Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Covotta Giulia - 2016-04-27

Illeciti endofamiliari e prescrizione: il diritto al risarcimento non è imprescrittibile – Cass. Civ. 6833/2016 – Giulia Covotta

Si applica la prescrizione quinquennale anche per il risarcimento dei danni cagionati dal proprio padre.

La sentenza in commento è stata emessa dalla Corte di Cassazione a seguito dell"impugnazione promossa dall"uomo rimasto parte soccombente sia in primo grado che in appello.

Il primo grado, svoltosi nanti il Tribunale di Venezia, aveva quale oggetto una richiesta di risarcimento dei danni promossa da un figlio nei confronti del di lui padre a seguito di un illecito endofamiliare.

L"uomo, infatti, lamentava di aver subito danni a seguito di due ricoveri (voluti con forza da parte del proprio padre) presso l"Ospedale di Venezia - servizi psichiatrici.

Il Tribunale adito rigettava la domanda per intervenuta prescrizione in quanto la materia ricadeva nella sfera degli illeciti extracontrattuali e, pertanto, era applicabile la prescrizione quinquennale.

Sebbene tale pronuncia fosse stata successivamente appellata dall"uomo nei confronti degli eredi del padre (deceduto nelle more del giudizio di primo grado), anche in questo caso la Corte d"Appello adita rigettava l"impugnazione confermando la pronuncia del Tribunale (e, pertanto, l"applicabilità della prescrizione quinquennale).

Avverso tale sentenza l"uomo proponeva nuovamente impugnazione depositando ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte, richiamando un precedente delle S.U. (nr. 577/2008 in tema di risarcimento del danno alla salute da trasfusione di sangue infetto) afferma che qualunque sia il fatto illecito che abbia cagionato il danno o qualunque sia il diritto inciso dalla condotta illecita, il diritto al risarcimento resta, tout court, nell"area dell"illecito aquiliano soggetto alla prescrizione quinquennale ex art. 2947 c.c.

La Corte prosegue affermando che anche la violazione di un diritto assoluto (quale la vita, la libertà, la salute, la dignità e l"integrità morale della persona), costituente la causa petenti di un"azione risarcitoria, non trasforma il conseguente diritto al risarcimento del danno in un diritto imprescrittibile.

Come il primo motivo di censura, anche il secondo motivo sollevato dal ricorrente nel proprio ricorso, viene dichiarato infondato dalla Corte.

L"uomo, infatti, predicava una sorta di identificazione tra il momento della consumazione (dell"illecito) con la permanenza degli effetti lesivi dell"illecito stesso. In questo modo, la decorrenza dei termini della prescrizione, a suo dire, doveva iniziare dal momento della percezione o percepibilità esterna dell"illiceità della condotta.

La Suprema Corte, invece, ben distingue i due momenti: quello della consumazione dell"illecito che la Corte stessa definisce "di carattere evidentemente istantaneo" ed il momento degli effetti e delle conseguenze dannose dell"illecito stesso che di per sé sono effetti permanenti. Da ciò ne discende, altresì, l"inconferenza del principio secondo cui la decorrenza della prescrizione inizia dalla percepibilità della illecita condotta.

Infine, la Corte specifica come, nonostante vi fosse una lettera inviata dal padre con la quale lo stesso dichiarava di sentirsi responsabile dei ricoveri del figlio e dei conseguenti mali ad esso derivati, la missiva (al netto dell"impredicabilità di una sua efficacia interruttiva) risaliva comunque ad un tempo in cui era già pienamente maturata la prescrizione quinquennale.

Alla luce dei principi di diritti sopra enunciati, la sentenza in commento è sicuramente rilevante e consolidativa di un orientamento seguito già da tempo.



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