Legislazione e Giurisprudenza, Interdizione, inabilitazione -  Sarri Alessandra - 2016-03-09

IL TRIBUNALE DI ROMA REVOCA L'INTERDIZIONE E TRASMETTE GLI ATTI AL GIUDICE TUTELARE Trib. Roma 3.12.2015 n. 24348 - Alessandra Sarri –

Interdizione / Amministrazione di sostegno.

Revoca interdizione e nomina di un amministrazione di sostegno.

Il Tribunale di Roma con sentenza n. 7447 del 26 febbraio 2001 aveva dichiarato l"interdizione di una persona che a seguito di un grave incidente automobilistico si era venuta a trovare in stato vegetativo con conseguenti gravi limitazioni psico-fisiche, riconosciute ai sensi della L. 104/ 1992.

Con successivo ricorso presentato il 30 marzo 2015 il tutore ha chiesto che venisse accertata la cessazione delle cause di interdizione con conseguente pronuncia di revoca dell"interdizione e trasmissione atti al Giudice Tutelare per la nomina di se stesso come un amministratore di sostegno, ciò a fronte dei miglioramenti delle condizioni di salute dell"interdetto che nel frattempo ha recuperato lo stato di coscienza e la maggior parte delle funzioni cognitive, pur rimanendo incapace di provvedere in autonomia ai propri interessi e necessitando, quindi, di assistenza per le attività quotidiane e per quelle attinenti la gestione economica.

Il Tribunale di Roma, all"esito degli accertamenti di rito, ha disposto la trasmissione del procedimento al Giudice tutelare per la nomina di un amministratore di sostegno con rappresentanza a compiere atti di straordinaria amministrazione, per riscuotere le somme a qualsiasi titolo dovute al beneficiario e per curare tutte le pratiche a tal fine necessarie.

A fondamento della decisione il Tribunale richiama una sentenza della Corte di Cassazione del 12 giugno 2006 n. 13584, nella quale si affermava che il metro quantificativo della disabilità non costituisce elemento discriminante tra la misura dell"amministrazione di sostegno e gli istituti preesistenti rimasti in vigore nell"ordinamento seppur in posizione residuale.

Al contrario, secondo la Corte, al giudice di merito compete una valutazione complessiva della condizione del beneficiario per l"applicazione della misura prescelta, la quale si orienta prevalentemente alla ricerca della soluzione più adeguata per la tutela e per il sostegno della persona, ed esprime il seguente principio di diritto: «l"amministrazione di sostegno, introdotta nell"ordinamento dall"articolo 3 della legge 6/2004 ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali la interdizione e la inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli articoli 414 e 417 del c.c.. Rispetto ai predetti istituti, l"ambito di applicazione dell"amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore capacità di tale strumento di adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all" apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario, e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell"impedimento, nonché tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie».

Il Tribunale non si limita a richiamare la nota sentenza della Suprema Corte, il cui principio di diritto è stato posto a fondamento della decisione sulla revoca della misura dell"interdizione a favore dell"istituto dell"amministrazione di sostegno, ma precisa anche che tale principio di diritto è conforme sia alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 440 del 9.12.2005, sia alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità firmata a New York il 13.12.2006, ratificata dall"Italia con L. del 3.3.2009, n. 18.

Al riguardo si deve osservare che la Corte Costituzionale con la decisione sopra citata ha sottolineato la necessità da parte del giudice di individuare per la persona incapace l"istituto che da un lato garantisca la tutela più adeguata e, dall"altro, che limiti nella minor misura possibile la sua capacità.

Nello stesso senso la finalità dello strumento convenzionale, anch"esso volto ad assicurare "L"importanza per le persone con disabilità della loro autonomia e indipendenza individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte", con una prospettiva molto simile a quella indicata nell"art. 1 della Legge 9.1.2004, n. 6. Detta finalità (contenuta nel preambolo della convenzione alla lettera n), trova poi concreta attuazione nel successivo art. 12 della convenzione ove si afferma che "Gli Stati devono assicurare che le misure relative all"esercizio della capacità giuridica rispettino i diritti, la volontà e le preferenze della persona, che siano scevre da ogni conflitto di interesse e da ogni influenza indebita, che siano proporzionate e adatte alle condizioni della persona , che siano applicate per il più breve tempo possibile e siano soggette a periodica revisione da parte di una autorità competente, indipendente ed imparziale o di un organo giudiziario "

Pertanto se in base alla norma convenzionale citata le misure che limitano la capacità di agire devono adattarsi alle condizioni della persona, mentre quanto alla durata la misura deve applicarsi "per il più breve tempo possibile", non possiamo non vedere come la misura residuale dell"interdizione si ponga radicalmente in contrasto con tali principi da dover prevedere una sua ulteriore limitazione nei suoi possibili spazi di applicazione concreta.



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