Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Redazione P&D - 2015-12-21

ILLECITO PLURIOFFENSIVO ED AUTONOMIA ONTOLOGICA DELLE VOCI DEL DANNO PATRIMONIALE E NON PATRIMONIALE – Antonio ARSENI

-Affermata ulteriormente la necessità che il risarcimento comprenda tutti gli aspetti o voci del danno patrimoniale e non patrimoniale  (Cass.  27.11.2015 n. 24210 ed altre coeve)

-Verso una liquidazione autonoma delle varie voci del danno in ragione della loro diversità ontologica?

-Il danno patrimoniale attuale in proiezione futura  da perdita di chance, una nuova voce di danno.

"Post fata resurgo", ossia dopo la morte torno a rialzarmi. La frase riferita al famoso  mito dell"araba fenice ben esprime l"idea, come già affermato da autorevole dottrina, di come il danno esistenziale sia riuscito a risorgere dalle proprie ceneri per godere attualmente di buona salute, come dimostra in particolare la recente sentenza della Cassazione (27/11/2015 n° 24210) che fa ben sperare per ulteriori approdi.

Sembra lontana l"estate di S. Martino del 2008 allorché la S.C., nell"escludere l"esistenza del danno esistenziale come figura autonoma, aveva avvertito che in argomento "non  era dato più discorrere.

Un avvertimento categorico, determinato, invero, da una intenzione, probabilmente fraintesa, di evitare inammissibili duplicazioni del danno essendo serio il rischio che, attraverso una proliferazione del contenzioso, fatto anche di cause "bagatellari", uno stesso pregiudizio possa essere liquidato sotto diversi nomi. Ma, ragionando secondo gli schemi delineati dal ricordato importante intervento nomofilattico del Giudice di Legittimità e sotto la spinta della dottrina che aveva avversato la tesi negazionista del danno esistenziale, soprattutto da parte di chi aveva in pratica "inventato" tale tipo di pregiudizio (proprio il Prof. P. Cendon), la più recente produzione giurisprudenziale ha dovuto ammettere che un evento lesivo produce conseguenze non solo medico- legalmente accertabili (il pregiudizio alla integrità psico-fisica, che va sotto il nome di danno biologico) potendo anche incidere negativamente su altri non meno importanti valori della persona umana, per di più presidiati costituzionalmente, che rappresentano tradizionalmente il danno esistenziale (proiezione esterna dell"essere) e quello morale (interiorizzazione intimistica della sofferenza). Conseguenze, queste, dell"illecito che vanno ristorate in quanto ne sia allegata e  provata  la esistenza sulla base delle coordinate energetiche della più recente giurisprudenza di legittimità incentrate sul principio "che è giusto evitare duplicazioni risarcitorie, ma è altrettanto giusto evitare vuoti risarcitori". Una  conclusione , questa, su cui è ritornata la S.C. con le decisioni 23.11.2015 n. 23837 e da ultimo 17.12.2015 n. 25383, ribadendo la esistenza di una linea di demarcazione, nell"ambito del danno non patrimoniale, tra quello biologico, morale ed esistenziale, laddove quest"ultimo "è astretto alla allegazione che ne fa l"interessato sull"oggetto ed il modo di operare dell"asserito pregiudizio; questo non si pone come conseguenza automatica di ogni  comportamento illecito altrui dovendo precisare il danneggiato  tutto ciò che ha inciso negativamente nella propria sfera, alterandone  l"equilibrio, modificando le sue abitudini , inducendo il medesimo, in conseguenza  dell"evento dannoso, a scelte di vita diverse da quelle che sarebbero state adottate in mancanza di detto evento".

La tematica, dunque,  sviluppatasi dopo le c.d. decisioni di S. Martino 2008, che ha avuto particolare accelerazione nel 2013, chiamato l"anno d"oro delle sentenze esistenzialiste (soprattutto Cass. 22585/2013 che riprende le argomentazioni di Cass. 20292/2012 e di Cass. 18641/2011), è quella della necessità dell"integrale risarcimento del danno sofferto dalla persona, circostanza peraltro, non espressamente negata dalla interpretazione delle S.U. di quel periodo.

In questo senso il danno non patrimoniale, così come quello patrimoniale, non sono categorie o macrocategorie onnicomprensive, compendiandosi l"uno e l"atro in vari aspetti, voci o sintagmi che, ovviamente, non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito. Tuttavia, quando ne è provata la esistenza, ogni vulnus alla persona va risarcito attraverso una valutazione equitativa che l"ambiente sociale apprezza essere giusta e che è rimandata al prudente e ragionevole apprezzamento del Giudice nel caso concreto, pur dovendosi evitare (come avvertono i Giudici di legittimità) "una preventiva tariffazione della persona, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione".

Sotto tale profilo "il danno non può essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori, o comunque non correlati alla sua effettiva natura od entità".

In tale contesto, il principio dell"integralità del ristoro comporta come sia di fondamentale importanza verificare la esistenza del concreto pregiudizio sofferto dal danneggiato e preso in esame dal Giudice, indipendentemente dal nomen juris ad esso assegnato.

Dal principio dell"integralità del ristoro si ricava, proprio per effetto della diversità ontologica tra danno biologico e esistenziale, che si debbono ristorare entrambi i pregiudizi, che sono aspetti distinti delle conseguenze del danno e per questo meritevoli di essere liquidati, non rappresentando affatto una duplicazione.

Il danneggiato, come ricordato, deve avere né più né meno di quanto gli spetta, alla luce delle circostanze del caso concreto.

Della differenza ontologica tra le varie voci del danno si occupa particolarmente la recente sentenza della Cassazione già citata 24210/21015 (ma vedasi anche, Cass. 12.06.2015 n. 12211), che segna un ulteriore punto a favore del danno esistenziale, laddove si afferma che, proprio in ragione di detta diversità ed in ossequio al principio dell"integrale risarcimento, occorre che nessun aspetto, in cui si compendia la categoria del danno non patrimoniale, sia lasciato privo di ristoro. Può trattarsi di un danno per la perdita del rapporto parentale (v. esempio Cass. 10107/2011), un danno alla vita di relazione (Cass. 19963/2013), un danno ad una vita attiva (v. Cass. 18611/2015), nomi diversi che si riconducono alla categoria del danno esistenziale che li  ricomprende,  riguardando quelle alterazioni profonde delle dinamiche relazionali in cui si caratterizza.

Mette conto di rilevare, a tal riguardo, che se è ormai da escludersi, in via generale, il principio della onnicomprensività del danno non patrimoniale, con riferimento al danno esistenziale che non sarebbe  automaticamente assorbito da quello biologico, non altrettanto può dirsi per il danno morale in cui" i c.d. patemi d"animo,  che lo caratterizzano, sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico cui viene riconosciuta portata tendenzialmente onnicomprensiva, come nel caso in cui esso non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi degenerando in danno esistenziale" (così, da ultimo Cass.24210/2015, già cit.). Tale impostazione è condivisa da Cass..12211/2015 (stesso relatore Cons. Scarano) e da altra decisione coeva (Cass. 20.11.2015 n.23793) che ha ritenuto" il danno morale non costituire una autonoma posta di danno diversa da quella relativa al c.d.  danno biologico, entrambi essendo riconducibili al più ampio concetto di danno non patrimoniale", aggiungendo testualmente, al riguardo, come sia significativo il fatto " che la  più recente e condivisibile giurisprudenza (Cass. 11815/2015) ammetta una autonoma risarcibilità del danno morale ove ricollegabile alla violazione di un interesse  costituzionalmente tutelato - distinto da quello biologico- ma con esclusivo riferimento in ipotesi di lesioni di non lieve entità e, dunque,al di fuori dell" ambito applicativo delle lesiono c.d. micropermanenti di cui all"art 139 d.lgs 7.9.05 n. 209.

Sulla questione devesi segnalare, comunque, una diversità di opinione nell"ambito della stessa sezione terza della Cassazione che ha avuto modo  di affermare recentemente, con sentenza 27.08.2015 n. 17209, che il danno morale va liquidato anche  negli incidenti stradali più  lievi, purchè allegato e provato  in termini di sofferenza/turbamento, sia pure attraverso presunzioni.

Riprendendo il tema  delle dinamiche relazionali, la cui profonda alterazione sostanzia il danno esistenziale,  come affermato da Cassazione 16197/2015, occorre che simili manifestazioni abbiano "una effettiva consistenza quali pregiudizi autonomi e diversi dai meri risvolti del danno biologico così da meritare un risarcimento aggiuntivo e, d"altro canto, che non si riducano a disagi o fastidi di carattere futile ed immeritevoli di giuridica considerazione, quali le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza che il dovere di  solidarietà, di cui all"art. 2 Cost. , impone a ciascuno di tollerare "(v. Cass. 26972/2011).

Se di diversità ontologica tra danno esistenziale e biologico è lecito discorrere (vedi in tal senso anche l"imponente sentenza della Cass. 1341/2014, quelle più recenti 16197/2015, 12211/2015, 19211/2015) perché mai, ci si chiede, si debbano continuare ad applicare i criteri sulla liquidazione personalizzata del danno non patrimoniale e non anche quella separata per ogni voce?

Questi probabilmente saranno i temi attraverso cui si svilupperà il futuro dibattito in materia dovendo ormai dirsi acquisita la configurabilità del danno esistenziale come figura autonoma che si esprime, riassuntivamente, in quel vulnus che colpisce la persona umana sul piano della qualità della propria esistenza che può essere stravolta da un evento delittuoso determinante, nel soggetto danneggiato, una condizione esistenziale per cui "tutto non è come prima", comportando un profondo cambiamento della abitudini e scelte di vita.

Viene riprodotto, in pratica, su scala generale, il modello adottato per la tutela della persona a fronte della lesione alla salute nel senso che, laddove il danno biologico incarna l"illecito lesivo alla integrità psico-fisica, quello esistenziale viene ad incarnare qualsiasi altro torto che violi interessi rilevanti, incidenti  sulle condizioni e qualità di vita, attentando a quelle attività  realizzatrici della persona umana nel campo affettivo, familiare, sociale e culturale.

Ma ritornando all"interrogativo suddetto, meritano di essere segnalate due diverse posizioni già assunte dal Giudice della Nomofilachia.

Intendiamo riferirci, in particolare, alla sentenza più volte citata 24210/2015, che riproduce i dicta della decisione 12211/2015 , ed a quella di poco precedente (Cass. 08/05/2015 n° 9320). Nella prima la Cassazione precisa, ad avviso di chi scrive, correttamente, che l"esigenza di un ristoro  integrale attraverso il criterio della personalizzazione, per cui la liquidazione è unitaria determinando il Giudice l"ammontare del danno non patrimoniale, nella misura complessiva dovuta "mediante la somma dei vari addendi", non cambia affatto risultato laddove invece lo stesso Giudice fosse chiamato ad indicare specificamente le singole somme da imputare alla singola voce o aspetto del pregiudizio effettivamente accertato nella fattispecie sottoposta al suo esame.

Nella seconda delle suddette sentenze, invece, si sostiene che proprio la diversità ontologica dei vari aspetti o voci del danno non patrimoniale imporrebbe che la relativa determinazione venga effettuata per ogni singola delle voci suddette.

Con la appena ricordata decisione viene esplicitato il seguente principio di diritto: "il risarcimento del danno da fatto illecito presuppone che sia stato leso un interesse della vittima, che da tale lesione sia derivata una perdita concreta, ai sensi dell"art. 1223 CC e che tale perdita sia consistita nella diminuzione di valore di un bene o di un interesse. Pertanto, quando la suddetta perdita incida su beni effettivamente diversi, anche non patrimoniali, come il vincolo parentale e la validità psico-fisica, il Giudice è tenuto a liquidare separatamente (N.B.) i due pregiudizi, senza che ciò osti il principio della  omnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale, il quale ha lo scopo di evitare le duplicazioni risarcitorie, inconcepibili nel caso in cui il danno abbia inciso su beni oggettivamente diversi". In questo senso vedasi  anche l"ultima decisione in argomento, Cass. 17.12 2015 n.25351 che richiama espressamente la pronuncia appena ricordata.

Un bel colpo per i sostenitori della unitarietà della liquidazione del danno non patrimoniale "che vuol dire  che lo stesso danno non può essere liquidato due volte solo perché venga chiamato con nomi diversi, ma non vuol certo dire che, quando l"illecito produca perdite non patrimoniali eterogenee, la liquidazione dell"una assorba tutte le altre".

Per ricorrere ad una espressione figurativa, invero utilizzata da chi, dopo le decisioni di S. Martino, ebbe a negare l"esistenza del danno esistenziale, non può certo dirsi, allo stato, che simile pregiudizio assomigli ad un gigante dai piedi di argilla. Al contrario, detta decisione, come altra ispirata dal relatore Cons. Travaglino (v. da ultimo Cass. 11851/2015, ma anche e soprattutto Cass. 22585/2013), dimostrano come non possa esserci più spazio per quelle teorie che vedono nel pregiudizio derivante dalla lesione alla salute una forza capace di attrarre ed assorbire comunque tutte le conseguenze non economiche dell"illecito. Ulteriore conferma a tale impostazione è rappresentata da Cass. 20927/2015 che ha riconosciuto il danno esistenziale anche in assenza di pregiudizio alla salute.

Mutatis mutandis, la sostanza delle cose non cambia quando l"attenzione viene spostata nel campo del danno patrimoniale.

Come precisa Cass. 24210/2015, ma anche Cass. 12211/2015 e 19211/2015 il danno patrimoniale "si scandisce in danno emergente e lucro cessante e ciascuna di queste categorie o sotto categorie è a sua volta compendiata da una pluralità di voci, aspetti, o sintagmi quali ad esempio, avuto riguardo al danno emergente, il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il c.d. fermo tecnico ecc.; ovvero, con riferimento al lucro cessante, la perdita della clientela, il discredito professionale, la perdita della capacità lavorativa specifica, aspetti o voci che non ricorrono tutti, sempre e comunque, in ogni ipotesi di illecito ed il cui ristoro dipende dalla verifica della relativa sussistenza nel caso concreto.

Anche qui è compito del Giudice accertare la effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provato al di là del nome attribuitogli, dovendosi escludere la possibilità di applicare, in modo puro, parametri rigidamente fissati in astratto.

Nell"ambito del danno patrimoniale, la giurisprudenza si interroga sulla possibilità di inquadrare quello da riduzione della capacità lavorativa generica, nella categoria del danno patrimoniale come avviene pacificamente per il danno da riduzione della capacità lavorativa specifica (in questo senso Cass. 17464/2007; Cass. 1879/2011).

Un fatto illecito, infatti può provocare alla persona conseguenze rilevanti, non solo alla salute (danno biologico) e riguardanti gli aspetti relazionali (danno esistenziale) od interni della persona (danno morale) ma anche incidenti sulla capacità del soggetto a produrre reddito e, quindi, posizionandosi in quell"area del pregiudizio patrimoniale che si compendia delle due macrocategorie del danno emergente e del  lucro cessante.

Tale inquadramento, però, può valere, come visto, solo per il danno da riduzione della capacità lavorativa specifica, avendo precisato la giurisprudenza, come ricorda la sentenza in commento, "che l"accertamento della esistenza di postumi permanenti incidenti sulla capacità specifica lavorativa, non comporta l"automatico obbligo di risarcimento del danno patrimoniale da parte del danneggiante, dovendo comunque, il soggetto leso, dimostrare in concreto lo svolgimento di una attività lavorativa di reddito e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto illecito (v. Cass. 18489/2006; Cass. 17397/2007; Cass. 9444/2010 e da ultimo anche Cass. 12211/2015).

Al riguardo, è bene ricordare che la più recente giurisprudenza del S.C., esclude che i postumi di lieve entità e, comunque, irrilevanti sulla capacità lavorativa specifica, possono determinare una liquidazione ulteriore del danno sotto forma di quello patrimoniale  parametrata sulla base del meccanismo liquidatorio adottato per il danno alla salute (v. Cass. 4493/2011). Si ritiene, infatti, che i postumi permanenti di lieve entità non pregiudichino la capacità lavorativa e rientrino nel danno biologico, come menomazione della salute psico-fisica della persona.

In buona sostanza, la decisione del S.C. 24210/2015, ma anche la precedente 12211/2015, precisa che gli effetti pregiudizievoli della lesione alla salute del soggetto danneggiato possono consistere:

in un danno non patrimoniale comportante una menomazione della integrità psico-fisica (danno biologico) con l"avvertenza che la liquidazione di tale danno assorbe il danno morale quando la sofferenza morale o patema d"animo si obiettivizzi in danno biologico e non potendo risarcirsi due volte lo stesso pregiudizio;

in un danno patrimoniale da lucro cessante laddove gli effetti pregiudizievoli della lesione della salute vengono ad eliminare o ridurre considerevolmente la capacità di produrre reddito (danni da incapacità lavorativa specifica).

Ma la menomazione alla integrità psico-fisica della persona, avverte la Cassazione nelle due sentenze appena citate, può incidere anche sulla capacità lavorativa generica che "consiste nella idoneità a svolgere un lavoro anche diverso dal proprio ma confacente alle proprie attitudini".

Si parla, a tal riguardo, di DANNO PATRIMONIALE ATTUALE IN PROIEZIONE FUTURA DA PERDITA DI CHANCE, che va identificato nella misura in cui costituisce una lesione ad una attitudine o ad un modo di essere del soggetto (Cass. 16/01/2003 n° 908), che deve essere dedotta e dimostrata.

Si ripropongono, su tale questione, le problematiche già esaminate in relazione alla autonomia ontologica delle tre voci della c.d. triade (biologico, morale, esistenziale), in cui si compendia il danno non patrimoniale. Nel senso che il danno patrimoniale attuale, in proiezione futura da perdita di chance - quando è effettivamente riscontrato- non è escluso dal fatto  che l"evento dannoso abbia provocato un danno alla capacità lavorativa specifica potendo coesistere ed essere liquidati l"uno o l"altro laddove il danneggiato sia impedito a svolgere la vecchia occupazione ma anche una nuova confacente con le proprie attitudini, idonee a costituire fonte di reddito, frustrate, per l"appunto, dall"evento dannoso. In caso contrario e nella indicata prospettiva di evitare duplicazioni risarcitorie, la menomazione alla integrità psico-fisica, inidonea a sostanziare una opportunità persa, non comporta la possibilità del soggetto danneggiato di avere ulteriori fonti risarcitorie diverse da quelle riguardanti il danno biologico.

Per concludere, una volta verificata la c.d. diversità ontologica delle voci del danno patrimoniale e non patrimoniale e la sussistenza di ciascuna nello specifico caso concreto, la problematica si sposta sul piano della liquidazione monetaria del danno, opinando la decisione in commento (ma vedasi anche Cass. 12211/2015) che sarebbe irrilevante il fatto che essa possa essere effettuata unitariamente attraverso il criterio della personalizzazione o separatamente, indicando l"ammontare di ciascuna voce per poi calcolare quello complessivo mediante la somma dei vari "addendi".

Fondamentale, sottolinea la Cassazione, "è che qualunque sia il sistema di quantificazione seguito, esso si prospetti idoneo a consentire di pervenire ad una valutazione informata ad equità e che il Giudice dia adeguatamente conto in motivazione del processo logico al riguardo seguito, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo adottato.

Ad ogni danno ingiusto deve seguire un giusto ristoro.

Il sistema tabellare (soprattutto quello di Milano), in tale contesto, si rileverebbe uno strumento idoneo per pervenire ad una liquidazione?

Una recente decisione della Cassazione (20985 del 15.10.2015) fornisce, al riguardo, una risposta positiva avendo enunciato il principio di diritto secondo cui "nella liquidazione del danno non patrimoniale, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, non è  consentita la liquidazione pura, che non faccia riferimento a criteri obiettivi di liquidazione del danno che tengano conto ed elaborino le differenti variabili del caso concreto, allo scopo di rendere verificabile, a posteriori, l"iter logico attraverso cui il Giudice di merito sia pervenuto alla relativa quantificazione e di permettere di verificare se e come abbia tenuto conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, della entità della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d"animo".

In apparente contrasto, però, vedasi Cass. 22/09/2015 n° 18611 la quale, dopo aver ribadito la configurabilità del danno esistenziale come figura autonoma, nel caso di un grave incidente in cui la vittima, di 33 anni, rimaneva macrolesa, ha precisato  palesarsi come del tutto incongruo il ricorso (come nella specie) alla mera valutazione tabellare. "Appesantire" il punto base non sarebbe sufficiente a ristorare integralmente un giovane soggetto (istruttore di volo libero) che, a causa del fatto illecito, aveva perso la sua dignità di persona ed il proprio diritto ad una vita attiva, drammaticamente frustrato e che lo ha costretto a vivere solo attingendo alla solidarietà dei familiari ed amici "  "che possono dare un aiuto alla sopravvivenza ma non già a rimuovere la perdita di quelle qualità personali e di partecipazione che sono chiaramente descritti nell"art. 3 della Costituzione".

Secondo i Giudici di Palazzo Cavour "tutte le componenti fisiche, giuridiche e spirituali del dolore umano meritano una migliore attenzione rispetto al calcolo tabellare, dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam".

Nella specie veniva anche riconosciuto al danneggiato il danno patrimoniale futuro, determinato dalla perdita della capacità produttiva, atteso che il soggetto era in procinto di aprire una scuola di volo, con attività commerciale accessoria. Una attività che certamente presupponeva la integrità psico-fisica della persona che quella attività doveva aprire, una scelta impedita dal grave incidente e, per quanto autonomamente risarcibile, avendo perso una chance connessa alle attitudini lavorative del giovane infortunato, capace di produrre reddito.

Una decisione, riteniamo, significativa nel contesto delle problematiche affrontate nelle pagine che precedono, che ulteriormente dimostra una rinnovata sensibilità della Corte di Cassazione verso il danno esistenziale ed, in genere, verso i diritti della persona che meritano di essere integralmente e compiutamente tutelati.



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