologici, emerge il tentativo di creare una sorta di identikit della vittima partendo da alcune predisposizioni (concetto di vittima latente elaborato da Von Hentig[63]) con un approccio positivista, tanto che nei suoi studi Von Hentig elencava una serie di categorie più facilmente vittimizzabili (i minori, le donne, gli anziani, le persone con fragilità mentali e gli immigrati) collocando pertanto alcune caratteristiche (o comportamenti) nel concetto di vittima coma agente provocatore, in senso lato.

Lo stesso autore, poi, traccia alcuni profili psicologici più facilmente rintracciabili nelle parti offese (il depresso, l"acquisitivo, il seducente promiscuo ecc) sino a giungere al concetto di vittima criminale.

Per quanto concerne le predisposizioni (concetto fortemente criticato per il suo approccio deterministico) venivano individuate predisposizioni bio-fisiologiche, sociali, e psicologiche. Tali concetti, depurati dalle teorie positiviste, saranno poi rielaborati da Kermen[64] in quello di "rischio differenziale", termine condiviso dalla criminologia moderna.

Anche gli studi di altri autori (come Fattah) hanno un taglio deterministico, nel senso che il concetto di predisposizione (proneness) coincide con quello di vulnerabilità (vulnerabiliy) e cioè fornisce una lettura, oltre che più quantitativa che qualitativa, semplificata del fenomeno della vittimizzazione.

Con le critiche di alcuni autori, negli anni "80 sono state riformulate le teorie sulle predisposizioni. Uno dei primi dati che emerge in tali studi, che si ritiene tuttora un elemento di comprensione di taluni fenomeni, è quello della vulnerabilità per ruolo sociale subordinato (come nel caso delle donne) e al contempo il desiderio di potere e sottomissione insito nei reati di violenza.

Gli studiosi di vittimologia arrivano poi a trattare un tema che è centrale nella presente trattazione e cioè, prescindendo dalla più o meno alta probabilità di essere vittimizzati (per una serie di fattori di rischio), quello della corresponsabilità della vittima nel reato (concetto di shared responsability[65]).

Questo approccio mette in rilievo un tema complesso ed essenziale nei reati all"interno di relazioni e cioè la mutualità, il fatto che la vittima non è sempre un oggetto passivo della condotta criminale, ma può giocare un ruolo attivo e contribuire in qualche modo alla sua vittimizzazione[66]; si esce dalla semplificazione dei due ruoli netti e contrapposti (reo-vittima) e si approfondisce – in un"ottica più sistemica e interazionista – il rapporto e il suo sviluppo nel peso della criminogenesi.

Da tale campo d"indagine sono escluse tutte le vittime accidentali o le cosiddette vittime simboliche[67].

E" importante sottolineare, in modo scevro da valutazioni di tipo moralistico o giudicante, che in molte situazioni delittuose si deve analizzare il contesto socio-psicologico che accompagna/slatentizza il comportamento deviante e che – più in generale – lo permette.

Spesso invece in una pur comprensibile, posizione di protezione della parte offesa, sin dalle indagini preliminari viene scarsamente indagato l"elemento della "relazione" (che per sua natura richiama la reciprocità) tra il reo e la vittima, spesso confuso, dai contorni patologici, scarsamente comprensibile agli occhi di un indagatore esterno che non ne ha vissuto la valenza emotivo-affettiva. Spesso, insomma, si tende a semplificare ciò che in realtà è molto complesso.

Sempre Von Hentig è uno dei primi studiosi che tratta il tema del rapporto tra vittima e delinquente, evidenziando quanto questo possa portare anche all"inversione dei ruoli.

Il dato quantitativo, cioè le peculiarità che rendono più vulnerabile una persona e pertanto più facilmente oggetto di violenza, è solo un lato del complesso apporto vittimologico. Soprattutto nelle relazioni di coppia, infatti, sono elementi di tipo personale, pur collegati ad elementi sociali, culturali e psicologici, che facilitano l"immersione in un rapporto di sottomissione.

La vittimologia ha iniziato a "studiare" le vittime nel tentativo di classificarle, strutturando teorie anche molto criticate per la loro colpevolizzazione e per l"eccessiva parzialità delle ricerche connesse agli studi teorici. Anche la classificazione di Mendelsohn[68], in merito alla partecipazione morale delle vittime ai reati, classifica i comportamenti suddivisi per gradi/stadi, cioè partendo dall"innocenza e giungendo alla vittima più colpevole del criminale. Quest"ultima fattispecie viene spiegata dall"autore con il fatto che il criminale commette spesso l"azione in uno stato d"ira incontrollabile mentre la vittima che ha provocato il reato (sollecitando e alimentando l"ira del reo) lo fa coscientemente e pertanto con un dolo maggiore del reo stesso.

L"approccio di molti autori che hanno trattato lo studio delle vittime, come già detto, si è tradotto in classificazioni (per lo più simili tra loro), anche se negli anni "70 fu chiaro che il metodo aveva dei limiti strutturali e che il comportamento umano non è così facilmente etichettabile.

Schafer, [69] pur ammettendo tali limiti, orienta il suo studio alla classificazione delle tipologie di vittima, in tema di responsabilità condivisa: da quelle che non hanno alcuna relazione con il criminale, passando per le vittime provocatrici e giungendo a quelle "catalizzatrici" e cioè quelle precipitanti. Si deve rilevare che in tali studi il termine "provocazione" non attiene strettamente ad azioni devianti o violente, ma in genere a quei comportamenti (nelle relazioni affettive ad esempio le false promesse e i tradimenti) che possono far scaturire reazioni delittuose.

Secondo Fattah[70] la vittima svolge un ruolo funzionale quando il suo comportamento provoca il reato (in termini di cooperazione al delitto) perché contribuisce all"interazione tra i partecipanti, accelerando, scatenando ovvero facendo precipitare una catena di reciproche azioni e reazioni fino all"evento finale ed è proprio questa fattispecie quella denominata precipited victim (con un ruolo direttamente attivo della parte offesa).

Tale posizione si differenzia da quella relativa alla condizione di victim facilitation, cioè quando la vittima mette in atto comportamenti negligenti o imprudenti che creano le "opportunità" per il reato.

Varie sono le ricerche in tema di "precipitazione", in particolare Wolfang studia gli omicidi commessi a Philadelphia alla fine degli anni "50, riscontrando un alto numero di reati (circa il 20%) nei quali proprio la vittima ha utilizzato per prima la forza fisica e in questi casi ha riscontrato una relazione pregressa tra le due parti. Con tale studio Wolfang arrivò a scardinare alcuni stereotipi relativi alla vittima.

Vi sono stati altri studi analoghi in merito al reato di violenza sessuale che hanno sollevato molte critiche dato che, di fatto, stigmatizzavano le vittime.

In effetti il limite tra ricerca sistemica e giustificazione del reo appare labile e il rischio è quello di colludere con le posizioni difensive dell"autore del reato. Quest"ultimo, infatti, (ne sono testimonianza molte narrazioni di chi ha commesso un delitto contro la persona) per attenuare la propria posizione spesso si autogiustifica attribuendo alla vittima la totale responsabilità del reato, come ben evidenziato nella teoria della neutralizzazione di David Matza[71] o in quella del disimpegno morale di Albert Bandura.

L"interesse deve essere esplicativo e spostato non tanto sulle vittime che precipitano o provocano l"azione illecita, ma sul ruolo "comunicativo" (inteso pur in un"accezione patologica) del reato allorquando tra i due vi è una relazione asimmetrica con le relative posizioni di up e down che, nella loro mobilità, creano le condizioni per la commissione di un reato. Ed è allora con la "partecipazione" di entrambi che si costruisce il reato e il nucleo centrale diviene non l"una o l"altra parte ma la relazione che le lega.

Negli studi di vittimologia vi sono stati autori che hanno analizzato proprio la relazione, quali Ellenberg[72] che ne individua tre tipologie: quella nevrotica (esempio nel parricidio), quella biopsicologica (con l"attrazione reciproca delle due parti) e quella genobiologica (facendo risalire a questioni ereditarie la relazione).

Inoltre, recentemente, alcuni autori, come Avison [73], hanno distinto i concetti di "partecipazione" e di "precipitazione", pur posti in un continuum dove è proprio il diverso (e sempre più inteso) grado della prima a portare alla precipitazione del reato.

Il problema centrale è comprendere le motivazioni che agevolano la vittimizzazione attiva, ad esempio le cause che portano una donna a vivere per molto tempo una relazione violenta con il proprio partner e a subirne vessazioni continue, giungendo – in una certa fase della propria vita – ad individuare tali comportamenti come negativi e illeciti (e da lì la denuncia), salvo poi rientrare in quel mondo (spesso "protettivo" e "rassicurante" dal punto di vista psicologico) tanto da ritirare la denuncia o in ogni caso da prendere le difese del proprio aggressore, in sede processuale, o nel proseguire la relazione affettiva durante l"esecuzione della pena.

Vi sono stati tentativi di spiegazione dei meccanismi che inducono un tale comportamento che, di fatto, cronicizza la condizione di vittima sin dagli anni "70, con la sindrome della donna maltrattata (battered woman syndrome) [74] con la messa in luce dei disturbi correlati alla vittimizzazione domestica (post traumatic stress disorder) e con la conseguente comparsa d"improvvisi flash back legati alla violenza subita; così come nel possibile condizionamento all"interno di una sorta di trasmissione intergenerazionale della violenza e di relativo "apprendimento" della stessa.

Le considerazioni su situazioni di violenza reiterata, non possono non tenere conto dell"elemento del potere che il carnefice ha nel suo rapporto con la vittima e dei relativi meccanismi di difesa intrapsichici della vittima, ciò che secondo Anna Freud[75] è "l"identificazione con l"aggressore" vissuta anche dai bambini per padroneggiare l"angoscia verso una persona ritenuta pericolosa, da un lato per superare il senso di colpa che prova, dall"altro per il timore di un epilogo tragico.

Noti sono gli studi sulla reazione positiva della vittima verso il proprio aggressore, si pensi alla Sindrome di Stoccolma[76], il cui termine deriva da una rapina messa in atto nel 1973 presso la Kredibanken della capitale svedese, durante la quale s"instaurò un rapporto quasi affettivo tra i sequestratori e le vittime (che restarono nella banca per qualche giorno) e in particolare tra una donna e uno dei rapinatori, tanto che in sede di giudizio furono le parti offese a chiedere clemenza ai giudici per i sequestratori.

Analogo il caso della c.d. Sindrome da dirottamento (Hijackee syndrome), sempre attinente al rapporto che si può creare (di non ostilità) tra i passeggeri e i dirottatori[77].

Le due situazioni sopra esposte attengono però a reati con vittime casuali e in questi casi proprio il comportamento di chi commette il reato, meno spaventoso e aggressivo, di quanto immaginato dalle vittime e il particolare stato di fragilità di queste ultime agevola il processo di avvicinamento affettivo al carnefice che assurge - al contempo - al ruolo di salvatore (cioè di colui che può decidere di salvare la vittima).

Nelle relazioni duali, invece, non trascurabili sono i tratti di personalità dei soggetti coinvolti, talvolta con problematiche quali il disturbo sadico di personalità[78] che induce il carnefice a mettere in atto un comportamento aggressivo e umiliante nei confronti della sua vittima poiché trae godimento dalla sofferenza dell"altro e il cui corrispettivo, al contrario, è il disturbo masochistico.

Vi sono stati autori che hanno cercato di immaginare una sindrome di Stoccolma in contesto di coppia, al XIV Convegno Mondiale della Società Internazionale per la Ricerca sull"Aggressione (tenutosi a Valencia nel luglio 2000)[79], è stato presentato da Andrei Montero-Gomez (della Società Spagnola di Psicologia della Violenza) uno studio sulla struttura sequenziale di reazioni psicofisiologiche che generano infine nella donna vittima una variante della sindrome di Stoccolma, quella che Montero ha chiamato Domestic Stockholm Syndrome (DSS).

La DSS è raffigurata come un legame interpersonale di protezione, costruito tra vittima e aggressore, nel quadro di un ambiente traumatico e ipostimolante, in cui si colloca l'induzione nella vittima ad una sorta di protezione della propria integrità psicologica attraverso l"accettazione del maltrattamento, al fine di recuperare l'omeostasi fisiologica e comportamentale.

La sindrome sarebbe il risultato di un processo reattivo che si verifica nella vittima durante la situazione traumatica. Il processo dovrebbe includere quattro fasi: innesco, reindirizzamento, coping e adattamento. In fase d"attivazione, le prime percosse del partner rompono uno spazio precedentemente costruito dalla coppia e cioè lo spazio emotivo in cui erano state riposte fiducia e aspettative nell"altro; questa fase innesca nella vittima un generale disorientamento, la perdita di riferimenti e reazioni di stress, con la tendenza a diventare cronici e a favorire l"insorgere di fenomeni depressivi.

Nella fase del reindirizzamento, le vittime cercano nuovi parametri di riferimento per il futuro e tentano di riorganizzare i propri schemi cognitivi al fine di evitare la dissonanza tra il comportamento violento e il partner.

La vittima entra allora in uno stato d"impotenza e di resistenza passiva, dando luogo ad una fase di confronto, dove ha assunto il modello mentale del partner e cerca modi per proteggere l"integrità psicologica, cercando di gestire il trauma

Nell'ultima fase di adattamento, la moglie proietta la colpa verso l'esterno, verso gli altri e la sindrome di Stoccolma è consolidata attraverso un processo d"identificazione che spiega, attraverso il modello mentale dell"aggressore, la situazione vissuta e le relazioni causali che l"hanno generata.

Tali condizioni ritardano (o impediscono) la denuncia dell"aggressione o se giungono ad una querela, vedono spesso il ritiro della stessa e la creazione di un circolo vizioso all"interno della coppia.

Analogo il modello d"approccio di Graham (1995) che si basa su una ricerca effettuata attraverso una scala di valutazione, attorno ad alcuni indicatori (in particolare le distorsioni cognitive, le strategie di coping, il danno psicologico e l"assetto di 'amore-dipendenza'.

Tale scala è stata progettata per rilevare la comparsa della sindrome nelle donne giovani abusate dai loro compagni e si basa sull'idea che la sindrome è un prodotto di una sorta di stato dissociativo in cui la vittima nega la parte violenta del comportamento dell'aggressore e si attacca al lato positivo percepito di chi abusa.

Un altro elemento che si deve considerare è quello del "plagio", si pensi ai casi estremi di totale sottomissione, al di fuori di rapporti duali di coppia, come avviene per gli adepti di sette o gruppi religiosi nei quali vi è la figura predominante di un leader e un progressivo allontanamento dalla realtà (e dalla capacità di leggerla in senso critico) dei soggetti e una devozione incondizionata al "capo"[80].

Si deve infine considerare quanto il fenomeno delle violenze/maltrattamenti all"interno della coppia trovi origine non certo nell"atto illecito ma che, anzi, questo spesso non è altro che un episodio culmine (o la ripetizione di una modalità relazionale) che in certi casi è elemento fondante della coppia stessa.

Lo psicanalista inglese John Bowlby ha strutturato la c.d. "teoria dell"attaccamento" che intende spiegare quanto sia la scelta del partner, sia il modo di vivere la relazione siano da ricondurre alle esperienze vissute in età infantile con le figure genitoriali. Infatti egli sostiene che[81] gli esseri umani tendono a stringere legami affettivi preferenziali lungo tutto l"arco della vita, secondo un modello fornito dalla relazione precoce madre-bambino (modello sicuro, modello evitante o distaccato, modello ansioso/ambivalente). Secondo tale approccio è possibile poi negli anni della maturità sperimentare rapporti diversi, ma anche in questo caso, in momenti di forte stress e difficoltà emotiva, riaffiorano i modelli relazionali vissuti in età infantile.

Bowlby nel mettere a fuoco il legame tra stile di attaccamento e organizzazione di personalità, indica l"attaccamento disorganizzato come fattore favorente di disturbi ossessivo-complusivi e bordeline ed è in questa condizione che emerge in modo prevalente l"immagine del rapporto come intriso di paura e collera, sperimentata nel rapporto con il genitore e nel quale si costruiscono, pertanto, molteplici, mutevoli e incompatibili rappresentazioni di sé con l"altro nell"attaccamento, spostandosi fra le polarità rappresentative del "salvatore", del "persecutore" e della "vittima".

Tale approccio teorico conferma la mutevolezza e la mobilità dei ruoli all"interno della coppia e comporta una compartecipazione alle dinamiche che si vengono a creare al suo interno

La comprensione di situazioni in cui la vittima accetta il suo ruolo (e in certi casi lo ricerca) non può prescindere dalla comprensione dei significati e della realtà del sé che la persona costruisce attivamente, senza la quale si rischia di "misurare" i ruoli secondo la realtà dell"operatore (e la sua appartenenza culturale) con il rischio di non penetrare nel mondo simbolico altrui e di non leggere la situazione nella sua complessità.

CAP. 2 L"AUTORE DEL REATO E LA VITTIMA "PRECIPITANTE" NELLE SENTENZE DI CONDANNA. ANALISI DI CASI E RIFLESSIONI SUL MATERIALE GIUDIZIARIO

2.1 Il caso di K.V.

Come più volte ribadito dalla giurisprudenza di merito, i reati di violenza sessuale e maltrattamenti all"interno di una coppia hanno spesso quale unica fonte di prova la testimonianza della parte offesa, proprio per il contesto di coppia (e cioè intimo e non noto agli altri) che li contraddistingue. Il tema centrale di tali procedimenti diviene allora accertare la credibilità della parte offesa nel suo racconto di vittimizzazione e anche nei casi in cui vi è una palese ritrattazione, l"Autorità Giudiziaria può leggere tale elemento come una conseguenza della forte subordinazione della vittima nei confronti del reo, ritenendo comunque di doverla "difendere" emettendo una sentenza di condanna.

Un caso di questo genere è quello di K.V. un giovane emigrato dall"est europeo nel 2006 e che proviene da un contesto di notevole disagio sociale ed economico. Nel Paese d"origine lascia un figlio, avuto in tempi precoci dall"ormai ex compagna e il suo percorso migratorio non trova una facile stabilizzazione (infatti egli non ottiene i documenti per regolarizzare la sua posizione e lavora "in nero" come operaio). In questa fase della sua vita conosce una connazionale e con lei inizia una convivenza. Uno degli elementi che li accomuna è la difficile condizione di "clandestini" e le conseguenti precarie entrate economiche. Se da un lato questa cornice rende difficoltosa la relazione, dall"altro la rinsalda e di fatto unisce la coppia.

Per poter stare maggiormente vicino al figlio, l"uomo torna per un periodo di circa tre mesi al Paese d"origine e al suo ritorno, dopo pochi giorni, viene denunciato dalla compagna per violenza sessuale e rapina. La ragazza racconta di essere sempre stata per lui una fonte di "reddito", nel senso che lui l"aveva abituata a dargli quasi l"intero stipendio (che lei guadagnava coma badante) e che inizialmente lei credeva che ciò avvenisse perché lui intendeva custodire i soldi, poi ha saputo che anche nel Paese d"origine lui aveva chiesto alla madre di lei dei soldi. Pare insomma che nei mesi d"assenza la ragazza abbia analizzato la sua relazione, rendendosi conto della strumentalità del suo partner.

Quando lui torna, lei vuole chiarire con lui la questione, ma lui da subito mette in atto un comportamento minaccioso e vessatorio, la segue, non le permette di parlare al telefono, la strattona, la schiaffeggia sino a portarla in un albergo dove la costringe ad un rapporto sessuale. Il giorno dopo le promette un appuntamento per restituirle parte dei soldi, in un autobus la minaccia, la picchia, raggiungendo l"acme quando la ragazza viene raggiunta da una telefonata di un ragazzo suo connazionale.

Durante un"ultima colluttazione, la ragazza cerca di scappare, lui le sottrae i suoi due telefoni cellulari e, spaventato dalla gente che accorre attirata dalle urla di lei, fugge.

A questo punto lei, dopo le cure in ospedale (dal cui incartamento emergono "contusioni multiple al volto e alla gamba con prognosi di giorni tre") sporge denuncia e dopo poco lui viene arrestato.

Il GIP dispone, su richiesta del PM, il giudizio immediato, il difensore chiede il rito abbreviato e nella sentenza si ripercorre l"intera vicenda della coppia, con testimonianza delle persone vicine alla parte offesa (coinquilina, sorella, amico) che l"avevano sentita nei giorni delle violenze di lui.

L"uomo ammette sostanzialmente gli addebiti, tranne la violenza sessuale (dato che il rapporto realmente consumato era stato secondo lui condiviso dalla ragazza) e connota però la vicenda in un modo completamente diverso da quello della parte offesa. Racconta, infatti, di essersi accorto, non appena rientrato dal Paese d"origine, del mutato atteggiamento della ragazza e che la stessa gli aveva confessato dapprima di averlo tradito – durante la sua assenza – e poi di avere in corso una relazione con un altro uomo. Tale notizia, unita al timore di perderla, avrebbe fatto scaturire in lui l"aggressività, comunque meno lesiva di quanto narrato dalla donna.

Nello svolgimento del processo, il Giudice analizza la testimonianza della parte offesa, premettendo che "la Suprema Corte (Cassa. Pen. Sez. V 27.04.199 9 n. 6910 e Cassa. Pen. Sez. I 04.07.1995 n. 1622) ha più volte statuito che le dichiarazioni rese dalla parte offesa siano assimilabili alla testimonianza anche quando integrino l"unica prova del fatto da accertare".

Ritiene credibile, e coerente da un punto di vista logico, il racconto della parte offesa e in tema specifico di violenza sessuale, alla luce del fatto che la donna ammette di essersi spogliata, sotto minaccia di lui e di aver "acconsentito" al rapporto nella speranza di essere liberata, ricorda il concetto, più volte ribadito dalla giurisprudenza, di "volontà coartata" della vittima e del fatto che è sufficiente che il rapporto sessuale non voluto dalla parte offesa sia consumato anche solo approfittando dello stato di prostrazione, angoscia o diminuita resistenza in cui la vittima è ridotta" per configurare un reato.

Riporta a tale proposito un caso trattato dalla Corte di Cassazione sez. 3 nel 1994 (sentenza n. 3141), riguardante una violenza sessuale tra marito e moglie e dove veniva osservato che "il rapporto era stato sì consenziente ma si era trattato di un consenso viziato dai maltrattamenti subiti, che avevano dato luogo ad uno stato di prostrazione incapacità a resistere".

Il Giudice riporta tali orientamenti al fine di asserire la responsabilità dell"uomo che invece negava la violenza sessuale.

La sentenza si chiude con la condanna ad anni cinque di reclusione (non riconoscendo le attenuanti generiche invocate dalla difesa), senza costituzione di parte civile.

In fase d"Appello, la difesa produce – tra l"altro – una lettera della parte offesa nella quale ella si pente di aver denunciato il fidanzato, gesto che aveva fatto perché era "arrabbiata, disperata, gelosa", dichiara altresì di non essere stata in grado di far capire il suo stato d"animo alla polizia perché aveva vergogna ad ammettere che "la colpa era tutta sua" e di aver tentato di ritirare la denuncia (ma di non averlo potuto fare perché da un punto di vista giuridico era impossibile) e che non avendo saputo della celebrazione del processo di primo grado non aveva potuto rappresentare i fatti in tale sede.

La Corte rileva quanto la suddetta versione dei fatti sia del tutto in contrasto con le affermazioni che la donna aveva fatto all"epoca dei fatti (ad esempio nella telefonata alla sorella e ad un"amica) la mattina dopo la violenza e che la nuova versione è poco credibile anche perché nella lettera la donna nega pure la rapina dei cellulari (fatto del tutto pacifico). Viene quindi analizzato il nuovo atteggiamento della parte offesa "la realtà dunque è che la donna, come non raramente accade nei processi per reato sessuale, si è pentita di aver cagionato la restrizione in carcere dell"amante e, avendo appreso che per la legge italiana non è possibile ottenere, rimettendo la querela, la fine del procedimento, si è indotta ad operare una (falsa) ritrattazione, cercando quindi con tale artificio di sfuggire al meccanismo processuale predisposto dal legislatore proprio per evitare che la persecuzione dei predetti reati sia vanificata da ripensamenti più o meno genuini".

Tale asserzione, pienamente in linea con la ratio della Legge del 1996, evidenzia la posizione del legislatore di difesa di chi è vittima di un abuso e che spesso ha così scarsa coscienza di sé e lucidità emotiva da non potersi difendere autonomamente tanto da dover essere tutelata "anche contro la sua volontà".

In termini giuridici il problema non si pone nei casi di ritrattazione "non genuina", ma nei casi in cui questa appaia dubbia; infatti, se è vero che la verità processuale la si può raggiungere in questi reati spesso soltanto attraverso la testimonianza della parte offesa, questa dovrebbe essere tenuta in medesima considerazione anche nel caso di ritrattazione.

In un"ottica psico-sociale, entrambe le situazioni sono di notevole interesse, perché si traccia quella mobilità dei ruoli (vittima/carnefice) di cui si è trattato nella prima parte. Infatti, analizzando il caso, emerge come la denuncia fosse (se si ritiene credibile la seconda versione della parte offesa) una sorta di arma per la stessa per intimorire il suo compagno e per evitare l"abbandono, in una relazione che è comunque palesemente violenta (la prognosi del pronto soccorso lo conferma).

Nella comminazione della pena, la Corte d"Appello ritiene che il Giudice di primo grado sia stato particolarmente severo e ridetermina la condanna in anni tre e mesi otto, anche perché "nessuno dei due reati possiede connotati di particolare riprovazione, posto che il grado di violenza esercitato per ottenere il rapporto sessuale non fu particolarmente elevato e che comunque tra i due partner vi era stata fino a poco prima una relazione sentimentale…".

Una volta passata in giudicato la sentenza, nell"Istituto penitenziario ove il condannato è ristretto si avvia il procedimento dell"osservazione della personalità ed emerge in primis la storia personale del soggetto, non esaminate durante il processo: egli proviene da un nucleo familiare caratterizzato da precarie condizioni economiche e la povertà del contesto sociale favorisce condotte aggressive del padre sugli altri membri della famiglia. Dopo aver frequentato la scuola dell"obbligo lavora come manovale, a soli 18 anni si sposa e da tale legame nasce un figlio. In questa fase della sua vita, anche seguendo l"esempio di connazionali, emigra in Italia dove, dopo poco, conosce la parte offesa con la quale allaccia una relazione sentimentale.

Secondo il resoconto autobiografico del soggetto, gli elementi che hanno contestualizzato/favorito il reato sono da rintracciare nella sua assenza protratta per circa tre mesi e i pregressi e reciproci tradimenti.

Gli elementi di osservazione intramuraria sul soggetto evidenziano la condotta regolare in carcere, la volontà di mettere in atto un percorso di reinserimento sociale, anche attraverso la partecipazione ad attività varie quali il lavoro e comunque non si ravvisano nella sua personalità comportamenti violenti o di sopraffazione.

Emerge nella posizione di lui la consapevolezza circa la lesività dei fatti, fatta risalire, appunto, al legame sentimentale che lo univa (e lo unisce) alla vittima. Questa chiede di effettuare colloqui in carcere con il condannato e la Direzione dell"Istituto ritiene di voler meglio comprendere il rapporto tra i due, organizzando un primo colloquio alla presenza dell"educatore che segue il percorso di lui.

Emerge, dall"osservazione diretta, l"assenza di conflitto e "un legame profondo che si è evoluto anche a causa della vicenda giudiziaria".

Nell"analisi che gli operatori fanno della situazione emergono due elementi quali sfondo favorente della condotta lesiva: la giovane età nella quale i due hanno iniziato il rapporto e la condizione comune di clandestini, difficile e portatrice di stress.

Si rileva quanto la "coppia" abbia ritrovato una sorta di serenità (anche tramite una "rilettura" congiunta dei fatti) e faccia progetti per il futuro.

Gli operatori, al fine di acquisire ulteriori elementi d"osservazione, chiedono all"Ufficio Esecuzione Penale Esterna di svolgere un"indagine sociale sulla donna e da tale intervento emergono elementi coerenti con l"osservazione intramuraria, in particolare la circostanza del matrimonio in giovane età di lui (contratto come modo per emanciparsi da un nucleo familiare vissuto negativamente) e della gelosia durante la convivenza con la parte offesa. Si legge quanto "entrambi abbiano sottovalutato le conseguenze giuridiche e penali di una denuncia per violenza sessuale determinata da un reciproco tradimento e da un episodio in cui lui ha schiaffeggiato la donna". Viene riportato il dato del tentativo di ritirare la denuncia da parte di lei.

La donna riferisce all"assistente sociale di non sentirsi minacciata da lui (in modo speculare al fatto che lui non prova rancore per lei e vive con rassegnazione la detenzione, secondo le loro versioni di fatto immotivata) e che intende sostenerlo nel suo percorso di reinserimento sociale.

Gli elementi raccolti tracciano un quadro complesso della relazione tra i due in cui appare quale "elemento estraneo" il procedimento penale e l"Autorità Giudiziaria, nel senso che il conflitto (oggetto del procedimento) che già appare affievolito nella fase del Giudizio d"Appello sembra ormai del tutto ricomposto nella fase dell"esecuzione della pena e dunque proprio nella fase volta all"elaborazione del significato del danno, della rivisitazione delle azioni delittuose del reo e della sollecitazione alla visione empatica della vittima.

Il procedimento di osservazione e il conseguente trattamento rieducativo partono dal presupposto della condanna, quale dato oggettivo e devono, da un lato indagare il contesto nel quale si è consumato il reato (sia in termini socio-culturali sia in termini di personalità dell"individuo[82]), dall"altro accompagnare il soggetto a comprendere la propria responsabilità verso la parte offesa e a mettere in atto azioni di riparazione del danno[83].

In casi come quello trattato, il condannato percepisce un gap tra la sua situazione (passata e attuale) e ciò che l"operatore cerca di sollecitare in lui. Elemento di notevole conferma di questo gap è la presenza costante e rassicurante della parte offesa che di fatto annulla la portata lesiva del comportamento deviante, anzi lo nega insieme al reo.

I problemi si collocano in più fasi, quindi, del percorso penitenziario: in primis ci si deve porre il quesito relativo al piano del "cosa osservare" in simili circostanze. Gli elementi che fanno da retroscena alla relazione sono certamente gli strumenti culturali, l"identità sociale (e cioè cosa s"intende per "uomo", "compagno"), le figure di riferimento affettivo (es quelle genitoriali), le competenze emotivo-affettive e la capacità di mettersi in contatto profondo con le proprie emozioni. Appare inoltre necessario rilevare se vi sono stati elementi che hanno favorito l"aggressività (es. l"abuso di alcool).

Si può accompagnare il condannato a spingersi al livello più alto possibile di attribuzione di responsabilità ("non l"ho mai violentata ma ammetto che la maltrattavo ogni tanto") al fine di comprendere quale è nell"attualità la posizione del soggetto e di elaborare insieme strategie di reazione alternative alla causa del maltrattamento.

2.2. Il caso di R. F.

E" un altro caso in cui è stata emessa una sentenza di condanna "a difesa" della donna denunciante, non avendo ritenuto, il giudice, veritiera la successiva ritrattazione.

R. F., cittadino italiano di circa 40 anni, coniugato con due figli minori, viene condannato per violenza sessuale e per maltrattamenti. Il procedimento ha origine dalla denuncia della moglie che raccontata alle forze dell"ordine la crisi della coppia, perdurante da circa dieci anni e caratterizzata dai continui tradimenti del marito che si accompagnava anche a prostitute, tanto che la stessa rimaneva contagiata da una malattia venerea e che la costringeva con le minacce, e a volte anche mediante schiaffi, pugni e calci, da cui derivavano in un"occasione lesioni lievissime refertate, a subire frequenti rapporti sessuali violenti, cui lei si sottometteva per evitare conseguenze peggiori e per evitare che i figli si accorgessero di quanto stava avvenendo. Soltanto in un"occasione, precedente di tre anni la denuncia, la stessa si era recata al pronto soccorso, ma pochi giorni dopo era tornata al posto di polizia presso l"ospedale, affermando di non voler denunciare il marito. Pertanto, La denuncia della coniuge risale a due anni prima del processo, tenutosi con il rito abbreviato condizionato all"esame della persona offesa, ma riguarda fatti svoltisi per circa dieci anni. A seguito della denuncia, furono sentiti dalle forze dell"ordine durante le indagini, come testimoni indicati dalla querelante, i vicini di casa, la sorella, il figlio quasi maggiorenne e tutti confermarono la sussistenza di una grave litigiosità all"interno della coppia che era sfociata in alcuni casi in percosse. Dopo sei mesi dalla denuncia, la parte offesa si recava nuovamente dalla Polizia rimettendo la querela, accompagnata dal marito, che accettava. Il pubblico ministero iniziava comunque l"azione penale stante l"irretrattabilità della denuncia per il reato di violenza sessuale e la perseguibilità d"ufficio del reato di maltrattamenti. Durante il giudizio abbreviato condizionato all"esame della persona offesa, questa confermava che i rapporti si erano normalizzati poco dopo la denuncia, che in realtà negli anni aveva ricevuto uno schiaffo soltanto e che era stata costretta a subire un rapporto sessuale soltanto nell"occasione che aveva dato luogo alla denuncia; inoltre dichiarava di essersi spesso rifiutata di avere rapporti sessuali, poiché aveva scoperto che il marito frequentava delle prostitute, ma che come conseguenza aveva ricevuto solo insulti. Risulta dalla sentenza che durante l"esame in aula fu redarguita dal Giudice a dire la verità e a non guardare l"avvocato prima di rispondere alle domande del P.M. e che la stessa si era sempre presentata alle udienze tenendosi per mano con il marito. Nella motivazione della condanna, sì da atto della notevole discrasia tra la querela e la remissione, la prima resa nell"immediatezza degli ultimi fatti e riscontrata anche dalle dichiarazioni dei testi con cui la parte offesa si era confidata nel tempo. Per tale motivo, il comportamento della moglie che aveva rimesso la querela e che non aveva più coltivato la separazione giudiziale dal marito, non fu ritenuto credibile e sintomatico della limitata gravità di quanto accaduto, ma piuttosto della volontà di ridimensionare la colpevolezza del marito per limitare le conseguenze dannose, come ad esempio l"ingresso in carcere, e di mantenere unito il nucleo familiare. In sentenza, non si specifica se l"autore del reato sia stato o meno sentito in quanto non vengono riportate le sue eventuali dichiarazioni; dunque non si conosce la sua versione dei fatti, il "movente" del comportamento tenuto, le ragioni della negazione della responsabilità; neppure risulta che si sia indagato in ordine alla sussistenza di eventuali problematiche di tipo psicopatologico come ad esempio di sex addiction, [84], stante la continua necessità di rapporti sessuali, che pure sono adombrate in sentenza, tanto che si ricorda che la parte offesa aveva anche consultato, proprio per questo motivo, il medico curante del marito.

Dalla lettura della sentenza non emerge alcuna indagine sulla personalità dell"autore del reato e sul contesto familiare e ambientale in cui era maturato il reato. In sede di gradazione della pena, vengono concesse le attenuanti generiche in considerazione dell"incensuratezza, del corretto comportamento processuale e dell"intento di riconciliazione manifestato dopo la commissione del reato, alla cui veridicità peraltro non si era creduto. Dunque, approda all"esecuzione penale un soggetto di cui nulla si conosce sennonché è stato accusato dalla moglie di minacce, percosse, violenza sessuale e continui maltrattamenti, con successiva ritrattazione, che è incensurato e dunque affronta la prima esperienza detentiva. In poche righe viene risolto il problema, alquanto importante invero ai fini della graduazione della pena, relativo alla sussistenza o meno di resipiscenza, che forse, con una lettura benevola, può ritenersi compresa nella volontà di riconciliazione, presa in considerazione dal giudice insieme al corretto comportamento processuale. Per il giudice di sorveglianza non è indifferente conoscere se il corretto comportamento processuale e l"intento riconciliativo siano stati dettati (sempre per ciò che emerge dal processo) da mero calcolo o da consapevolezza dell"errore compiuto. Nel caso di specie, peraltro, la moglie continuerà a frequentare in carcere il marito, insieme ai figli, e la relazione proseguirà senza apparenti criticità; la condotta in carcere si manterrà regolare e corretta, senza dare mai segnali di comportamenti prevaricanti.

2.3 Il materiale giudiziario nel procedimento di sorveglianza e di osservazione penitenziaria

La sentenza di condanna è il primo documento che il magistrato di sorveglianza e gli operatori del trattamento penitenziario, gli educatori e gli psicologi presenti in carcere, devono conoscere, quando entrano in contatto con un soggetto condannato nei cui confronti deve essere impostato un progetto rieducativo.

La sentenza ha, di fatto, molti destinatari: ovviamente le due parti processuali, ma anche il giudice che si dovrà occupare della sua esecuzione e cioè il magistrato di sorveglianza. Occorre, infatti, tenere presente che il meccanismo costruito sul coordinamento degli istituti della procedura penale relativi alla fase esecutiva e di sorveglianza con quelli di diritto penitenziario, non prevede l"esecuzione automatica della sentenza. Infatti, qualora la pena sia stata contenuta in sentenza entro determinati limiti e non riguardi i reati di maggiore allarme sociale, sarà il Tribunale di Sorveglianza a decidere (questa valutazione interviene nell"80 % delle condanne definitive) se il condannato espierà la pena in carcere o rimanendo nella società, ma sottoponendosi a controlli circa il mantenimento di condotta regolare previsti dalle cd misure alternative alla detenzione. La ratio di tale scelta legislativa è fondata sulla consapevolezza dell"effetto criminogeno e desocializzante del carcere. Secondo un"analisi realistica di politica criminale, la scelta del carcere per tutti i condannati, oltre ad essere insostenibile dal punto di vista dei costi, produce risultati incongrui con i fini per quanto riguarda il contenimento del pericolo dii recidiva, considerato che risulta dato statistico stabile che le persone che espiano la pena in misura alternativa, tornano a delinquere in misura sensibilmente ridotta rispetto a chi rimane in carcere per tutta la durata della pena.

Per i reati di violenza sessuale, però, il legislatore ha ritenuto, in considerazione della gravità del reato, che il meccanismo sospensivo dell"ordine di esecuzione di cui all"art. 656 c. 5 c.p.p., non fosse applicabile. Il condannato deve, dunque, entrare comunque in carcere, anche se incensurato e potrà avere accesso ai benefici penitenziari soltanto dopo aver svolto almeno un anno di osservazione con l"ausilio dell"esperto criminologo o psicologo[85]. Peraltro, com"è noto, le carceri italiane, a causa dell"assenza cronica di personale deputato al trattamento rieducativo (gli psicologi sono retribuiti per 17 ore al mese indipendentemente dal numero di detenuti presenti) [86] non sono attrezzate a svolgere tale tipo d"indagine, alquanto complessa, per tutti i reclusi, persone, dunque, che passano il tempo della pena come "ibernati"[87] nelle loro problematiche comportamentali e relazionali spesso causate da disagio psichico e da comorbilità con l"abuso di sostanze stupefacenti, emarginati dalla restante popolazione carceraria cui sono invisi[88], con la conseguenza che nulla o quasi il carcere riesce ad incidere sul pericolo di futura recidiva.

Si comprende, dunque, come sia prezioso, proprio ai fini della tutela della collettività, il lavoro riabilitativo che la magistratura di sorveglianza, che non costituisce il giudice del fatto, ma il giudice della persona condannata, è chiamata a svolgere e come sia importante offrire, già dalla sentenza, un quadro il più possibile esaustivo della personalità del colpevole e della relazione (qualora vi sia ovviamente) con la vittima.

In linea generale, però, occorre rilevare che la sentenza si sofferma soprattutto sul tema della prova in ordine alla colpevolezza o innocenza, preoccupandosi di motivare nel dettaglio gli argomenti logici che sorreggono la relativa decisione, ma poco spazio ha, in genere, la descrizione della personalità dell"autore di reato nei cui confronti la pena deve comminata, anche nei casi di reati in cui eventuali problematiche personologiche o relazionali possono giocare un ruolo importante nell"individuare il grado di colpevolezza.

Il legislatore richiede, però, al giudice di determinare il quantum della pena, tra il minimo e il massimo stabilito per ogni singola fattispecie, in relazione alla gravità del fatto e alla personalità del colpevole. Occorrerebbe dunque, in primo luogo, che maggiormente emergesse la descrizione delle circostanze indicate dall'art. 133 2° comma c.p., che sono state considerate ai fini della decisione. In particolare, in relazione alla personalità del condannato, dovrebbero essere indagati ed esplicitati i motivi a delinquere e il movente dello specifico reato commesso, le caratteristiche personologiche, la condotta di vita (antecedente, contemporanea e successiva al reato), le condizioni di vita individuale, familiare e sociale, elementi che possono emergere sia dal certificato penale, sia dal comportamento processuale, sia dall"analisi della criminodinamica

Non è che tali elementi siano del tutto obliterati dagli estensori delle sentenze, probabilmente vengono presi in considerazione nella commisurazione della pena e nel giudizio di bilanciamento delle circostanze, ma non sono esaurientemente descritti e generalmente impegnano poche righe nella parte finale della motivazione, a fronte di pagine e pagine relative alla descrizione del fatto.

La consapevolezza di scrivere un documento che è utile e fondamentale per la fase dell"esecuzione non sempre appare presente nella magistratura giudicante, forse anche perché la materia dell"esecuzione penale è considerata da sempre ancillare rispetto agli istituti del diritto penale e processuale ed è poco approfondita, sia nelle università che nei tirocini formativi.

Tale "disattenzione" costituisce quasi un paradosso, sia dal punto di vista culturale, in quanto le grandi teorizzazioni sulle caratteristiche e finalità della condanna e della pena hanno creato i principi fondanti delle moderne civiltà, sia dal punto di vista giuridico, considerato che l"esecuzione della pena rappresenta il momento di realizzazione del risultato cui sono state indirizzate la fase delle indagini e del processo ed è funzionale sia alla riabilitazione del reo che al contenimento del pericolo di recidiva. Rappresenta, anche, il momento in cui il sistema penale s"impegna per riconsegnare alla società una persona non uguale al momento in cui ha commesso il reato, ma possibilmente, migliorata.

Il Tribunale di Sorveglianza, per valutare se il condannato sconterà la pena che gli è stata inflitta in carcere oppure se è meritevole di accedere ad una misura alternativa, decisione com"è evidente alquanto complessa, deve poter conoscere, anche sulla base della sentenza, non soltanto gli elementi relativi al fatto commesso, ma anche le caratteristiche della personalità del condannato.

Occorrerebbe dunque acquisire una visione più ampia e consapevole delle funzioni del procedimento penale al fine di consentire che le sue tre fasi (indagine, processo, esecuzione) non siano (più) rigidamente separate e sconosciute ai loro operatori, ma si intersechino in un continuo rapporto paritetico di scambio.

Peraltro, tale strada è già stata tracciata da una sentenza della Corte Costituzionale la 294/"74, addirittura antecedente alla legge di riforma dell"ordinamento penitenziario. In tale fondamentale pronuncia la Corte ha espressamente affermato quanto segue: "…la necessità costituzionale che la pena debba tendere a rieducare, lungi dal rappresentare una mera generica tendenza riferita al solo trattamento penitenziario che concreta l'esecuzione della pena, indica invece proprio una delle qualità essenziali e generali che caratterizzano la pena nel suo contenuto ontologico, e che nell'astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue. Di conseguenza il precetto di cui al 3° comma dell'art. 27 Cost. vale tanto per il legislatore quanto per i giudici della cognizione, oltre che per quelli dell'esecuzione e della sorveglianza, nonché per le stesse autorità penitenziarie…"[89]. VEDI SCRITTO SU RIEDUCAZ ALTRE SENT COST

La descrizione della personalità del reo e la graduazione della pena rappresentano, dunque, un elemento problematico all"interno della sentenza, quanto meno per l"angolo visuale della sorveglianza e dell"esecuzione, mentre potrebbe costituire un importante strumento di "personalizzazione" della sentenza di condanna. Infatti: "la personalizzazione della pena, cioè l"esatta giustificazione della sua dosimetria al caso di specie, serve a scolpire il disvalore del comportamento in un dato momento storico della vita dell'individuo: l"imputato, specchiandosi in essa, ha così la possibilità di innestare quel ripensamento utile a far sì che la pena espleti davvero la sua funzione".[90]

Tali elementi conoscitivi appaiono tanto più importanti, laddove si tratti di impostare il trattamento rieducativo del condannato per reati a sfondo sessuale, soprattutto qualora la relazione con la vittima/denunciante, magari anche unica testimone delle condotte, sia perdurata durante il processo e poi durante la detenzione. E" evidente, infatti, che tale circostanza (il perdurare della relazione) se descritta in sentenza, può fornire una serie di elementi utili alla comprensione della criminogenesi e della criminodinamica in cui autore di reato e vittima sono stati protagonisti.

Invece, a volte, anche in considerazione della difficoltà oggettiva della ricostruzione del fatto in cui l"accusatore parte offesa è l"unico testimone e poi ritratta, si trovano nelle sentenze delle affermazioni che appaiono tautologiche, come ad esempio:

A) La vittima racconta: dunque è vero. B) La vittima non racconta o ritratta: ha paura, dunque è vero.

A) La vittima non vuole rivedere il partner: teme che si ripeta l"abuso. B) La vittima continua a vedere il partner: teme delle ritorsioni.

Occorre, altresì, considerare che, frequentemente, i condannati per reati sessuali, sono delinquenti primari, cioè soggetti che non hanno commesso in precedenza altri reati e neppure sono mai stati in carcere.  Pertanto, alcuni elementi a volte problematici, come il comportamento processuale spesso inidoneo, possono essere letti anche alla luce di questa "inesperienza", dell"incomprensione del linguaggio tecnico usato dalle parti e più in generale alla luce dello spaesamento che può produrre la rappresentazione del processo. L"atteggiamento negatorio o minimizzante non ha dunque un"unica causa e la consapevolezza di ciò, potrebbe anche condurre le parti processuali a svolgere l"esame e il controesame in modo da far emergere la storia anteatta del soggetto, come ad esempio gli eventuali abusi subiti o i maltrattamenti e le istituzionalizzazioni. L"elemento dell"incensuratezza deve essere attentamente valutato anche per chiedersi e cercare di meglio comprendere come, improvvisamente, la vicenda penale sia entrata nella vita del soggetto. Inoltre, quale che sia la graduazione della pena, ex art. 656 c. 9 c.p.p., la conseguenza necessaria della definitività della sentenza di condanna è l"ingresso in carcere del condannato, poiché il titolo esecutivo non può essere sospeso ex art. 656 c. 5 c.p.p. dal Pubblico Ministero. Inoltre, il detenuto non potrà avere accesso ai benefici penitenziari se non avrà svolto almeno un anno di "osservazione" con la partecipazione di un esperto del trattamento, come lo psicologo, ma l"inizio di tale procedura non è quasi mai coincidente con l"inizio dell"espiazione della pena, anche considerato il numero sempre più esiguo degli esperti ex art. 80 op in carcere. E" ipotesi molto frequente, pertanto, che, a causa della scarsità delle risorse, proprio il detenuto sex offenders, cioè colui che più di altri avrebbe necessità di un sostegno psicologico e di un trattamento rieducativo mirato, espii tutta quanta la pena in carcere, senza essere stato aiutato da nessuno, in una sorta di "ibernazione" di istinti e pulsioni, pronti a sciogliersi al ritorno in libertà, forse ancora più esasperati.

Invece, la cura potrebbe iniziare anche in fase cautelare Anzi, una volta acclarata la presenza di problematiche di questo tipo, ben potrebbe il giudice del cautelare condizionare la concessione della misura a custodia attenuata degli arresti domiciliari, allo svolgimento di un trattamento psicologico specifico; ma, il tempo trascorso nella cura può essere valutato, anche in fase di merito e il giudice, anche di secondo grado, può tenere conto dell"impegno fattivo dimostrato dall"imputato, anche eventualmente acquisendo la relazione del servizio competente o dello specialista in ordine alla continuità e alla collaborazione nelle cure, in fase di graduazione della pena.

In fase esecutiva, il magistrato di sorveglianza può ritenere come equipollente il periodo di cura, per il tempo in cui si è svolto, a quell"anno di osservazione che dovrebbe essere effettuato in carcere[91] con la conseguenza che se il soggetto ha già svolto un anno di terapia agli arresti domiciliari, non dovrà più svolgere un altro anno di terapia in carcere e potrà essere valutato, sempre che gli operatori del trattamento lo ritengano affidabile, come idoneo a beneficiare delle misure alternative.

CAP. 3 PROBLEMATICHE E PROSPETTIVE NEL TRATTAMENTO DEL REO

3.1 Problematiche educative nel trattamento del condannato nei reati con vittima attiva

Il trattamento del reo, azione indicata dalla normativa penitenziaria nonché implicitamente anche dalla carta costituzionale, ha come meta finale (individuale e sociale) il modificarsi del comportamento del condannato tale da conformarsi alla legge, "modificando gli atteggiamenti del soggetto, rafforzandolo come persona, riducendo le diverse pressioni esterne e aumentando i sostegni e le opportunità disponibili, oppure aiutandolo ad essere più soddisfatto e più autorealizzato nel contesto dei valori della società"[92].

Il trattamento non ha carattere coercitivo e – come ogni forma di educazione degli adulti – ha alla base una sorta di concertazione e di collaborazione attiva dell"utente, oggetto e soggetto del trattamento stesso. La condivisione di un progetto/programma nasce dal riconoscimento di un bisogno e da una richiesta di aiuto.

I grandi temi dell"educazione hanno posto, pur con approcci filosofici differenti, quali focus imprescindibili dell"educare la capacità di ascoltare l"altro e di cogliere la sua richiesta, l"intenzionalità dell"educatore si esprime principalmente nel capire cosa chiede l"altro, nel mettersi con lui in un atteggiamento di autentica comprensione, cioè di disponibilità a condividerne attese, desideri, angosce, entusiasmi[93].

Partendo da tale presupposto ontologico, gli operatori devono condividere con i condannati (partendo dalla concezione dell"altro come persona e pertanto da una forte dimensione di comunanza nella relazione) un percorso che li metta nella condizione di scegliere altri modi d"essere/agire, che li faccia (ri)scoprire parti efficaci di sé ma al contempo lecite dal punto di vista penale.

La già citata previsione dell"art. 27 del regolamento di esecuzione della normativa penitenziaria ritiene che proprio per assolvere a tale compito, gli operatori debbano rintracciare tutti quegli elementi (culturali, psicologici e sociali) che sono stati d"impedimento a una corretta condotta penale e che hanno agevolato l"ingresso nella devianza.

Con gli autori di reati sessuali si incontra da subito un primo aspetto problematico: quello dell"alta percentuale di negatori del reato. Tale dato può derivare da vari elementi sia endogeni sia esogeni: una reale non colpevolezza (che però non spiega la così alta percentuale rispetto alle altre tipologie di reato), la non accettazione del fatto commesso e della responsabilità (come meccanismo di difesa), la non dichiarazione della responsabilità (invece introiettata) quale meccanismo difensivo rispetto al contesto (e cioè alla difficile condizione delle sezioni protetti e dei processi di forte stigmatizzazione) e l"ammissione di un certo comportamento al quale però non viene riconosciuto il disvalore e la gravità.

Nello specifico dei reati intrafamiliari e all"interno della coppia vi è una forte possibilità che il reo non comprenda la decisione sanzionatoria (e cioè che di fatto non la accetti) e pertanto non si pone nella condizione di chiedere aiuto, dato che ritiene di non averne bisogno.

Il trattamento e l"accompagnamento educativo divengono difficoltosi, poiché manca il presupposto principale e cioè quello della condivisione di un percorso. Inoltre l"eterogeneità degli autori di tali reati pone anche in secondo piano il piano dei bisogni più diffusi e meno specifici (quali l"istruzione o la formazione professionale), poiché nella casistica di tali condannati vi sono persone di diverse estrazioni socio-culturali.

Da un punto di vista terapeutico il persistere della negazione è una condizione ostativa dell"inizio della presa in carico terapeutica, tanto che in taluni Paesi sono previste forme alternative alla detenzione con particolari programmi di lavoro proprio per ottenere rapidamente le confessioni dell"aggressore.[94]

Il primo nodo da affrontare, quindi, è l"aspetto della forte negazione di responsabilità ma è vero anche che questa condizione potrebbe non essere ostativa a un buon esito del trattamento se il condannato, pur negando il fatto-reato, fosse disponibile a rivedere le sue posizioni, ad allargare il raggio di azioni della sua responsabilità (ad esempio al livello di "essersi messo nella condizione di…") e cioè in qualche modo a rivedere anche i comportamenti e le rappresentazioni legate alla donna, al rapporto con questa, al concetto di coppia.

Nei casi oggetto di questa trattazione vi è un elemento che rinforza in modo spesso granitico la convinzione della non responsabilità e cioè la presenza di una parte offesa che non viene percepita come tale anche da se stessa e che pertanto si colloca "dalla parte del reo".

Il reato (e più in genere il comportamento violento) viene negato da tutte e due le parti e diviene una sorta di realtà virtuale creata dai terzi (forze dell"ordine, giudici, operatori penitenziari) che si sono intromessi nel mondo della coppia.

L"aggressività in questo tipo di rapporti è uno degli elementi di comunicazione e di unione, una sorta di equilibratore che mantiene la coppia nella sua unicità e complicità (proprio perché si tratta di comportamenti non diffusi in senso sociale o comunque non legittimati) ed è proprio quel "particolare modo di amarsi" che rinsalda l"unione.

I temi da trattare in simili circostanze sono allora quello del "modo" di dimostrarsi amore e affetto, del limite e della rappresentazione della "coppia". Per poter sviluppare un lavoro pedagogico bisognerebbe in primis poter coinvolgere tutti e due i soggetti nel trattamento, affrontando "a tre" i nodi cruciali che hanno portato il "mondo altro" a etichettare lui come aggressore e lei come vittima.

In realtà non è possibile sviluppare un percorso trattamentale coinvolgendo la parte offesa che, proprio perché tale, deve essere oggetto di tutele anche se in situazioni di questo tipo mantiene attiva la relazione con il reo.

Il momento di maggiore difficoltà degli operatori e dei magistrati di sorveglianza è senza dubbio quello di dover valutare la disponibilità all"accoglienza, in caso di benefici, della compagna (nonché parte offesa), quale il parametro d"idoneità?

In una situazione di questo genere si colloca – con ampio margine di discrezionalità – il "terzo", il suo sguardo che è informato dalla sua cultura, dalla sua formazione ma anche (è innegabile) dalle sue esperienze emotive.

La dimensione dell"interpretazione è un elemento che spesso sfugge al controllo dell"operatore che, anche all"interno di una semantica di tipo moralistico, da subito ricopre la posizione di chi "sa" che la coppia era immersa in una dimensione "patologica" e pertanto la sua ricostruzione non può essere avallata dagli operatori della giustizia.

Il tema è complesso e tutte le posizioni possibili degli operatori sono comunque parziali e rischiano di non assolvere alla funzione special-preventiva. Trovare un"alleanza con l"autore del reato è la base di partenza per una lettura congiunta dei fatti, nello sforzo di immergersi nel mondo dell"altro, tentando una sospensione del giudizio per poter comprendere come si è creata e consolidata la coppia sado-masochista.

Infatti se nell"accettare il resoconto del reo vi è un ovvio rischio di porlo nella condizione acritica di non modificare il suo comportamento, è vero anche che un atteggiamento unicamente sanzionatorio può comunque produrre effetti criminogeni.

Si deve tenere conto altresì di processi penalizzanti che attengono al forte etichettamento che gli operatori possono avviare in contesto penitenziario, rinforzando gli aspetti negativi del reo dato che nella catena delle recidive l"operatore rischia di essere un anello di congiunzione anziché di rottura ogni volta che offre diagnosi di irrecuperabilità o di impossibilità di azione[95].

Nei casi di reati con vittima attiva e allorquando quest"ultima prosegue la relazione con il reo, gli operatori penitenziari si trovano di fronte a un primo aspetto problematico: la compagna/moglie del condannato (segnalata come riferimento per l"indagine familiare che deve compiere l"Ufficio Esecuzione Penale Esterna) "coincide" con la parte offesa. L"Amministrazione Penitenziaria, proprio a fronte del delicato tema della possibile ricomposizione del conflitto reo/vittima, ha emanato specifiche linee guida in tema di mediazione penale[96] e comunque scoraggia interventi non professionalmente supportati in tal senso. Nei casi succitati, però, la mediazione/riappacificazione è già avvenuta, o, comunque, la coppia si ripresenta come tale.

Il piano dell"analisi – allora – si deve focalizzare (oltre che alle caratteristiche e al percorso individuale del reo) sull"adeguatezza della compagna e del contesto per un eventuale rientro nella società libera.

Alla sguardo dell"operatore la coppia appare come "patologica" e pertanto il rientro in famiglia del condannato (che comunque potrà avvenire al termine della pena) comporta uno scarso livello di tutela della vittima, nonché il fatto di avallare formalmente una condizione criminogena, dato che si potrebbero ricreare le medesime dinamiche che hanno portato alla denuncia/condanna/pena.

Una possibile soluzione al problema potrebbe essere suggerire ai due una terapia di coppia, posto che se che al reo è possibile "imporre" nel regime prescrittivo di un beneficio un certo tipo di trattamento, alla parte offesa/familiare si può rivolgere un invito.

Di certo una presa in carico non del singolo ma della coppia, rappresenta il trattamento in senso sistemico della situazione

In merito al trattamento appare indispensabile permettere al soggetto di sperimentare altre parti di sé (funzionali ed efficaci) e del tutto avulse dal predominio e alcuni percorsi (anche di tipo formativo) possono agevolare la costruzione/scoperta di altre identità possibili.

Il nucleo più problematico del trattamento attiene alla valutazione ai fini dell"accesso a benefici penitenziari, per almeno due motivi: la persistenza o meno di profili di pericolosità e l"idoneità del riferimento familiare esterno (che qui coincide con la vittima).

Per quanto attiene il primo elemento è difficoltoso addivenire a un parere prognostico alla luce della negazione dei fatti da parte di entrambi gli attori della vicenda e unico elemento sul quale poggia l"osservazione è il comportamento intramurario (livello di aggressività dimostrato, capacità di tollerare le frustrazioni, adesione alle regole).

In merito al secondo elemento si deve fare lo sforzo di comprendere la parte offesa e di accettare la nuova posizione di lei, cioè di voler essere nuovamente compagna del reo e di sostenerlo nel suo percorso di reinserimento, infatti molto comune è l"atteggiamento diffidente dell"operatore verso le asserzioni della parte offesa, diviso tra il timore del plagio e teso alla tutela della stessa.

Non è possibile approfondire con la parte offesa (che non è oggetto di osservazione) le dinamiche e le reazioni emotive legate al condannato e pertanto neanche comprendere se la stessa si trova in una di quelle condizioni/sindromi studiate dalla vittimologia.

Di fatto la ricomposizione del conflitto è l"unico dato oggettivo di osservazione e, una volta verificata la convinzione della donna a proseguire la relazione, l"operatore non può che mettere in atto le valutazioni di rito (rispetto alla sua idoneità o alla idoneità del suo alloggio) per un accesso a benefici penitenziari.

Non meno importante e delicato il compito di scrivere la relazione finale sull"osservazione del detenuto e cioè riportare in uno scritto tutti gli elementi raccolti per fornire al Magistrato di Sorveglianza un quadro il più completo possibile della situazione. Pur nello sforzo di dare una lettura "terza" e professionale della storia del condannato, inevitabilmente apparirà sullo sfondo ciò che l"operatore crede essere stata la storia, con tutti gli stereotipi e l"immaginario del caso.

Il quesito si muove tra due assi "se davvero ha fatto ciò che il Giudice ha scritto è una persona che è stata pericolosa e che lo potrebbe essere tuttora, dato che non ha elaborato le sue azioni" ma "se realmente la denuncia è nata da una ripicca per un tradimento e non si fonda su fatti reali…che senso ha la pena e il trattamento rieducativo?".

E nonostante questo dilemma, che di fondo anima l"operatore, il condannato è in esecuzione di una pena e deve – oltre che scontarla – accedere al trattamento.

Ma l"operatore non deve trovare la verità, non deve giudicare ma mettere il soggetto detenuto nella condizione di accedere a un percorso che metta in luce anche le parti positive di sé (è ciò è l"essenza dell"educare, ex ducere appunto) e di vivere il momento detentivo come un"opportunità di sperimentare azioni e relazioni positive per la ricostruzione di sé. In tale ottica allora si deve superare l"elemento reato, mettendo in luce tutti quegli elementi raccolti nella fase dell"osservazione per valorizzare appunto quella parte efficace che potrà, se debitamente sostenuta, divenire elemento di risocializzazione.

Il problema centrale di un"analisi attenta e approfondita della dinamica non può prescindere, come detto, dalla spogliazione da ogni categoria morale da parte dell"osservatore, con lo sforzo di comprendere le "ragioni" di entrambi, dato che, evidentemente, per tutti e due i componenti della coppia, e per un certo lasso di tempo, ciò che per l"osservatore è "deviante" e "umiliante" è stato funzionale alla coppia stessa.

È chiaro che da un punto di vista giuridico non possono essere tollerati comportamenti lesivi dell"altrui persona anche se fossero condivisi dalla vittima, si pensi come esempio estremo alla previsione dell"art. 579 (Omicidio del consenziente) nel quale si legge che "chiunque cagiona la morte di un uomo col consenso di lui è punito con la reclusione da sei a quindici anni", stabilendo l"impossibilità della libera "scelta" di vittimizzazione e sempre in un"ottica di difesa della parte più debole molti reati (spesso perpetrati in ambito relazionale) sono perseguibili d"ufficio o a querela di parte irrevocabile, ad esempio l"art. 572 cp (maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli) o l"art. 609 bis cp (violenza sessuale).

La ratio delle suddette previsioni è in piena linea con i valori costituzionali e non solleva alcuna perplessità, il problema si colloca invece nell"esecuzione dei provvedimenti giudiziari e incide maggiormente nella fase dell"esecuzione penale.

Infatti accade che la parte offesa nei reati di coppia (su sua stessa dichiarazione) presenti querela in un particolare momento di crisi/stallo nella relazione ma che tale denuncia non sia frutto di un processo di presa di coscienza sulla propria condizione ma di un momento di "rabbia" che vede la querela come "arma".

In questi casi pertanto la posizione della vittima è ambivalente e talvolta già nella fase delle indagini preliminari la stessa ritira la denuncia o comunque assume un atteggiamento di indulgenza/vicinanza verso il reo.

A lui pertanto giungono messaggi fortemente contrastanti: da un lato la legge che lo punisce per un reato grave al fine di proteggere la vittima, dall"altro la vittima stessa che invece collude con lui, di fatto sminuendo la portata dei fatti.

In caso di condanna passata in giudicato, il reo dovrà essere sottoposto all"osservazione della personalità e al trattamento e in tale fase si acuisce il gap tra la sua percezione della vicenda deviante (che attiene alla sua percezione della relazione di coppia) e il tentativo degli operatori di sollecitare in lui la comprensione del danno, la capacità di mettersi nei panni della vittima e l"obiettivo di emancipare il soggetto da una condizione di carnefice che ha bisogno della parte offesa.

Il trattamento come sopra inteso (e come previsto dall"art. 27 del DPR 230/2000) mal si coniuga dunque con il "mondo culturale" della coppia che di fatto ha già ricomposto il conflitto e ristabilito (nel proprio linguaggio emotivo) una sorta di serenità. E allora è la dispercezione degli altri, delle istituzioni in genere (giudici, operatori penitenziari, magistrati di sorveglianza) il problema, sono "loro" che lo creano e che divengono degli antagonisti della coppia.

Quando poi la parte offesa effettua colloqui in carcere, con tutte le azioni accuditive collegate (preparazione cibo, biancheria lavata e stirata) tale elemento è un forte rinforzo alla teoria personale del reo e cioè all"atteggiamento annullante l"intera vicenda nella sua connotazione antigiuridica.

Allora i servizi offerti, come accade a Milano presso la  II Casa di Reclusione e presso il Centro Criminologico esterno, da équipe specializzate quali quella del Centro per la Promozione della Mediazione appaiono una valida risposta trattamentale/terapeutica alle vicende sopra descritte, anche perché accompagna il reo anche all"esterno, monitorando il suo rientro in famiglia, quando ciò accade.

3.2 Prospettive e ipotesi di trattamento

Nei casi di reati sessuali con vittima precipitante, appare evidente che il vero protagonista (malato) è la relazione di coppia in cui le due parti giocano il ruolo di comprimari.

condizione delle sezioni protetti

Sono tre i criteri fondamentali che riguardano il trattamento rieducativo del condannato:

  1. La pena dovrebbe avere per tutti i detenuti, e      dunque anche per gli autori di questa tipologia di reati violenti, spesso      di caratterizzazione sessuali, nei confronti di vittime vulnerabili, una      funzione rieducativa così come previsto dall"art. 27 comma 3 della      Costituzione;
  2. Credere nella funzione rieducativa è però anche      un"opzione culturale: significa credere nella possibilità di cambiamento      delle persone, nelle potenzialità che ciascuno, e dunque anche gli      aggressori sessuali, possono avere; tale cambiamento evolutivo e      volontario della persona è diretto alla prevenzione della recidiva, a      tutela in primis della vittima e più in generale della collettività, ma      anche dello stesso aggressore sessuale che può prendere coscienza del      proprio problema e affrontarlo
  3. Il trattamento rieducativo in ambito penitenziario      è un intervento complesso, specialistico e individualizzato;[97]poiché non esiste      un"unica tipologia di reato con vittima vulnerabile o di aggressione sessuale, non esiste      un"unica tipologia di autore (ad esempio autori di condotte aggressive,      pedofili, affetti da sexual addiction) e dunque è necessario che gli      operatori tutti, anche i magistrati di sorveglianza, siano dotati di un      bagaglio di competenze interdisciplinari; diretto alla prevenzione della      recidiva: ciò costituisce un elemento di tutela in primis della vittima e      più in generale della collettività, ma anche dello stesso aggressore      sessuale che può così prendere maggiore coscienza del proprio problema e predisporsi a svolgere un      trattamento.

Occorre, infatti, considerare che i reati di aggressione sessuale sono ad alto tasso di recidiva proprio perché il comportamento illecito è espressione della personalità dell"autore e, se non s"interviene su questa, non vi può essere alcun risultato di riduzione di questi reati. Inoltre il costo sociale della violenza contro le donne è enorme: è noto che gli abusi contro le donne e i bambini generano un forte impatto non soltanto direttamente sulle vittime, ma anche indirettamente nei confronti dei legami familiari e dell"intera società. Non deve, infine, essere sottovalutata la problematica del cd ciclo della violenza, cioè che l"oggetto della violenza da vittima può diventare poi potenzialmente aggressore.

Peraltro nel nostro sistema, il "trattamento", la presa in carico dell"autore del reato di aggressione sessuale, avviene soltanto su base volontaria, anche quando la persona ristretta in carcere.

Tale scelta può sembrare, nell"attualità, in contrasto con le esigenze di tutela e prevenzione dei reati ed in effetti non è la strada seguita da altri ordinamenti, dal sistema penale francese ove esiste l"obbligo di cura, la cd suivi judiciaires, prima durante e dopo l"esecuzione della pena a quelli di stampo anglosassone ove addirittura sono presenti sistemi minuziosi di schedature di tale tipologia di autori di reato. In tali sistemi esiste un coordinamento tra la normativa penale e quella amministrativa in quanto è previsto il coinvolgimento, tramite i servizi sociali e sanitari territoriali, del reo anche successivamente all"espiazione della pena e del nucleo familiare per il periodo di tempo che viene ritenuto idoneo dai responsabili del servizio stesso.

In realtà, gli esperti si chiedono se le cure coatte apportino reali cambiamenti ed è anche constatato che le varie procedure di controllo, se eccessivamente invasive e finalizzate alla mera "difesa sociale" e non alla riabilitazione del condannato, provocano soltanto impossibilità di sperimentare effettive chances di reinserimento sociale e conseguenziale isolamento.

Vero è che l"ordinamento penitenziario prevede che anche la famiglia del reo venga presa in carico dall"Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, su segnalazione dell"Istituto penitenziario ove è ristretto il reo, ma tale intervento (che peraltro a causa delle note difficoltà strutturali di tutto il sistema dell"esecuzione della pena, anche di stanziamento di fondi, ben raramente si attua), è diretto per di più a rimuovere eventuali ostacoli di ordine economico o problematiche varie di disagio sociale del nucleo familiare. La stessa competenza multidisciplinare del personale degli U.E.P.E. spesso non è in grado, a causa della complessità del problema, di svolgere un effettivo ruolo di supporto. Pertanto poiché, come già evidenziato, spesso la commissione di tali reati è conseguente a problematiche personologiche, soltanto la consapevolezza di voler effettivamente affrontare con sincerità e serietà un percorso di approfondimento e autoanalisi accettando l"aiuto degli esperti, può portare ad un effettivo cambiamento.

In molti paesi extra-europei sono stati creati diversi programmi di aiuto e assistenza per le vittime finalizzati ad affrontare la crisi della vittima subito dopo aver subito il reato (sono i centri qualificati d"accoglienza, di pronto intervento), ad assisterla nel circuito di giustizia penale, a risarcirla economicamente. Trattasi dei cosiddetti centri di victim support , appartenenti soprattutto alla realtà anglosassone, organizzazioni indipendenti, non appartenenti né ai Corpi di Polizia, né ai circuiti di giustizia, anche se con questi in stretto contatto, in cui lavorano volontari adeguatamente formati.

Tali centri si propongono di fornire un aiuto concreto alle vittime per affrontare il crimine e le conseguenze negative cui è connesso e possono essere paragonati ai centri d"ascolto e aiuto che esistono anche in Italia.

Occorre peraltro precisare che nelle carceri italiane i cd sex offenders sono ristretti tutti insieme qualunque sia l"entità della pena espianda, in reparti separati e isolati dal resto della popolazione detenuta, a tutela della loro incolumità; infatti, un malinteso senso dell"onore e della difesa attiva dei soggetti deboli come donne e bambini, fa sì che nella subcultura carceraria[98] il "vero uomo" debba "punire" con l"aggressione fisica coloro i quali si macchiano di tali reati. Tale separazione, com"è ovvio, genera ulteriori difficoltà non soltanto d"accesso alle opportunità lavorative, ricreative, scolastiche che può offrire l"istituto penitenziario, ma rappresenta un pesante stigma ed accentua le carenze comunicative di tali condannati.

Soltanto attraverso un"analisi approfondita delle caratteristiche della relazione autore-vittima è possibile comprendere non solo il perché si è consumato un reato, ma anche e soprattutto perché si è verificato proprio tra quei due soggetti e non tra altri, perché si è verificato proprio quel reato e non un altro, perché in quel momento, con quelle particolari modalità e non con altre…

Soltanto la risposta a queste domande consentirà agli operatori penitenziari di impostare un trattamento rieducativo personalizzato volto alla riabilitazione, alla modifica delle distorsioni cognitive e al consequenziale contenimento del pericolo di recidiva, quantomeno specifica. Solo attraverso quest"analisi condotta con un atteggiamento intellettuale scevro da pregiudizi è possibile tentare di svolgere, come preposti alla rieducazione, una rilettura della vicenda secondo un angolo visuale a 360°.

La difficoltà che deve affrontare in questi casi l"operatore penitenziario, riguarda la necessità di dover adottare, per una stessa vicenda, per uno stesso fatto, piani di lettura diversi al fine di comprendere quale sia il migliore tipo d"intervento rieducativo da attuare.

Non è infrequente, infatti, che nel processo penale si assista ad una sequela di dichiarazioni accusatorie seguite poi da ritrattazioni da parte della vittima che continua a mantenere la relazione affettiva con l"aggressore. Tale relazione affettiva, che è la stessa che ha dato luogo alla denuncia, alle indagini e al processo sfociato in una condanna, continua poi con perseveranza durante la detenzione e il sentimento tra le parti si mostra in grado di sopportare le frustrazioni legate alla lontananza e al rapporto con l"istituzione totale; anzi, può capitare che il partner/la partner vengano vissuti come l"unico riferimento affettivo valido e stabile.

In genere questa tipologia di rapporto viene interpretata in un"ottica di "succubanza" da parte del soggetto debole della relazione e cioè della donna che, per effetto di condizionamenti di tipo culturale, sociali o economici, quali ad esempio la volontà di mantenere comunque l"unità del nucleo familiare, è "spinta", anche dal contesto ambientale in cui è inserita, a "tornare indietro" in quanto incapace e percorrere fino in fondo la strada dell"autonomia. Ma tale lettura appare oggi, seppure dotata di fondamento anche statistico, quantomeno insufficiente alla luce di quanto sopra esposto.

Può essere segnalato un elemento che appare del tutto secondario o assente nel processo, ma che, successivamente viene riferito dalla vittima come la chiave di volta della vicenda giudiziaria; secondo tale versione la vittima avrebbe inteso, tramite la denuncia, dare un monito, spaventare il partner, ma mai avrebbe voluto come conseguenza, il processo e poi la detenzione (ormai obbligatoria in sede esecutiva ex art. 656 c. 9 c.p.p.)

La vittima denunciante-ritrattante spesso non sa, e nessuno la ha avvisata, che è impossibile ritrattare la denuncia sporta. Infatti, il legislatore ha configurato, in un"ottica di compromesso tra le diverse istanze politiche dell"epoca e in considerazione dell"importanza e delicatezza del bene giuridico tutelato, che non è rimesso completamente nella disponibilità della persona offesa, il reato di violenza sessuale come perseguibile sì a querela, ma non ritrattabile successivamente.

Come già evidenziato, la caratteristica del sistema italiano per cui nei casi di reati di abuso viene preso in carico soltanto il reo e soltanto durante l"esecuzione della pena, mentre non è previsto nessun supporto nei confronti del nucleo familiare durante o successivamente alla condanna, costituisce un grosso ostacolo al lavoro degli operatori anche durante la stessa carcerazione.

E" evidente che il lavoro graduale, difficile e delicato svolto durante la carcerazione, soprattutto in riferimento alle distorsioni cognitive eventualmente presenti nei confronti dell"autore, rischia di essere vanificato pezzo per pezzo se la relazione con la partner/denunciante/vittima precipitante continua a modularsi con le stesse caratteristiche che aveva prima del reato.

Posto che la principale motivazione della violenza sessuale è il potere e non il piacere[99], la principale e più efficace forma di trattamento riguarda la prevenzione. I temi sui quali di dovrebbe agire sin dall"infanzia (da parte delle agenzie educative sia formali sia informali) sono la cultura massificata della donna come oggetto passivo, la coscienza di sé da parte delle donne, il possesso come parametro di forza dell"uomo…e soltanto un"adeguata preparazione all"educazione affettiva e sessuale potrebbe far notevolmente abbassare il numero di violenze intra - familiari.

Una volta però avviato il procedimento penale si dovrebbero utilizzare maggiori informazioni di tipo psico-sociale per comprendere il contesto di coppia, anche al fine di fornire indicazioni per la fase dell"esecuzione penale.

Una volta avviata quest"ultima, l"intervento di sostegno al reo dovrebbe stimolare l"autore del reato a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni, rivalutare la vittima anche attraverso l"atteggiamento di disponibilità e attenzione da parte dell"autore del reato, promuovere nuovi valori sociali che superino la contrapposizione ideologica e morale fra reo e vittima.

La possibilità di una presa in carico terapeutica della coppia (qualora la stessa permanga come tale) appare un adeguato strumento di prevenzione della recidiva, in un approccio sistemico al problema.

E" stato sul punto evidenziato che qualora il crimine verrà considerato "come una conversazione di gesti significativi nei quali le vittime e chi offende costruiscono se stessi, l"offesa e l"un l"altro nelle fasi dell"atto che si sviluppano e si succedono" allora "questa nuova prospettiva renderà possibile politiche criminali più progressiste come la prevenzione del crimine e l"introduzione della giustizia riparativa"[100].



[1] Ancora non è consolidata la comprovazione internazionale come scienza, mentre è consolidata quella di disciplina scientifica. A. SAPONARO "Vittimologia. Origini - concetti- tematiche. Prefazione" Ed. Giuffrè, Milano, 2004, pag. XVII

[2] G. CODINI "Studio delle vittime per prevenire il crimine" in http.www.supportoallevittime.it

[3] C. MACRÌ – B. ZOLI, Definizione ed evoluzione delle teorie criminologiche, in Proposte di criminologia applicata, a cura di C. SERRA, Giuffré, Milano, 2000, pag. 2.

[4] S. SILVANI "La mediazione nei casi di violenza domestica: profili teorici e spazi applicativi niell"ordinamento italiano" in AA.VV., "Mediazione e diritto penale. Dalla punizione del reo alla composizione con la vittima", a cura di G. Mannozzi, Milano, 2004, 137.

[5] G. CODINI op. cit.

[6] Convenzione sui diritti del fanciullo - Camera dei Deputati www.camera.itwww.camera.it/_bicamerali/leg14/.../Legge%20176%20del%201991.htm‎

[7] P.DE STEFANI "Profili di d. penale internazionale nella prospettiva dei diritti umani" in Quaderni, 2000, I

[8] I diritti delle vittime del crimine in www.supportoallevittime.it

[9] www.worldsocietyofvictimology.org/‎

[10] G. GULOTTAOS, La vittima, Giuffré, Milano, 1976, p. 9.

[11] www.unric.org/html/italian/humanrights/vienna.

[12] R. MASTROIANNI "Un inadempimento odioso e persistente:la Direttiva comunitaria sulla tutela delle vittime dei reati" in Quaderni costituzionali, ed. Il Mulino, Bologna, 2008

[13] Decisione Quadro del Consiglio dell"Unione Europea, 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale (2001/220/GAI),Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee, L. 82/2 de 22.3.2001. Articolo 14.

[14] E. ROSI Tutela delle vittime dei reati con particolare riferimento alle vittime vulnerabili, in DirittiUomo, 2006, 19 ss.

[15] MG. GIANMARINARO, Il protocollo sulla tratta degli esseri umani, in AA.VV., Criminalità organizzata transnazionale e sistema penale italiano. La Convenzione ONU di Palermo, a cura di E.Rosi, Milano, 2007, 417-448.

ttp://www.federalismi.it/ApplMostraDoc.cfm?Artid=16766#.UgTuTlRH5f0

http://europa.eu/legislation_summaries/justice_freedom_security/fight_against_terrorism/l33174_it.htm

[18] S.CIVELLO CONIGLIARO "La nuova normativa europea a tutela dell e vittime di reato. Una prima lettura della Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio" in www.dirittopenalecontemporaneo.it

[19] www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5994

[20] http://www.osservatoriopedofilia.gov.it/dpo/it/convenzione_lanzarote.wp;jsessionid=1E5E9596040D117D8397640725FC2AEF.dpo1

[21] A.M.CAPITTA "Legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote: modifica al codice di procedura penale e alla legge sull"ordinamento penitenziario" in www.dirittopenitenziario.it

20 http://www.anteprime.ilsole24ore.com/Articolo/trattamento-penitenziario-severo-per-sex-offenders

[23] C.SHMIEDT "Violenza sessuale ai danni dei figli: gli obblighi di protezione e di intervento della madre" Nota a Cass.Pen.,Sez. III, 17 gennaio 2012, Pres. Mannino, Est.Franco,n.1369

 



[24] H.MANHEIM "Trattato di criminologi comparata" a cura di F. Ferracuti, Ed Einaudi, Torino, 1975

[25] M. PARISI "The Role of the Community in the Restorative Culture" "Il diritto penale tra neutralità istituzionale e umanizzazione comunitaria", relazione tenuta al convegno "The Role of the Community in the Restorative Culture", organizzato dall'istituto CRESM e svoltosi a Gibellina il 26 ottobre 2012.in www.dirittopenalecontemporaneo.it

[26] Sulla nozione di vittima v.per tutti MV. Del TUFO, La vittima del reato, in Enc. dir., XLVI, Milano, 1993, 996 ss.;

[27] ANTOLISEI

[28] Per un commento della decisione cfr D. DOZZA" La 'saga' della giurisprudenza europea sulla tutela della vittima nel procedimento penale continua con la sentenza Guye" in www.dirittopenalecontemporaneo.it 8.11.2012

http://www.cortedicassazione.it/Notizie/GiurisprudenzaPenale/SezioniUnite/SchedaNews.asp?ID=963

[30] Cfr. art. 4 del d.lgs. 28 agosto 2000 n. 274

[31]A.CONFALONIERI"Profiliinternazionaldellatuteladellavittimadireato"inhttp://www.associazionemagistrati.it/media/79510/05_Confalonieri.pdf

[32] G.PONTI-I.MERZAGORA BETSOS "Compendio di criminologia" Ed.R. Cortina ,Milano, 2008

[33] A.BANDINI-U.GATTI "Criminologia", Giuffré, Milano, 2003

[34] H.VON HENTIG

[35] D.PULITANO" "Vittime di delitto e giustizia penale" in "Dignitas. Percorsi di pace e di giustizia" N. /2006-11/2007

[36] M.PAVARINI relazione al convegno Giuristi Democratici "La vittima del reato. Questa sconosciuta", Torino, 9.6.2001, www.giuristidemocratici.it, pag 6;

[37] M.PAVARINI, relazione al Convegno Giuristi Democratici "La vittima del reato. Questa sconosciuta", cit, pag 10;

[38] S.LORIGA "Le reazioni psicologiche della vitima"in www.cepic-psicologia.it/.../

[39] G.PARODI "La Corte di Strasburgo alle prese con la repressione penale della violenza sulle donne. Nota a C.eur.dir.uomo,sez.II, sent.26.3.2013,Valiuliene c. Lituania" in www.dirittopenalecontemporaneo.it

 

[40] A.COLELLA V.MAISTO Rassegna di sentenza e decisioni della Corte EDU rilevanti in materia penale in www.dirittopenalecontemporaneo.it 26..11.2010

 




http://www.duitbase.it/database/sentenze-corte-europea-dei-diritti-delluomo/637-Opuz-c-Turchia-2009q2-i.pdf

[42] D. DANNA "Ginocidio. La violenza contro le donne nell"era globale" Ed. Elèuthera, Milano, 2007, pag. 11 e ss..

http://letterapolitica.it/35410/femminicidio-uccise-perche-donne/

[44] B.SPINELLI "Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale"Ed F.Angeli, Milano, 2013

[45]

[46] http.www.giuristidemocratici.it testo elaborato da B.Spinelli "Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di genere" pag. 5

[47]P. ROMITO "Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori" Ed., FrancoAngeli, Milano, 2005, pag. 175

[48] www.amnesty.it/campagne/donne/documenti/index.html "Come si rende una donna vittima?".

[49] A. FACCHI "Il pensiero femminista sul diritto: un percorso da Carol Gilligan a Tove Stang Dahl" in Filosofi del diritto contemporanei, a cura di G. Zanetti, Cortina, Milano 1999.

[50] M.A.TRASFORINI "Corpi di genere, corpi relazionali. Retoriche del pericolo, violenza di genere e spazi dell"arte" in "I Modelli sociali della violenza contro le donne," op. cit., pag. 54;

[51] Wife Beaters Act del 1882

[52] B. MORETTI "La violenza sessuale tra conoscenti" Ed. Giuffrè, Milano, 2005, pag. 249

[53] C. CORRADI "Introduzione" in "I modelli sociali della violenza contro le donne", op. cit., pag. 7

[54] www.dirittodicritica.com/2013/03/08/otto-marzo-violenza-donne/‎

[55] http://noi-italia2011.istat.it/index.php

[56] P. FRANKS WILLIAM III, M. MC SHINE "Devianza e Criminalità" Ed Il Mulino, Bologna, 2011, pag.177

[57] I. MERZAGORA BETSOS "Demoni del focolare Mogli e madri che uccidono" Centro Scientifico Editore, Torino 2003

[58] C. SMART "Donne, crimine e criminologia" Ed. Armando, Roma 1981

[59] F. LUNGHI, G.DE GIORGI, L.PETRONE, M. DE MEO "La donna autrice di reati sessuali. Percorsi di intervento e di prevenzione" in Scienze Forensi Anno 4 N.1, marzo 2013 http://www.onap-profiling.org/la-donna-autrice-di-abuso-sessuale-percorsi-di-intervento-e-di-prevenzione/.

[60]A. TAMPELLI, M.MOLINARI "Psicopatologia e trattamenti dell"abusante intra- familiare ed extrafamiliare nel femminile" in Rivista di Sessuologia vol. 32 n. 2 Aprile/Giugno 2008 .

http://www.salutementaledonna.it/diagnostica.htm

[62] G.Devoto, G.C. Oli, Dizionario della lingua italiana, Le Monnier Firenze, 1971

[63]Armando Saponaro, Vittimologia – Origini – Concetti – Tematiche, Milano, Giuffrè Editore, 2004, pag. 122

[64] Armando Saponaro, op cit

[65] Armando Saponaro, op cit. pag 123

[66] Armando Saponaro, op cit 123

[67] Gianluigi Ponti, Compendio di criminologia, Raffaello Cortina editore, Milano, 1999, pag. 680

[68]Tullio Bandini – Uberto Gatti – Barbara Gualco – Daniela Malfatti – Maria Ida Marugo – Alfredo Verde, Criminologia, il contributo della ricerca alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, seconda edizione, Giuffrè Editore 2004, pag. 513

[69] Armando Saponaro, op.cit, pag. 127

[70] Idem, pag, 133

[71] Si tratta di una messa in atto di processi di razionalizzazione che consentono al soggetto di agire in senso deviante , neutralizzando – attraverso il ricorso a particolari tecniche – il conflitto con la morale sociale. Tra queste tecniche vi è la "negazione della vittima", che spiega quanto il pregiudizio arrecato alla vittima non rappresenti un"ingiustizia perché si tratta di un individuo che meritava il trattamento subito. In G.Ponti, op.cit, pag. 168.

[72] Bandini Gatti, op.cit., pag. 512

[73] Bandini Gatti, op. cit. pag. 513

[74] Grazia Mannozzi (a cura di), Mediazione e diritto penale, Giuffré editore, Milano 2004, pag. 127

[75] Anna Freud, L"Io e i meccanismi di difesa, Giunti-Barbera, Firenze

[76] Bandini- Gatti, op. cit., pag. 515 in nota

[77] Meccanismi di tale entità sono stati trattati dalla regista Liliana Cavani nel film Il portiere di notte, del 1974, nel quale una donna e un uomo si rincontrano dopo molti anni, in una situazione del tutto diversa da quella pregressa, e si riconoscono come carnefice e vittima in un lager nazista e tra i due nasce un complesso e malsano rapporto intimo.

[78] G. Ponti, op.cit.., pag. 472

dal sito http://www.nodo50.org/mujeresred/violencia-am-i.html

[80] Si pensi, a mero titolo esemplificativo, a noti casi di cronaca giudiziaria quali quello di Charles Manson (negli Stati Uniti) o quello di Gigliola Ebe Giorgini (detta Mamma Ebe) in Italia.

[81] Laura Innocenti Torelli, Dalla formazione della coppia alla separazione: quali fattori influiscono nella scelta del partner e come nasce il conflitto, dal sito www.mediazionefamiliare.org

[82] L"art. 27 del DPR 230 del 2000 recita "L"osservazione scientifica della personalità è diretta all"accertamento dei bisogni di ciascun soggetto, connessi alle eventuali carenze fisio-psichiche, affettive, educative e sociali, che sono state di pregiudizio all"instaurazione di una normale vita di relazione"

[83] Sempre l"art. 27 recita poi "…viene espletata con il condannato una riflessione sulle condotte antigiuridiche poste in essere, sulle motivazioni e sulle conseguenze negative delle stesse per l"interessato medesimo e sulle possibili azioni di riparazione delle conseguenze del reato, incluso il risarcimento del dovuto alla parte offesa".

[84] F.AVENIA, A.PISTUDDI "Manuale sulla sexual addiction. Definizioni, diagnosi, interventi" Ed. F. Angeli, Milano, 2007 Definiscono la sexual addiction. "La condizione psicofisica esistenziale nella quale un individuo percepisce la propria sessualità centrale rispetto alla sua vita e agisce in risposta ad un irrefrenabile impulso sessuale, indipendentemente degli effetti negativi che il suo comportamento può arrecare a sé e agli altri , poiché la soddisfazione del bisogno che genera l"impulso gli procura piacere e al contempo ricava forte disagio, ansia e mal essere dalla sua mancata soddisfazione" .

[85] Art. 4 bis comma 1 quater O.P.

[86] CHIEDERE CASSANO

[87] G.IULINIi

[88] TESI SU SUBCULTURA CARCERARIA

[89]

[90] G.M. PAVARIN "Influenza della motivazione del trattamento sanzionatorio in sentenza sulle decisioni del giudice della sorveglianza" 27.3.2005 relazione ad un corso della formazione decentrata della Corte d"Appello di Venezia, non pubblicata

[91]

[92] Franco Ferracuti (a cura di), Carcere e trattamento, Giuffrè Editrice, Milano 1989 (pag. 137)

[93] Vanna Iori, Filosofia dell"educazione, Guerini Studio Milano 2000

[94] Paolo Giulini, Alessandro Vassalli, Silvana di Mauro , Un detenuto ibernato: l"autore di reato sessuale tra tutela dei diritti e prospettive di difesa sociale, in Carcere e Territorio, a cura di Uberto Gatti e Barbara Gualco, Giuffré Editore Milano 2003, pag. 441. .

[95] Patrizia Ciardiello (a cura di), "Quale pena", Edizioni Unicopli, Milano 2004 pag. 195

96Circolare 14 giugno 2005 - Commissione "Mediazione penale e Giustizia riparativa". Linee d'indirizzo sull'applicazione nell'ambito dell'esecuzione penale dei condannati adulti

[97] Art.1 della l. 26.4."75 n. 354

[98] I. BARCHI "La subcultura carceraria maschile"in ristretti.it

[99] R. I. SIMON, "I buoni lo sognano i cattivi lo fanno", Raffaello Cortina Editore, 1997, pag. 88

[100] E. C. Viano in A. Saponaro "Vittimologia. Origini-concetti-tematiche" Ed Giuffré, Milano, 2004



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